La presidenza Mitterrand. La sinistra e i limiti nell’esercizio del potere
- 18 Ottobre 2018

La presidenza Mitterrand. La sinistra e i limiti nell’esercizio del potere

Scritto da Angelo Turco

9 minuti di lettura

Il 10 maggio 1981 François Mitterrand viene eletto Presidente della Repubblica francese con il 51,8% e oltre quindici milioni di voti. È la prima volta che un socialista conquista il potere con le regole della Quinta Repubblica, un sistema che assegna alla figura del Presidente un ruolo eminente, con un forte indirizzo sull’esecutivo, ampi poteri nei confronti delle assemblee legislative e un solido controllo sul potere giudiziario.

Per conseguenza della grande investitura di responsabilità politica che il sistema presidenziale pone nelle mani del candidato eletto, François Mitterrand inizia il proprio mandato consapevole di essere depositario di aspettative e speranze secolari della sinistra francese, una sinistra ancora caratterizzata dallo spirito unitario tra socialisti e comunisti e dalle ancora forti venature classiste e anticapitaliste. Sin dalle prime apparizioni pubbliche, il nuovo Presidente intende fornire un’immagine precisa al proprio mandato, nel solco della storia del socialismo francese e della sua mitologia. Da qui deriva la decisione di omaggiare al Pantheon le tombe di Jean Jaurès (antico esponente socialista), Jean Moulin (eroe della Resistenza) e Victor Schoelcher (ideologo del movimento antischiavista)[1]. Socialismo, Resistenza e diritti dell’uomo incarnati in unica persona, il Presidente Mitterrand, che viene per questo ripreso da solo dalle televisioni e mostrato ai cittadini nell’estremo gesto di rendere omaggio ai suoi padri nobili. Una speranza collettiva si incarna nelle vesti del leader consacrato dal suffragio universale, l’utopia stessa della Sinistra che trova realizzazione per mezzo del singolo uomo al potere.

La presidenza Mitterrand

Mitterrand interpreta sin da subito l’ambiguità repubblicana del rapporto tra Presidente e Primo Ministro in senso subalterno per il secondo, ponendosi come autentico capo dell’Esecutivo. Nomina per questa carica Pierre Mauroy e scioglie l’Assemblea Nazionale a maggioranza conservatrice. Le fibrillazioni del mercato finanziario che seguono la vittoria socialista consigliano a Jacques Delors, esponente di spicco del PS e Ministro, una immediata svalutazione del Franco, bloccata tuttavia dal Presidente e rimandata a dopo le elezioni legislative, causando in questo modo un serio aggravamento del deficit: per Mitterrand la priorità è ottenere infatti una maggioranza ampia e fedele, senza mostrare debolezze, e questo puntualmente accade. Il PS ottiene la maggioranza assoluta dei seggi con il 37,4% dei voti. Il nuovo Consiglio dei Ministri è aperto, per decisione di Mitterrand e contro la volontà di una parte del PS, tra cui Michel Rocard e lo stesso Delors, anche ai comunisti. Il segretario del PCF Georges Marchais accetta l’ingresso nell’esecutivo di quattro esponenti del proprio partito per non deludere il sentimento unitario largamente presente nell’elettorato di sinistra, ottenendo i Ministeri delle Poste, della Sanità, della Formazione Professionale e dei Trasporti.

 

L’era Mitterrand

Superata una prima fase di adattamento al nuovo stile di vita istituzionale, del tutto estraneo alla cultura socialista e dei propri esponenti che, con alcune brevissime e lontane eccezioni, non avevano mai ricoperto incarichi governativi, il nuovo corso è improntato a un deciso e immediato interventismo. La prima legge di bilancio dell’era Mitterrand è caratterizzata da un massiccio impiego della leva fiscale (che comprende una nuova legge sulle grandi fortune) per finanziare una riduzione dell’orario lavorativo, l’abbassamento dell’età pensionabile, un ampio ventaglio di prestiti alle piccole imprese, una quinta settimana di ferie retribuite, una nuova legge sugli affitti a favore degli inquilini. Viene proposto un intervento a favore dei diritti civili, con l’abrogazione della pena di morte e la liberalizzazione delle frequenze per le radio locali. Ben presto l’azione socialista scardina un sistema di potere gollista radicato nelle istituzioni repubblicane, con il primo vasto spoil system della storia francese, provocando una decisa indignazione dell’opposizione già scottata dalle misure sociali e pronta alla battaglia decisiva sulle nazionalizzazioni. L’Assemblea Nazionale approva infatti un piano di nazionalizzazioni a pieno indennizzo per gli espropriati che pone sotto il controllo dello Stato grandi imprese come Renault e CGE, e grandi banche come BNP, Paribas, Crédit Lyonnais. Il piano viene rigettato dalla Corte Costituzionale (ancora caratterizzata da un orientamento conservatore) e la definitiva approvazione delle nazionalizzazioni è rimandata al febbraio 1982. L’opposizione riprende fiato, mentre la Francia risulta isolata sul piano dei rapporti internazionali per l’ostilità apertamente manifestata da Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Per instaurare un rapporto solido e duraturo con le due grandi potenze mondiali occorrerà molto tempo al socialista Mitterrand, e sarà favorito in questo dal privilegiato rapporto instauratosi con il cancelliere tedesco cristiano-democratico Helmut Kohl, eletto nell’ottobre del 1982.

La presidenza Mitterrand. La sinistra e i limiti nell’esercizio del potere

A mutare in tempi rapidi e con conseguenze imprevedibili l’orientamento economico del Governo socialista è il costante attacco speculativo a cui è sottoposto il Franco sin dall’insediamento del nuovo Presidente. Mentre l’attacco si intensifica, l’orgoglio del Presidente acuisce l’ostilità verso manovre rigoriste e svalutative. Tuttavia, è in questo momento che si compie una delle ultime spaccature ideologiche in seno al socialismo francese. Una parte del PS, con in testa Laurent Fabius e Pierre Bérégovoy, chiede infatti l’uscita della Francia dallo SME e una politica autarchica, sfruttando la leva pubblica per correggere le storture del mercato. Jacques Attali e il Ministro Delors sono invece dell’idea che la Francia non possa rischiare l’isolamento economico in seno all’Europa, e propongono una linea di forte rigore finanziario[2]. Due progetti nazionali divergenti in seno alla stessa maggioranza di governo. La frattura è anche personale per François Mitterrand, interprete a suo modo di due visioni conviventi nelle sue più profonde convinzioni: il singolarismo francese e l’europeismo federalista. Ritenendo di compiere una scelta solo momentanea, il Presidente autorizza il Governo a una manovra di rigore con pesante svalutazione monetaria, un blocco dei salari e la fissazione del deficit di bilancio al 3% del prodotto interno lordo.

Per i socialisti è un autentico shock. Prima di tutto perché le precedenti esperienze di governo socialista (con Léon Blum nel 1936, con Paul Ramadier nel 1947 e con Pierre Mendès-France nel 1954) sono tutte crollate sotto il peso dell’ingovernabilità economica della nazione, e il rischio di un nuovo fallimento della sinistra al potere è evidente. In secondo luogo, perché i toni usati da ampie parti della nuova classe dirigente socialista, intrisa di unitarismo e venature anticapitaliste, mal si concilia con un esercizio del potere segnato e incanalato dalle esigenze di rigore e contenimento della spesa pubblica. Nel discorso di fine anno del Presidente Mitterrand del 1982 si parla per la prima volta delle esigenze del mondo imprenditoriale, sottoposto, secondo il Presidente, a un carico fiscale esoso che frena le possibilità di ripresa industriale e produttiva. Nel corso del 1983, nonostante le sconfitte elettorali del PS nei comuni capoluogo, Mitterrand sceglie con ancora maggiore determinazione la strada del rigore e comincia, in seguito ai primi accordi con la Cancelleria tedesca, a coltivare la propria nuova visione della Francia come motore dell’integrazione europea. È in questa fase che Mitterrand si convince sempre più che solo un vasto impegno nella costruzione dell’Unione possa restituire da un lato un ruolo egemone alla nazione francese nell’ambito europeo e mondiale e, dall’altro, che solo un modello sociale europeo che metta insieme le parti migliori del socialismo, del cattolicesimo democratico e del liberalismo possa, attraverso istituzioni comunitarie, ricostruire quella sovranità sulla politica economica e quella capacità di regolazione sociale che il liberismo di marca angloamericana sta progressivamente mettendo sotto scacco a livello nazionale. L’europeismo non sostituisce l’impegno nella politica interna, ma da questo momento segna ogni azione della Presidenza di Mitterrand, il quale inizia a guardare l’Europa come un insieme di Paesi con interessi comuni, economici, sociali e militari.

Il 1983 e il 1984 sono anche anni di ripresa del conflitto sociale. I settemila licenziamenti della Peugeot e i venticinquemila licenziamenti nel settore siderurgico sono l’aspetto macroscopico della crisi del sistema produttivo francese, mentre il segretario comunista sfila alla testa dei cortei sindacali contro un governo di cui, tuttavia, il PCF fa ancora parte. La destra a sua volta porta in piazza a Parigi un milione di persone contro la riforma della scuola (che avrebbe previsto una parziale statalizzazione delle scuole cattoliche), e i giornali parlano di un “Sessantotto al contrario”, mentre alle elezioni Europee il PS crolla al 20% e il PCF a sua volta arretra all’11%. Le dimissioni del Governo sono un atto dovuto, e Mitterrand incarica Laurent Fabius di formarne uno nuovo senza la presenza dei comunisti. Si conclude così, nella disfatta, l’unità della sinistra francese, con il PCF che torna ad assecondare tendenze estremiste che prevedono anche occupazioni delle fabbriche e il PS che spinge sempre più l’acceleratore sulla strada del rigore e dell’austerità[3].

Tuttavia, a partire dal 1985, il Governo può anche vantare dei risultati sul piano dell’azione economica. I primi segnali di risveglio del sistema produttivo non derivano però dai piani di rigore, bensì dalle industrie nazionalizzate tre anni prima. In questi impianti si registrano infatti le prime grandi innovazioni e modernizzazioni, che nel corso del tempo cambieranno silenziosamente ma sensibilmente anche i connotati della società francese, rimescolando le classi sociali e ridisegnando la geografia dell’appartenenza politica. In questo quadro, per volontà del Presidente, l’Assemblea Nazionale approva la riforma in senso proporzionale della legge elettorale del parlamento. Una battaglia antica della sinistra, portata a compimento in questa fase per contenere la probabile vittoria della destra alle elezioni legislative del 1986. La campagna elettorale, giocata dalla destra sui temi della sicurezza e della lotta all’immigrazione, vede l’affermazione dei partiti moderati di centro-destra ma con un risultato ben al di sotto delle aspettative. I socialisti infatti riescono a ottenere un significativo 32%, mentre il PCF arretra al 9%. Il Fronte Nazionale di Le Pen si attesta ad un preoccupante 9,8%, mentre il blocco gollista ottiene il 44,6% dei suffragi e appena due seggi in più della maggioranza assoluta dell’Assemblea Nazionale. Per la prima volta nella storia repubblicana si assiste a una coabitazione tra un Presidente socialista e un Primo Ministro, indicato nella figura di Jacques Chirac, di destra.

 

La figura di Mitterrand e la sinistra nel nuovo millennio

Con la coabitazione, durante la quale il governo conservatore ottiene la riprivatizzazione delle industrie e una serie di misure marcatamente liberiste in politica economica, il PS compie una virata a sinistra, proponendo anche analisi teoriche sulla propria missione politica e trovando elementi di autocritica rispetto ad un proprio eccessivo “liberalismo di sinistra”[4], e avvia una riflessione sui propri limiti nel porsi in conflitto con la destra su temi che tuttavia alla destra appartengono già, ma non viene assecondato dal proprio Presidente. Mitterrand, infatti, è convinto che una sua rielezione possa essere resa possibile unicamente allontanando per quanto possibile la propria eminente figura da quella del Partito e caratterizzandosi come un padre della patria super partes piuttosto che come un anziano dirigente della sinistra francese. Dalle elezioni presidenziali del 1988 in poi, il socialismo di Mitterrand si annacqua, a partire dal proprio programma elettorale riassunto in una Lettera a tutti i francesi, così lontano dai toni e dai principi del 1981. Inoltre, una campagna incentrata sul ruolo del leader, della ricerca del consenso sulla persona piuttosto che sulla parte politica di cui si fa portavoce, contribuisce a gettare ulteriore discredito sul sistema dei partiti, che le prime inchieste sul finanziamento illecito hanno profondamente segnato agli occhi dell’opinione pubblica. Se questa impostazione consente a Mitterrand di essere agevolmente riconfermato con il 54% dei voti, allo stesso tempo segna la debolezza del suo secondo mandato, con un nuovo parlamento in cui il PS ha una maggioranza molto fragile e un radicamento sociale sempre più rarefatto, e durante il quale i fallimenti in politica interna, con tre governi che si avvicendano sino alla drammatica sconfitta nelle elezioni legislative del 1993, sono compensati solo dall’impegno nella costruzione dell’Unione Europea. L’ultima autentica battaglia del Presidente Mitterrand riguarda infatti il referendum sul Trattato di Maastricht, approvato dal 51,3% dei francesi[5]. Il PS, intanto, abbandona i propri miti e la propria più sfumata connotazione di classe, divenendo un partito di ceti emergenti, aperto alla società civile, in dialogo costante con movimenti libertari più che con le organizzazioni sindacali, profondamente balcanizzato in correnti personalistiche al suo interno.

Le riflessioni sulla figura di Mitterrand e sul suo secondo mandato sono le stesse riflessioni che interrogano la sinistra nel nuovo millennio. Le risposte da mettere in campo contro il discredito verso i partiti, l’incapacità della sinistra di porsi su un terreno autonomo rispetto all’egemonia culturale della destra, la riconquista della sovranità attraverso istituzioni comunitarie, la riflessione sulla leadership e la personalizzazione dello scontro politico. Tuttavia la lunga Presidenza socialista, la più lunga nella storia francese, è anche lo specchio dei limiti della sinistra nell’esercizio del potere. Il sistema presidenziale francese è, nelle democrazie occidentali, quello che riconosce e identifica in modo più netto, più chiaro e immediato la divisione e l’attribuzione del potere. Eppure la storia di questi quattordici anni mette in luce tutta la difficoltà della sinistra nel realizzare un programma autenticamente progressista nei limiti imposti da una volatilizzazione della sovranità economica, dalla forte e radicata presenza di forze conservatrici nel tessuto sociale, dalla difficoltà estrema nel controllare e sottomettere al potere politico l’immane complessità della macchina burocratica dello Stato. Lo stesso Mitterrand, tra il 1988 e il 1991 sembra comprendere l’eccessivo spostamento al centro del proprio partito, criticando per questo motivo l’Esecutivo guidato da Rocard e tornando invocare investimenti pubblici e impegno per la costruzione di uno stato sociale più forte[6]. ‹‹Si può considerare con favore il declino delle ideologie, ma non si può pensare di condurre la società seguendo solamente dei punti di vista pragmatici, senza un’idea sull’avvenire della Società››[7]. Proprio per questo il suo progressivo abbandono dell’agone politico interno coincide con la grande battaglia per l’integrazione europea, vista come unico spazio nel quale riconquistare in futuro un ruolo per la Francia da un lato, e una sovranità economica per le battaglie della sinistra dall’altro.


[1] S. Berstein; M. Winock, La République recommencée, Points, Paris 2008, pp. 533-544.

[2] J. Attali, C’était François Mitterrand, Fayard, Paris 2005, pp. 224-288.

[3] Si veda per un approfondimento M. Lazar, Socialisti e comunisti in Italia e Francia negli anni Settanta-Ottanta, in G. Acquaviva; M. Gervasoni, Socialisti e comunisti negli anni di Craxi, Marsilio, Venezia 2011, pp. 133-158.

[4] M. Gervasoni, François Mitterrand. Una biografia politica e intellettuale, Einaudi, Torino 2007, pp. 186-206.

[5] B. Olivi; R. Santaniello, Storia dell’integrazione europea, Il Mulino, Bologna 2005, pp. 199-237.

[6] M. Winock, La gauche en France, Perrin, Paris 2006, pp. 436-453.

[7] J. Attali, Verbatim, Fayard, Paris 1993, Vol.III, p. 245.


Crediti immagine: da Lothar Schaack, [CC-BY-SA 3.0], attraverso wikimedia.com

Scritto da
Angelo Turco

26 anni, milanese, è laureato in storia contemporanea presso l'Università degli Studi di Milano. Nel corso degli studi ha approfondito in particolare la storia del socialismo italiano. Membro della direzione regionale lombarda del Partito Democratico e segretario del Circolo Milano Futura, fa parte del gruppo di giovani ricercatori della FEPS (la fondazione di studi del PSE), del comitato scientifico della Scuola di Formazione Politica ALISEI e collabora con riviste e blog di analisi politica. Su twitter: @angeloturcomi

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