“Purgatorio arabo” di Marcella Emiliani
- 09 Giugno 2020

“Purgatorio arabo” di Marcella Emiliani

Recensione a: Marcella Emiliani, Purgatorio arabo. Il tradimento delle rivoluzioni in Medio Oriente. Editori Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 264, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Alberto Mariotti

7 minuti di lettura

Scrivere e pubblicare un libro sul fenomeno delle cosiddette “Primavere arabe”, benché fondamentale per una sua comprensione storica ed organica, può risultare una scelta coraggiosa, dal momento in cui gli eventi che hanno sconvolto e ridisegnato Nord Africa e Medio Oriente sono ancora lontani dall’essersi esauriti e risolti lungo assetti stabili e consolidati. Ecco dunque che Marcella Emiliani (già docente di Storia e istituzioni dei paesi del Mediterraneo, Sviluppo politico del Medio Oriente e Media & Conflict presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna e Storia e istituzioni del Medio Oriente, Relazioni internazionali del Medio Oriente e Politica delle risorse energetiche presso la Facoltà di Scienze politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna, sede di Forlì) richiama fin dal titolo – Purgatorio arabo. Il tradimento delle rivoluzioni in Medio Oriente – quella condizione di “sospensione” e indeterminatezza degli esiti.

È comunque possibile dopo nove lunghi anni dal loro scoppio, tracciarne una panoramica, fare dei bilanci per i singoli paesi coinvolti (e sconvolti) dalle rivoluzioni e chiedersi quale impatto e prospettive future tale ondata di proteste ha portato con sé. Ed il libro qui recensito si dimostra opera divulgativa magistrale sull’argomento, tessendo e riallacciando in linea temporale e multidimensionale gli eventi in questione. Per farlo, lascia intendere Marcella Emiliani, è tuttavia necessario allontanarsi dalla lettura condizionata occidentale (in particolare italo-europea) che assume quegli eventi a sinonimo di instabilità, guerre, “crisi dei rifugiati” e potenziali minacce terroristiche – un “inferno”, a cui viene appunto opposto un “purgatorio” – e che guarda ad essi come monolite omogeneo privo di distinzioni interne; privandoli altresì della portata rivoluzionaria e di dissenso democratico manifestato contro la brutalità di regimi e dittature da decenni al potere. Ad esemplificare questa visione unitaria di quegli eventi è lo stesso termine giornalistico diffusosi agli inizi, e che ancora persiste nell’opinione pubblica, di “Primavera araba”, al singolare. Così come a screditare e rinnegare i movimenti di ribellione, è la (nostra) tendenza a rimpiangere lo status quo ante, legittimando quasi un ritorno a sistemi autoritari e dittatoriali in nome della stabilità.

La premessa da cui partire, viene detto fin dall’introduzione, è riconoscere come all’interno di questa fase di sconvolgimenti e indeterminatezza degli esiti, due sono le certezze. In primis, le cause e i motivi che ne hanno determinato l’avvio e lo scoppio – economie non in grado di garantire una vita dignitosa (karamah) alla popolazione; corruzione a qualsiasi livello dell’amministrazione pubblica; sperequazioni sempre maggiori nella distribuzione della ricchezza; diffusione cronica del settore informale dell’economia con tassi di disoccupazioni a livelli allarmanti e, non meno importante, assenza quasi totale di forme democratiche sostanziali – sono ancora di estrema attualità in Medio Oriente, e ancor di più nei paesi che hanno sperimentato le forme più acuite e prolungate di protesta tra il 2010 e 2011. In secondo luogo, il contesto globale nel quale questi avvenimenti hanno avuto luogo e continuano ad evolversi è caratterizzato da un elevato grado di disordine internazionale. Finita la Guerra Fredda ed esauritasi la parentesi unipolare (statunitense), si è entrati in una fase multipolare in cui vecchi attori stanno declinando (Europa) o sono in fase di retrenchment (Stati Uniti), mentre altri stanno espandendo la propria influenza e raggio di azione multidirezionale (Russia, Cina, Arabia Saudita, Qatar, Turchia). A questi poi si affiancano entità non statali, milizie e organizzazioni terroristiche in primis, che sfruttano i vuoti di potere e le fratture inter-statali di bilanciamento ed egemonia interne alla regione del Mediterraneo allargato.

Marcella Emiliani decide di prendere in esame i paesi in cui i moti di protesta hanno determinato un allontanamento dal potere dei dittatori in carica da lunghi decenni – Tunisia, Egitto, Libia – e quelli in cui, nonostante non abbiano avuto stesso esito, hanno comunque impattato a fondo sulla struttura statale e sociale, al punto da sfociare in guerre civili – ovvero, Siria e Yemen (in cui si può comprendere anche la Libia, di nuovo. Si aggiunge poi il Bahrain, eccezione data dal fatto che solo l’intervento armato saudita ha permesso a Re Hamad bin al-Khalifa di rimanere al potere. Vengono così esclusi dall’analisi una serie di paesi – Marocco, Algeria, Giordania, Iraq, Arabia Saudita, Oman e Kuwait – che, benché abbiano sperimentato e conosciuto forme più o meno intense di protesta, non sono andati incontro a sconvolgimenti profondi, riuscendo piuttosto ad assorbire l’impatto.

Come già accennato, punto di partenza del libro è il riconoscere come le cosiddette “Primavere arabe” non siano state «un movimento unitario, ma una sequela di rivolte diverse da paese a paese che consentono analisi comparate, ma solo fino ad un certo punto» (Introduzione, p.X). Il racconto segue pertanto un ordine cronologico generale, indagando a fondo le dinamiche interne ai singoli paesi, cui è dedicato un capitolo del libro ciascuno. L’ordine cronologico risulta utile anche nel richiamare e tratteggiare gli avvenimenti più profondi che hanno riguardato la regione del Medio Oriente a partire dai primi anni del nuovo millennio. Eventi di portata tale da ripercuotersi a livello globale, e che tutt’ora contribuiscono a ridisegnare la mappa regionale, le relazioni interne ad essa e le relazioni tra le sue parti e gli attori interni e transnazionali. Eventi la cui comprensione, dunque, risulta necessaria e ineludibile al fine di affrontare in maniera soddisfacente la complessità del fenomeno oggetto di trattazione.

A questo scopo il primo intero capitolo è dedicato a riallacciare le dinamiche più profonde che hanno trovato nella risposta americana agli attacchi terroristici dell’11 settembre un catalizzatore, richiamando all’attenzione del lettore la storia e l’evoluzione di figure e organizzazioni interne alla galassia del “radicalismo islamico” che sono emerse come attori di primo piano e di grande influenza nel contesto (non solo) regionale. Ricostruire tali dinamiche risulta indispensabile in quanto l’elemento transnazionale del radicalismo islamico permea e ritorna ad emergere nella trattazione e analisi dei singoli eventi interni ad ogni esperienza nazionale in esame. Inoltre, tale ricostruzione permette di introdurre un ulteriore elemento fondamentale per analizzare la contemporaneità, ovvero la frattura e lo scontro sempre più profondo all’interno del mondo islamico tra sciiti e sunniti. Se quest’ultimo appare per lo più estraneo ai contesti dei paesi mediterranei – Tunisia, Libia ed Egitto –, ha invece un peso specifico assoluto nella genesi ed evoluzione delle esperienze di Siria, Bahrain e Yemen, dove l’influenza e la contrapposizione tra Arabia Saudita e Iran ha svolto e svolge ancora oggi un ruolo cruciale (con il serio rischio, tra le altre cose, che si estenda al di qua del Canale di Suez). La manifestazione di questa frattura va sempre più assumendo un carattere di intervento ed ingerenza tramite strumenti militari in contesti esterni, da una parte facilitati dalle dinamiche internazionali (ritiro Usa, vuoti di potere); dall’altra alimentando a sua volta riallineamenti interni alla regione e influenze di attori esterni ad essa (Russia, Usa, Cina).

I capitoli sui tre paesi mediterranei offrono un meritevole sguardo interno alle singole esperienze, accomunate certamente da elementi strutturali che hanno alimentato malcontento e permesso il manifestarsi e dilagare dirompente dei moti di protesta, ma dagli esiti completamente diversi. Si passa infatti dall’eccezione tunisina, il cui fragile successo della “Primavera dei Gelsomini” suscita ancora oggi speranze e preoccupazioni; all’implosione dello Stato – se mai vi sia esistito, in termini politico-amministrativi – in Libia, con seguente frammentazione e guerra civile; passando per il caso egiziano, dove una difficile transizione politica è stata rovesciata da un colpo di stato e dall’instaurazione di un regime dai sempre maggiori caratteri autoritari.

La narrativa offerta da Marcella Emiliani offre una scrupolosa e dettagliata lettura dei passaggi e degli attori interni alle singole esperienze, permettendo al lettore di cogliere più a fondo le complesse interazioni e i lasciti dei sistemi di potere consolidati lungo il Novecento e, tramite questi, comprendere i diversi esiti delle proteste. Ad esempio, la consolidata struttura sindacale in Tunisia ha avvantaggiato una transizione democratica; mentre in Egitto la dialettica di forza (risalente al 1954) tra un apparato militare onnipresente nelle strutture statali e la diffusione all’interno della società della Fratellanza Musulmana contribuisce a spiegare le dinamiche del colpo di Stato in Egitto. Infine, l’assenza di un apparato amministrativo, burocratico e sociale nella Jamahiriyya gheddafiana è all’origine della frammentazione regionale libica e del moltiplicarsi delle milizie sul territorio. A questi fattori propri e peculiari dei singoli paesi e degli attori interni si affiancano poi le non trascurabili variabili intervenienti dall’esterno, non di rado utilizzate a sua volta dai primi per legittimarsi o perseguire i propri interessi.

Le influenze e gli interventi esterni hanno sicuramente giocato un ruolo maggiore fin dalle prime fasi, e poi in maniera crescente, nelle rivolte di Bahrain, Yemen e Siria. Come già accennato, questi paesi, anche per via della loro composizione etnico-religiosa, sono stati coinvolti in maniera crescente all’interno del grande scontro tra le potenze regionali dell’area, in primis Arabia Saudita e Iran (e rispettivi partner, Usa-Russia), lungo la frattura sciiti-sunniti; a cui si è poi aggiunto un terzo asse, quello turco-qatariota.

Bahrain e Yemen offrono due casi di studio esemplari per addentrarsi nella complessità regionale del Golfo. Nel primo caso l’intervento saudita ha «dirottato la rivolta iniziale in maniera da impedirle di rovesciare la monarchia [sunnita] al-Khalifa» (p.128); monarchia che governa ancora oggi su una maggioranza sciita. Nel secondo caso, lo stesso intervento saudita ha invece contribuito ad intensificare la frattura interna tra Sud e Nord dello Yemen, «trasformando la primavera di Sana’a in forme sempre più complesse di conflittualità di matrice diversa a livello locale, regionale ed internazionale» (p.128). Il dettagliato racconto di queste due esperienze mette il lettore in grado di cogliere appieno alcuni dei meccanismi interni alla regione, e i motivi per i quali da due esperienze per certi versi simili siano scaturiti esiti così contrastanti.

Infine, l’ultimo capitolo, quello sulle travagliate vicende siriane (non a caso il più corposo), risulta illuminante nell’esporre tutta la complessità dei fenomeni in continua evoluzione che stanno travolgendo il Paese della mezzaluna fertile. Qui una guerra civile, scaturita dalla risposta brutale del regime alle iniziali proteste, si è presto trasformata in un terreno di gioco per una moltitudine di attori – locali, regionali, internazionali e transnazionali – che si sono legati e scontrati tra loro su diversi piani e livelli di alleanze sulla base di interessi contingenti. Gli esiti di questi intrecci, a volte del tutto imprevedibili, sono osservabili oggi su quello che viene definito dall’autrice come «il cadavere della Siria». L’unica certezza che emerge dal quadro dipinto dalla Emiliani è il tradimento completo, qui come altrove, delle istanze e dei propositi che hanno dato l’avvio alle proteste nel 2011.

Tracciare un bilancio, ci dice la stessa autrice, è compito arduo; specialmente perché le Primavere arabe sono ancora in corso. Nell’esaminare il corso e gli output degli eventi bisogna tuttavia stare attenti a «non confondere le cause con gli effetti». Il caos generatosi a partire dal 2011 non va certo ascritto alla Primavere arabe, ma bensì a sistemi di potere autoritario che per decenni hanno oppresso questi paesi, privando le loro popolazioni di un welfare e di uno sviluppo tale da garantirgli quella dignità che, specialmente nelle fasi iniziali delle manifestazioni e proteste, veniva invocata a gran voce.

Lo sguardo al futuro non lascia molte speranze. Non solamente per quei paesi ridotti in macerie e che ancora oggi continuano a sperimentare una guerra civile sul proprio territorio; ma anche per quelli che, sebbene abbiano “retto il colpo”, presentano in qualche misura quelle (pre)condizioni che nel 2011 hanno favorito le rivolte: sistemi politici autoritari, oppressivi e corrotti; e sistemi economici non in grado di provvedere al benessere sociale della propria popolazione. La crisi economica globale attuale aggiunge un ulteriore fardello a tutto ciò.

Al termine e durante la lettura di questa breve ma densissima ricostruzione delle Primavere arabe il lettore potrebbe ritrovarsi quasi spaesato, investito dalla complessità degli intrecci delineati, dalla sequela di sigle di organizzazioni e attori in gioco e dalla ragnatela di relazioni e continui allineamenti e divergenze tra questi. Una prima lettura non basta per poter affermare di aver compreso ciò che è successo in questi nove anni nella regione del MENA (Middle East and North Africa); ma sicuramente è un’ottima base di partenza per smettere di considerare questi eventi secondo l’erronea dicotomia “bene-male” e circoscrivere il riduzionismo secondo cui le dinamiche del Medio Oriente sarebbero determinate in primo luogo dalle grandi potenze esterne alla regione.

Scritto da
Alberto Mariotti

Laureato in scienze politiche all’Università di Pisa con una tesi sulla politica estera turca negli anni Novanta. Attualmente è iscritto alla Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche dell'Università di Bologna, Campus di Forlì. Appassionato di Politica Internazionale.

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