“Quando c’erano i comunisti” di Mario Pendinelli e Marcello Sorgi
- 24 Settembre 2021

“Quando c’erano i comunisti” di Mario Pendinelli e Marcello Sorgi

Recensione a: Mario Pendinelli e Marcello Sorgi, Quando c’erano i comunisti. I cento anni del Pci tra cronaca e storia, Con una testimonianza di Umberto Terracini, Marsilio, Venezia 2020, pp. 240, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Gianluca Panciroli

5 minuti di lettura

In Quando c’erano i comunisti. I cento anni del Pci tra cronaca e storia, i giornalisti Mario Pendinelli e Marcello Sorgi ripercorrono la lunga vicenda del Partito Comunista Italiano (Partito Comunista d’Italia dal 1921 al 1943) attraverso le tappe della biografia umana e politica di alcuni dei suoi più significativi esponenti. A occupare un ruolo centrale nel volume è, non sorprendentemente, la figura di Antonio Gramsci. Gli scritti carcerari del politico e pensatore sardo sono indicati dagli autori come il principale fondamento delle peculiarità del comunismo italiano e della relativa autonomia successivamente sviluppata dal Pci nei confronti dell’Unione Sovietica. Le intuizioni gramsciane in merito alle radici dell’arretratezza dello Stato nazionale e l’introduzione di categorie analitiche come quelle di «egemonia», «blocco storico» e «rivoluzione passiva» istituiscono un solido legame tra la cultura politica del comunismo italiano e lo specifico contesto sociale, economico e culturale del Paese; le acute riflessioni sulla capacità rigenerativa del capitalismo contenute nel “Quaderno” dedicato ad “Americanismo e fordismo” concorrono invece a fare del Pci una forza non troppo avvezza a riporre speranze in un rapido e definitivo crollo del sistema economico vigente. Soprattutto, evidenziano Pendinelli e Sorgi, il Pci eredita dal pensiero di Gramsci l’idea che la costruzione del socialismo in Italia richieda preliminarmente la capacità del partito di insediarsi nella società italiana, al fine di esercitare una direzione morale e intellettuale presso quei segmenti sociali sottoposti a una condizione di sfruttamento e oppressione. Nella riflessione gramsciana, ad assumere un ruolo centrale è principalmente la prospettiva di un’alleanza tra gli operai del Nord industriale e i braccianti sfruttati del Mezzogiorno, categorie aventi un comune interesse a realizzare una trasformazione radicale della società all’insegna dell’emancipazione del lavoro (pp. 15-36 e pp. 83-104) .

La seconda figura cui gli autori dedicano ampio spazio è quella di Palmiro Togliatti, segretario generale del Pci quasi ininterrottamente dal 1926 sino al 1964, anno della sua morte. È soprattutto grazie all’azione di Togliatti, sottolineano gli autori, che il ricchissimo materiale lasciato da Gramsci diventa politicamente spendibile, al punto da plasmare l’identità del Partito Comunista Italiano nel Secondo dopoguerra. Quello togliattiano è un partito di massa, profondamente aderente alle pieghe della società, democratico e legalitario, votato cioè non a un improbabile rovesciamento del sistema, bensì all’intercettazione delle istanze provenienti dalle masse popolari e alla loro successiva mediazione, da attuarsi in primo luogo tramite l’applicazione di quei diritti già sanciti idealmente dalla Costituzione. È l’idea della via progressiva e nazionale al socialismo. A Togliatti è attribuito il merito di aver dato forma a un partito che, pur dotato di una chiara identità di classe, non rinuncia a farsi portavoce di obiettivi riguardanti il Paese nel suo complesso, come il superamento della situazione di arretratezza del sistema produttivo oppure la ricomposizione del divario tra Nord e Sud della Penisola. Solamente considerando l’ambizione del Pci di essere in tutto e per tutto un partito di responsabilità nazionale, sostengono Pendinelli e Sorgi, può essere compresa la preferenza frequentemente accordata dai dirigenti comunisti a una logica di tipo collaborativo, piuttosto che conflittuale, con le classi dominanti. Questa impostazione si estrinseca in momenti tanto delicati quanto decisivi della vita del Paese: si pensi alla disponibilità del Pci a sostenere il secondo governo Badoglio; alla scelta di firmare gli articoli 7 e 8 della Costituzione, concernenti i rapporti tra Stato e Chiesa; si pensi, infine, al fermo rifiuto opposto da Togliatti a qualsiasi ipotesi di sollevazione popolare dopo l’attentato da lui subito nel luglio 1948. Il giudizio complessivamente positivo sulla figura di Togliatti è solo parzialmente inficiato dal controverso rapporto intrattenuto dal leader del Pci con Stalin e con lo stalinismo. L’assoluto silenzio di Togliatti nei confronti dei brutali metodi di governo del dittatore georgiano durante il lungo periodo trascorso a Mosca in qualità di dirigente della Terza Internazionale viene interpretato dagli autori come frutto di una personale mancanza di coraggio da parte del leader italiano più che come la prova di una cieca adesione dello stesso al modello di socialismo incarnato dall’Unione Sovietica degli anni Trenta (pp. 114-68).

Se le pagine dedicate a Gramsci e a Togliatti occupano una fetta consistente del volume, significativo è anche lo spazio dedicato alla figura di Enrico Berlinguer. «Con Berlinguer e il compromesso storico – scrivono gli autori – il Pci raggiunge il punto più alto della strategia comunista, e insieme l’inizio del declino». Pur pervenendo a un grado di autonomia assai ampio nei confronti dell’Unione Sovietica, Berlinguer avrebbe perso l’occasione di recidere definitivamente i legami con l’ideologia comunista. Dopo la fine della «solidarietà nazionale» il Pci si sarebbe rinchiuso in una sorta di opposizione di testimonianza, a tratti settaria. La contrapposizione del realismo togliattiano al presunto moralismo dell’ultimo Berlinguer si inserisce nel solco di una consolidata lettura della storia del Pci, originariamente proposta da studiosi afferenti alla galassia dell’Istituto Gramsci, come Giuseppe Vacca e Silvio Pons. Il decennio finale della storia del Pci è narrato alquanto sommariamente da Pendinelli e Sorgi. Alessandro Natta, successore di Berlinguer e penultimo segretario del Pci, è liquidato in una riga come «persona inquieta non esente da simpatie filorusse». La stessa «svolta» degli anni 1989-91, conclusasi con il cambio di nome da Partito Comunista Italiano a Partito Democratico della Sinistra, è riassunta in modo piuttosto conciso (pp. 224-27).

Negli ultimi capitoli, più che concentrarsi sulle vicende specifiche della sinistra postcomunista, i due autori scelgono di porre l’attenzione sui processi che hanno profondamente trasformato la società e l’economia globali negli ultimi tre decenni. Si tratta di fenomeni noti: il predominio assunto dal capitalismo speculativo e finanziario rispetto all’economia reale, la crescita delle disuguaglianze interne ai paesi come lato oscuro della globalizzazione, la crisi ambientale che minaccia il futuro del pianeta. Le sinistre occidentali, sottolineano gli autori, non hanno saputo dare un’adeguata risposta alle incertezze che man mano si espandevano a macchia d’olio nella società, specialmente tra i meno abbienti. Relativamente al contesto italiano, Pendinelli e Sorgi tratteggiano l’immagine di una sinistra che dall’utopia comunista passa direttamente a un’adesione cieca alla globalizzazione neoliberista. Come risulta dal testo, la preferenza dei due autori va a un modello di capitalismo temperato da politiche di welfare e di contrasto alle disuguaglianze: la sinistra del XXI secolo dovrebbe guardare con interesse agli esempi del New Deal rooseveltiano negli Usa degli anni Trenta e del «compromesso socialdemocratico» dell’Europa del Secondo dopoguerra. Non stupisce, pertanto, che i capitoli conclusivi abbondino di citazioni derivanti da opere di intellettuali di area liberal e socialdemocratica, come Robert Reich, Martin Wolf, Tony Judt, e di economisti progressisti come Joseph Stiglitz e Paul Krugman (pp. 246-69).

Nelle battute conclusive, gli autori invitano la sinistra italiana a ripartire da Gramsci. Il dubbio è lecito: è possibile per la sinistra del XXI secolo prendere come modello di riferimento sia il New Deal sia il pensiero di Gramsci? In un certo senso sì. È evidente che, secondo gli autori, gli insegnamenti che la sinistra italiana dovrebbe recuperare da Gramsci sono soprattutto insegnamenti di metodo. Tenere bene a mente l’accezione gramsciana di «egemonia», sforzandosi di fondare «la direzione politica sul consenso» e di far attecchire nel tessuto sociale una «visione della realtà più alta e persuasiva» può certamente essere utile a combattere la visione del mondo propria dei «sovranisti». Nel richiamo a Gramsci c’è però qualcosa di più. Pendinelli e Sorgi sembrano talvolta fin troppo propensi ad accantonare il carattere comunista del pensiero di Gramsci e, contestualmente, a collocare l’intellettuale sardo in un ipotetico pantheon di intellettuali e teorici della sinistra riformista. C’è un passaggio che appare significativo in questo senso. Interrogandosi sulle ragioni per cui il Pci è riuscito ad imporsi come principale partito comunista in Occidente, gli autori sostengono che parte del merito vada attribuito alla scelta di Gramsci di instillare nella cultura del comunismo italiano un’idea del «capitalismo quale interlocutore e non avversario da distruggere» (p. 232). Il rischio insito in affermazioni di questo genere è quello di fornire un’immagine fuorviante del pensiero di Gramsci, quasi che la disponibilità temporanea al confronto con le istituzioni vigenti e la ricerca attiva del consenso nella società implichino di per sé un’accettazione e della liberaldemocrazia e del capitalismo. È probabilmente questa la nota più stonata di un testo complessivamente accurato nell’esposizione dei fatti e ponderato nelle valutazioni.

A corredo del testo, trova spazio una lunga intervista di Pendinelli allo storico dirigente comunista Umberto Terracini. Originariamente pubblicata per Rizzoli nel 1981, l’intervista costituisce una preziosa fonte memorialistica. Oltre che per la lucida analisi della traiettoria del Pci proposta da Terracini, l’intervista colpisce per il linguaggio schietto ed esplicito del dirigente del Pci, «lontano – come scrivono gli autori – dalle cautele verbali caratteristiche del suo tempo e del suo mondo» (p. 11).

Scritto da
Gianluca Panciroli

Laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia delle culture politiche e sindacali dell’Italia repubblicana.

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