“Quando i fatti (ci) cambiano” di Tony Judt
- 27 Ottobre 2020

“Quando i fatti (ci) cambiano” di Tony Judt

Recensione a: Tony Judt, Quando i fatti (ci) cambiano, Editori Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 440, 28 euro (scheda libro)

Scritto da Gianluca Panciroli

7 minuti di lettura

Al momento della sua morte, Tony Judt era unanimemente riconosciuto come uno dei più importanti studiosi della storia del XX Secolo. Nato nell’East End londinese nel 1948 da una famiglia di ebrei secolari, Judt si specializzò in Storia contemporanea tra il King’s College di Cambridge e l’École Normale Supérieure di Parigi. Furono queste le prime tappe di una carriera accademica di successo, con incarichi di prestigio nel Regno Unito (Oxford) e negli Stati Uniti (Berkeley e New York University). La padronanza di numerose lingue è un elemento centrale per comprendere l’eterogeneità dei suoi oggetti di ricerca, tutti afferenti alla storia europea del Novecento, con particolare attenzione a quella francese e a quella dell’Europa orientale. A partire dagli anni Novanta, Judt affiancò alla professione accademica l’attività di pubblicista sulla rivista «The New York Review of Books». La notorietà presso un pubblico più vasto arrivò però soltanto nel 2006, con la pubblicazione di Postwar: l’appassionante, originale e dettagliatissima disamina delle vicende del continente europeo dal secondo dopoguerra al nuovo millennio gli valse numerose candidature, premi e riconoscimenti[1]. Tragicamente, poco dopo il successo di Postwar sopraggiunse la malattia: nell’autunno 2008 gli fu infatti diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica. Il 5 agosto 2010 la morte, a soli sessantadue anni[2].

A dieci anni dalla scomparsa è stato pubblicato per la prima volta nel nostro Paese un volume che raccoglie gli articoli e i saggi pubblicati da Judt tra il 1995 e il 2010 (Quando i fatti (ci) cambiano, Laterza 2020)[3]. La raccolta è curata dalla vedova di Judt stesso, Jennifer Homans, anch’ella storica, e il titolo fa riferimento a una citazione attribuita a John Maynard Keynes: «Quando i fatti cambiano, io cambio opinione. Lei cosa fa?». Nell’introduzione, Homans ricorda come non pochi tra i contributi presenti nel volume sono stati scritti e dettati da Judt negli ultimi due anni di vita, mentre la malattia lo limitava nei movimenti sino a renderlo completamente paralizzato; è appena il caso di sottolineare come alla graduale perdita di vigore fisico faccia da contraltare una straordinaria lucidità intellettuale, che rimane intatta sino alla fine. Negli articoli che compongono il volume, Judt sfrutta la miniera di conoscenze e informazioni in suo possesso per proporre, integrare oppure confutare tesi riguardanti temi a lui cari. La prospettiva dello storico si intreccia così con quella dell’intellettuale che nel proprio presente non rinuncia a prendere posizione nel dibattito pubblico, anche e soprattutto su questioni controverse. In entrambe le vesti, quella di storico e quella di commentatore delle vicende correnti, la scrittura di Judt è ispirata da alcuni principi guida: l’avversione a ogni dogmatismo e il conseguente tentativo di proporre una «narrazione pulita, chiara, onesta», scevra da «calcoli e manovre»[4]. In uno dei saggi più significativi della raccolta, Judt evidenzia come il nostro tempo sia caratterizzato dalla diffusa convinzione che il presente non abbia alcun legame con il secolo passato. Eppure, secondo lo studioso vi sono moniti che i contemporanei dovrebbero tenere bene a mente se vogliono che il XXI Secolo sia migliore del precedente[5].

La storia del XX secolo è costellata di crimini di massa compiuti da gruppi nei confronti di altri gruppi in nome di una pretesa superiorità etnica e razziale. Oggi è probabilmente scontato affermare che la Shoah rappresenta il monito più rilevante del Novecento. Judt ci ricorda che non è sempre stato così. Nei due decenni successivi alla fine della guerra, l’Olocausto rimase ai margini del dibattito pubblico nel continente europeo. Su entrambi i versanti della Cortina di ferro, quando ricordavano la guerra, gli Stati preferivano concentrare l’attenzione sulle sofferenze patite dalle proprie comunità nazionali; per alcune nazioni, la scarsa attenzione posta sull’Olocausto era motivata dall’indisponibilità ad affrontare le scomoda verità correlate al diffuso, capillare e zelante collaborazionismo con i nazisti da parte di fasce consistenti delle proprie popolazioni. Soltanto a partire dagli anni Sessanta prese avvio quel processo di attribuzione di un ruolo centrale alla Shoah nella memoria collettiva dei diversi Paesi. Secondo Judt, tuttavia, il proliferare di iniziative memorialistiche dedicate al tema dell’Olocausto non è garanzia di una effettiva presa di coscienza collettiva della lezione da trarre da quel tragico evento: «Forse tutti i nostri musei, i nostri siti commemorativi e le nostre gite scolastiche obbligatorie – scrive l’autore – indicano che riteniamo di avere scontato le nostre colpe e di poter cominciare a lasciare andare il passato e dimenticare, affidando alle pietre il compito di ricordare al posto nostro»[6].

Proprio perché ha a cuore la valenza universale del tema dell’Olocausto, Judt è estremamente critico nei confronti delle sue potenziali manipolazioni in favore di interessi locali. Nell’analisi dello studioso, il comportamento tenuto da Israele negli ultimi decenni in merito alla diatriba territoriale con i palestinesi è sbagliato e controproducente. È sbagliato, poiché sottende una concezione anacronistica dello Stato Nazione, improntata al «mito etnico», ovvero «all’idea di uno Stato ebraico nel quale gli ebrei e la religione ebraica godono di privilegi esclusivi dai quali i cittadini non ebrei sono esclusi per sempre»[7]; ed è controproducente poiché utilizzare l’argomento dell’Olocausto come scudo a qualsiasi critica mossa alla propria politica non fa che amplificare la già diffusa e preoccupante freddezza mostrata nei confronti dell’argomento Shoah da parte di un crescente numero di persone. È il combinato tra distanziamento temporale dagli eventi e utilizzo strumentale della tematica della Shoah a rendere Judt timoroso che l’Olocausto possa perdere il suo «potere evocativo universale». Scrive a tal proposito l’autore: «Dobbiamo sperare che ciò non avvenga e dobbiamo trovare il modo per mantenere intatta la lezione fondamentale che la Shoah può davvero insegnare: la facilità con cui le persone – un intero popolo – possono essere diffamate, disumanizzate e annientate»[8].

Un altro, fondamentale insegnamento del XX Secolo è che la soppressione della libertà e le violenze di massa non possono in alcun modo essere giustificate in nome di nobili principi. È questo forse il peccato del Novecento che più di ogni altro coinvolge il mondo intellettuale. L’emblema di tutto ciò, secondo Judt, è l’atteggiamento assolutorio e tollerante mostrato da illustri pensatori e studiosi occidentali nei confronti del “socialismo reale”. Tra gli articoli che compongono la raccolta, la prospettiva dello studioso si può rilevare soprattutto nella critica mossa a Eric J. Hobsbawm: ne Il Secolo breve, il decano degli storici britannici appare a Judt sin troppo attento a trovare una giustificazione postuma dell’esistenza del mondo comunista (e, contemporaneamente, della propria pluridecennale fede nell’ideologia comunista)[9]. Judt non manca invece di evidenziare l’esempio positivo di tutti quegli intellettuali che, partendo da una sincera fede nella causa comunista, ebbero il coraggio di denunciare i soprusi compiuti nel mondo sovietico e di allontanarsi da quello stesso mondo dopo averlo conosciuto da vicino. Judt stesso, del resto, apparteneva alla categoria di coloro che avevano cambiato idea nel corso della propria vita: marxista sionista in gioventù, aveva ben presto assunto un distanziamento critico nei confronti di entrambe le ideologie. In questo senso, il titolo del volume non potrebbe essere più appropriato.

Pur non nutrendo dunque alcuna nostalgia per il mondo antecedente al 1989, Judt si rammarica che il collasso del socialismo reale abbia lasciato spazio libero a un’accettazione acritica del libero mercato, spesso e volentieri anche da parte delle forze di sinistra. Anche in questo caso, è convinzione di Judt che una maggior attenzione alle vicende del secolo passato gioverebbe ai decisori politici odierni. Secondo Judt, l’ottemperanza ai dettami dello Stato minimo ereditata dal liberalismo ottocentesco e perseguita dalla gran parte degli Stati europei nei primi decenni del XX secolo dimostrò tutta la sua fallacia nel rispondere alle istanze avanzate dalla società di massa e costituì una delle principali ragioni del fascino esercitato dalle “alternative” del fascismo e del comunismo sulle popolazioni europee. Tra i più lucidi nel comprendere la «brama di sicurezza» degli europei dopo trent’anni di catastrofi fu John Maynard Keynes. La lezione di Keynes, ricorda Judt, fu assimilata dalle classi dirigenti europee nel quarto di secolo postbellico, prima che, a partire dagli anni Settanta il mix di programmazione economica e tutela sociale garantito dallo Stato fosse posto sotto accusa e non di rado abbandonato a favore di un approccio mirante unicamente all’efficienza economica. La critica di Judt è diretta prevalentemente al mondo anglosassone, che più di ogni altro ha risentito dell’impatto del vento liberista negli ultimi decenni del Novecento[10]. Judt non manca però di esprimere preoccupazioni anche per le sorti dell’Unione Europea, che gli appare ossessionata dal rigore commerciale e spesso sorda ai bisogni degli ultimi. Da storico attento, Judt ha naturalmente ben presente il contesto specifico entro cui sorse il welfare post-bellico. La sua difesa delle ragioni della socialdemocrazia non lo porta a concludere che il modello odierno di sicurezza sociale debba essere la copia carbone di quello postbellico. Il discorso è più ampio: esattamente come avvenne dopo la Seconda guerra mondiale, il mondo di oggi necessiterebbe di decisioni ispirate a obiettivi di giustizia e sicurezza sociale. Una politica improntata unicamente alla funzionalità economica e insensibile nei confronti delle conseguenze sociali e morali delle proprie scelte rischia secondo Judt di resuscitare fantasmi che si credevano svaniti con il XX Secolo, come tra le altre cose dimostra il crescente consenso delle nuove forze di estrema destra tra le classi popolari del Vecchio continente. Sono considerazioni compiute oltre un decennio fa, in alcuni casi oltre due decenni fa: il minimo che si possa dire è che nulla hanno perso della loro attualità[11].

Negli articoli che compongono il volume, Judt dimostra di sapersi muovere a proprio agio sia quando parla di politica interna sia quando il riferimento sono la politica estera e le crisi internazionali, come attestano i suoi articoli di veemente opposizione alla Guerra in Iraq. Del resto, come Judt stesso ebbe a sottolineare in relazione all’atteggiamento passivo tenuto dalle sinistre europee di fronte alle guerre dell’ex Jugoslavia, «c’è qualcosa di profondamente incoerente in una politica radicale fondata su aspirazioni all’uguaglianza o alla giustizia sociale che rimane sorda a problemi etici e ideali umanitari più generali»[12].


[1] T. Judt, Postwar. La nostra storia (1945-2005), Laterza, Roma-Bari 2017 (ed. originale: Postwar. A history of Europe since 1945, Penguin Press, New York, 2005. 1° ed. it. Mondadori 2007).

[2] Relativamente agli aspetti della biografia dell’autore, cfr. T. Judt, T. Snyder, Novecento, Laterza, Roma-Bari, 2012 (ed. originale: Thinking the Twenieth Century, Penguin Press, New York, 2012).

[3] T. Judt, Quando i fatti (ci) cambiano, Laterza, Roma-Bari, 2020 (ed. originale: When the facts change. Essays (1995-2010), Penguin Press UK, London, 2015). Gli articoli e i saggi sono stati originariamente editi su «The New York Review of Books», «Finacial Times», «The New Republic» e «The New York Times».

[4] J. Homans, Introduz., In buona fede, in T. Judt, Ivi., pp. XI-XXII. La cit. è a p. XI.

[5] T. Judt, Che cosa abbiamo imparato (se abbiamo imparato qualcosa)?, in Id., Ivi, pp. 278-91.

[6] Id., Il «problema del male» nell’Europa del dopoguerra, in Id., Ivi, pp. 131-44. La cit. è p. 143.

[7] Id., Israele: l’alternativa, in Id., Ivi, pp. 116-25. La cit. è a p. 117. Per approfondire il pensiero di Tony Judt sul tema si vedano anche i seguenti articoli contenuti nella raccolta: La strada verso il nulla, pp. 107-15; Una lobby, non una cospirazione, pp. 126-30; Falsità verificabili, pp. 145-50; Israele deve smontare il proprio mito etnico, pp. 151-54; Israele senza cliché, pp. 155-59; Che fare?, pp. 160-73.

[8] Id., Il «problema del male» nell’Europa del dopoguerra, cit., pp. 142-143.

[9] Id., Un declino inesorabile, in Id., Ivi, pp. 5-21.

[10] Cfr. soprattutto Id., Che cosa è vivo e che cosa è morto nella socialdemocrazia?, in Id., Ivi, pp. 331-52.

[11] Cfr. Id., Europa. La grande illusione, in Id., Ivi, pp. 22-40.

[12] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Roma-Bari, 2018, p. 168. (ed. originale: Ill Fares the Land, Penguin Press, New York, 2010; 1° ed. it. 2011).

Scritto da
Gianluca Panciroli

Laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia delle culture politiche e sindacali dell’Italia repubblicana.

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