“Questa è l’America” di Francesco Costa
- 02 Settembre 2020

“Questa è l’America” di Francesco Costa

Recensione a: Francesco Costa, Questa è l’America. Storie per capire il presente degli Stati Uniti e il nostro futuro, Mondadori, Milano 2020, pp. 216, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Michelangelo Morelli

6 minuti di lettura

Questa è l’America, libro d’esordio del giornalista e vicedirettore de Il Post Francesco Costa, racconta gli Stati Uniti attraverso la cronaca quotidiana, utilizzando prospettive e argomenti finalizzati a sfatare molti luoghi comuni che spesso ne corrompono l’immagine. Frutto dell’esperienza diretta dell’autore, il volume non intende ristrutturare le chiavi d’interpretazione su cui si regge il dibattito sull’America, né tantomeno redigere un compendio di storia americana. Il suo scopo è quello di fornire un dettagliato e originale vademecum sulla più grande potenza economica e militare mondiale, indugiando con arguzia su determinati particolari, talvolta mistificati dalla vulgata sugli Stati Uniti, che ne mettono in mostra tanto i punti di forza quanto le debolezze.

Scegliendo come argomento iniziale l’ondata di tossicodipendenza degli ultimi decenni causata dagli antidolorifici, Costa introduce una metodologia d’analisi induttiva, che procedendo dalla cronaca apparentemente insignificante giunge a definire un quadro generale in cui elementi distanti si rivelano strettamente interdipendenti. È questo un metodo che al contempo ridefinisce gli stessi criteri inerenti al singolo tema. La tossicodipendenza, infatti, non viene più vista come una questione relativa a cartelli messicani o narcos colombiani, così come le vittime non sono più soggetti problematici che vivono ai margini della società. Il dramma oltrepassa le categorie con cui solitamente lo si intende per colpire direttamente il cuore dell’America, dai centri rurali della Virginia dell’Ovest alle grandi metropoli del Nordest, legato e promosso inoltre da una legislazione incerta e soprattutto da affaristi senza scrupoli.

L’America “narcotizzata” è un Paese dolorante, reduce dalle fatiche dell’hard working che ha prodotto il primato economico americano, piegato dalla povertà che la deindustrializzazione ha disseminato a macchia di leopardo in regioni un tempo fiorenti. È allo stesso modo un’America fortemente individualista, fondata sul mito della libertà ed eternamente sospettosa nei confronti dell’autorità di Washington. È solo attraverso questo pattern che Costa può dare un significato universale alla rivolta di un singolo allevatore del Nevada o allo sterminio di una setta religiosa texana. Ogni momento finisce per diventare emblematico non solo delle pulsioni centrifughe che ciclicamente spingono parti dell’America lontane dal suo centro politico-amministrativo, ma anche di uno spirito nazionale tanto rivoluzionario quanto potenzialmente eversivo.

L’America è un Paese relativamente sottopopolato rispetto all’effettiva estensione del proprio territorio. Le immense lande disabitate tra un centro e l’altro, percorse da interminabili highways che si perdono nell’orizzonte, raccontano un pezzo di storia americana, diventando in qualche modo la matrice psicologica dello spirito nazionale americano. Il pioniere e il mandriano, estendendo continuamente la frontiera tramite la laboriosa conquista delle lande selvagge, occupano nell’olimpo dell’eccezionalismo americano un ruolo di primo piano. Queste figure rappresentano l’imprescindibile complemento antropologico al processo storico dell’indipendenza, ottenuta con la guerra contro gli inglesi, ponendosi inoltre come punto ideale di riferimento in cui trovare la costante conferma della propria capacità di sussistere come individui ancor prima di esistere come collettività.

Esistono tante Americhe. Alcune, come quella degli antidolorifici, sono ben conosciute dagli americani ma spesso ignorate dal resto del mondo. Altre invece, come quella delle armi, sono fin troppo conosciute dai non-americani, che filtrando l’America tramite stereotipi e pregiudizi ne restituiscono un’immagine distorta. Costa di certo non vuole negare il problema della gun violence, provando al contrario, tramite una cruda descrizione delle stragi più efferate, che l’elevata mortalità associata alla criminalità sia collegata all’enorme quantità di armi circolanti nel Paese. Allo stesso modo l’autore cerca di epurare la questione dai luoghi comuni, riconducendola ad un carattere storico-antropologico della popolazione. L’arma diventa la traccia dell’antica indipendenza del pioniere, la dichiarazione d’identità di un popolo impossessatosi dell’esercizio della forza ben prima di costituirsi in Stato.

L’indipendenza individuale, in particolare modo quella dal governo di Washington, trova per certi versi nei singoli States americani la propria rappresentazione istituzionale. La disamina condotta da Costa su alcuni Stati non può essere però ridotta a mera enumerazione di peculiarità e dati, men che meno ad un’analisi comparativa tra le diverse istituzioni. All’interno della narrazione ognuno di essi acquista significato nel momento in cui diventa luogo di una determinata contraddizione. Attraverso il racconto di alcuni emblematici fatti di cronaca, Costa proietta il momento locale nello scenario nazionale, traducendo così un evento apparentemente di poco conto nella traccia di un’istanza altresì universale.

Ed è proprio attraverso il metodo induttivo che Costa riesce a presentare la Virginia dell’Ovest, icona dell’idillio rurale americano, come uno degli epicentri nazionali della tossicodipendenza, vantando il consumo di antidolorifici pro capite più alto del Paese. Allo stesso modo il Texas, uno degli Stati più ricchi e iconici d’America, diventa il luogo del confine, la frontiera nella quale si consuma quotidianamente il dramma dell’immigrazione clandestina. Infine, il Michigan, un tempo capitale dell’industria automobilistica americana, si trasforma nel fantasma di sé stesso, luogo della povertà e di quella tensione sociale che trova nella città di Flint il suo problematico epicentro. Il cammino dal particolare al generale porta in superficie le contraddizioni, in particolar modo quelle che la delocalizzazione, l’automatizzazione e il rapido declino dell’industria hanno generato nel tessuto economico americano. Questo però non vuol dire che l’America possa essere compresa solo attraverso le lenti dell’economia. Al contrario, in Questa è l’America il fenomeno economico, sia che lo si intenda come causa o come prodotto, è continuamente riportato al sostrato sociale, fornendo un centro di osservazione privilegiato da cui partire per comprendere le reali condizioni materiali in cui si svolge la vita degli americani.

Flint è l’esempio di come la povertà economica sia per molti versi l’effetto di condizioni sociali pregresse. Per Costa non vi è dubbio che il rapido impoverimento della città sia stato causato dalla chiusura dei grandi stabilimenti di produzione automobilistica e del relativo indotto. L’elemento economico, che fornisce la causa maggiore, non è però in grado di spiegare completamente molti aspetti di questo declino, in primo luogo perché la città sia stata negli ultimi anni avvelenata con acqua contaminata da piombo. La questione svela la propria complessità nel momento in cui è introdotto l’elemento storico-sociale, qui presente nella forma di un “razzismo sistemico” che ha penalizzato gli afroamericani di Flint sia quando erano una minoranza sia quando, dopo l’emigrazione dei residenti bianchi, finirono per costituire la quasi totalità della popolazione. Crisi dopo crisi, argomenta Costa, la popolazione di Flint è stata deliberatamente abbandonata a sé stessa, svelando così la natura automatica e istituzionale di una siffatta discriminazione, funzionante anche in contesti dove non vi è un’esplicita contrapposizione tra minoranza e maggioranza etnica.

La contraddizione rivela la propria essenza universale nel momento in cui non coinvolge solo i perdenti, ma anche quei soggetti che hanno enormemente beneficiato degli sviluppi della new economy. Nel caso della California, lo Stato più ricco e multietnico d’America, il paradosso sembra quasi essere un corollario dell’arricchimento. Mentre infatti l’economia californiana cresceva a ritmi cinesi, la ristrettezza dell’offerta immobiliare, complice la supposta “preservazione dell’identità locale”, ha generato sia ghetti dorati per bianchi che masse di senzatetto. Contemporaneamente l’amministrazione statale, fiscalmente debilitata da alcuni controproducenti referendum economici, dimostrava in vari modi la propria inettitudine, in primo luogo diminuendo i fondi per combattere la piaga degli incendi boschivi. Il paradosso non è quindi unicamente contingente alla ricchezza degli Stati, ma dimostra invece un carattere endemico-strutturale, corrompendo tutti quegli aspetti che hanno edificato il sogno americano: dall’istruzione d’altissimo livello, accessibile solo a costo di enormi debiti scolastici, fino alla cittadinanza universale americana, ormai sempre più lontana a causa delle recenti tendenze nativiste della politica nazionale.

L’ultimo capitolo, dedicato alle istituzioni politiche americane, termina con il Discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln, icona semi-leggendaria degli anni più duri e caotici della storia statunitense. Lincoln fu l’uomo che guidò il Nord contro il Sud secessionista, il nemico giurato di quelle pulsioni indipendentiste che per certi versi sono la traccia formale di un individualismo antropologico. Allo stesso modo Lincoln fu anche uno dei migliori rappresentanti della concordia federale espressa dalla Costituzione, lo statista capace di infondere nuova linfa ai principi di libertà ed eguaglianza universale della Dichiarazione d’Indipendenza con la loro concretizzazione nel XIII emendamento. La figura di Lincoln, benché posta in chiusura, fornisce un punto di raccordo all’intera narrazione. Le contraddizioni americane, esposte nei capitoli precedenti, trovano simbolicamente nella sua presidenza una formidabile sintesi: guerra e pace, divisione e unità, individualismo e potenza della collettività. Ogni contraddizione è ricompresa nella logica di un destino manifesto, e ogni antitesi sussiste solo in funzione di una prova di forza che finisce per riconfermare puntualmente il primato dello spirito americano.

Francesco Costa descrive i pregi e i difetti di una nazione speciale, capace di creare dal nulla la propria identità e le condizioni per affermarsi come dominus sulla scena mondiale. L’adagio che percorre l’intera opera è che per conoscere i segreti della potenza è necessario avventurarsi nella sua intimità, comprenderne i meccanismi, le ritualità e spesso le motivazioni adagiate sotto la patina dello stereotipo. La potenza americana è l’espressione di un costante ritorno del passato sotto le mentite spoglie della novità. Ogni rivoluzione infatti, che sia essa politica, economica o tecnologica, si nutre dello stesso spirito che ha forgiato nei secoli il progresso della nazione, producendo un’eterna sospensione tra la supposta universalità della propria missione e l’urgente normalità dei suoi problemi.

Scritto da
Michelangelo Morelli

Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche presso l'Università di Bologna, frequenta attualmente il corso magistrale in Scienze Storiche presso il medesimo Ateneo. Appassionato di storia della politica e storia economica, è alunno della Scuola di Politiche.

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