Rapporti di forza e disuguaglianze. Intervista a Michele Raitano
- 21 Ottobre 2019

Rapporti di forza e disuguaglianze. Intervista a Michele Raitano

Scritto da Luca Picotti

8 minuti di lettura

Michele Raitano è professore associato di Politica economica nel Dipartimento di Economia e Diritto della Sapienza – Università di Roma e membro della Redazione del Menabò di Etica e Economia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Dobbiamo preoccuparci dei ricchi?, insieme a Maurizio Franzini ed Elena Granaglia (Il Mulino, 2014) e Il mercato rende diseguali? La distribuzione dei redditi in Italia, curato insieme a Maurizio Franzini (Il Mulino, 2018).

Questa intervista è stata realizzata durante il RiFestival 2019 dedicato al tema del “Potere”, tenutosi a Bologna dal 11 al 14 aprile, nel quadro di una collaborazione che ha prodotto una serie di interviste a relatori che hanno partecipato all’iniziativa.


Iniziamo con una domanda di taglio generale sulle disuguaglianze: quali sono i fattori, sia endogeni che esogeni, che hanno fatto sì che dagli anni Ottanta nei paesi occidentali le disuguaglianze interne abbiano smesso di diminuire e, al contrario, abbiano iniziato ad aumentare?

Michele Raitano: L’interpretazione standard si focalizza sulle cause esogene comuni a tutti i paesi: la rivoluzione tecnologica e la globalizzazione. Le disuguaglianze vengono quindi interpretate come nascenti nel mercato del lavoro – anche se noi parliamo di disuguaglianze di benessere che non è detto siano necessariamente disuguaglianze che nascono nel mercato del lavoro, possono nascere dal capitale, o dall’intervento pubblico. Però questa interpretazione ci racconta che si sono ampliate le differenze tra lavoratori più o meno istruiti e più o meno qualificati, perché da una parte le nuove tecnologie tendono ad aumentare la domanda relativa dei lavoratori più istruiti e dall’altra la globalizzazione tende a diminuire la domanda relativa nei paesi occidentali dei lavoratori meno istruiti. Questa è l’interpretazione standard che, se ci si pensa, è anche molto rassicurante, perché ci dice che le disuguaglianze dipendono dalle qualifiche e che quindi è sufficiente studiare per aumentare l’efficienza e l’equità. Però se fosse così ci dovremmo aspettare che tutti i paesi abbiano lo stesso trend, cosa non vera perché si riscontrano invece fasi di crescita delle disuguaglianze diverse: paesi con lo stesso livello di apertura al commercio internazionale e con lo stesso livello di tecnologie non presentano lo stesso andamento. Contemporaneamente ci dovremmo aspettare che le disuguaglianze fra gli istruiti si riducano, quando in realtà osserviamo come, tra questi, crescano moltissimo, e non è detto che i penalizzati siano proprio le persone a più bassa istruzione perché spesso sono quelli della classe media. Quindi c’è sicuramente un insieme di cause, in cui queste possono contare, ma contano molto anche i meccanismi politici e le politiche nazionali dei singoli paesi: l’esplosione delle disuguaglianze è cominciata infatti negli anni Ottanta proprio perché in quegli anni abbiamo avuto un’inversione di paradigma nei confronti dei sindacati e dei rapporti di forza nei mercati.

L’Italia, tra i paesi occidentali, come si posiziona sul tema delle disuguaglianze in una lettura comparata?

Michele Raitano: Si tende a dire che in Italia le disuguaglianze siano molto alte. Quando guardiamo i dati comparati a livello internazionale vediamo che in Italia le disuguaglianze sono molto alte in termini relativi, ma sono relativamente costanti negli ultimi venti/trent’anni; quindi il livello è alto ma non sembra esserci stata “l’esplosione”. Il problema è che le disuguaglianze sono un fenomeno molto complesso; se noi prendiamo un indice “ultra aggregato”, questo ci fotografa e sintetizza una determinata realtà, ma poi dovremmo andare a vedere chi è che si avvantaggia e chi no, in quale parte della distribuzione si verificano i cambiamenti; quindi l’indice aggregato ci nasconde alcune specificità: noi possiamo anche avere un valore dell’indice di Gini costante però al contempo essere in presenza di processi che portano i super-ricchi ad essere sempre più super-ricchi e i super-poveri ad essere sempre più super-poveri. Non possiamo guardare solo un indice, dobbiamo guardare una molteplicità di fenomeni; se anziché guardare solo le disuguaglianze nei redditi disponibili, che incorporano tasse e trasferimenti, poniamo lo sguardo anche sui servizi pubblici, probabilmente le disuguaglianze aumentano perché i servizi peggiorano; allo stesso modo se togliamo i trasferimenti pubblici e ci focalizziamo su quello che creano i mercati, in Italia i livelli di disuguaglianze sono altissimi e sempre più alti.

Un suo campo di studio, al quale ha dedicato molta attenzione, è quello delle disuguaglianze generate dal mercato, forse troppo spesso trascurate; questo lo si potrebbe spiegare andando a considerare la narrazione economica che da qualche decennio si è radicata nell’immaginario collettivo, una narrazione che tende a giustificare come inevitabili e in alcuni casi addirittura necessarie le disuguaglianze di mercato, con argomenti che vanno dalla disuguaglianza come riflesso della diversa produttività degli individui alla disuguaglianza come fenomeno naturale in un contesto di globalizzazione e progresso tecnologico. Può dirci perché è invece importante studiare le disuguaglianze di mercato e come queste sono cambiate negli ultimi decenni?

Michele Raitano: Quelli che criticano le disuguaglianze tendono a sostenere che queste vadano analizzate solo se creano conseguenze negative, quindi solo se la disuguaglianza fa male alla crescita – tanto è vero che adesso sul tema c’è un po’ più di attenzione e stanno emergendo studi che dimostrano come la disuguaglianza possa essere dannosa per la crescita. Però al di là di questo aspetto, le disuguaglianze andrebbero studiate dagli economisti di per sé per vedere come si formano; e queste si formano sui mercati. Bisogna capire i processi che le formano; quando si studiano questi processi la domanda è: se anche volessimo riferirci a un libro di testo standard del primo anno di economia in cui si dice che gli individui vengono pagati per la loro produttività marginale, gli individui sono veramente pagati per la loro produttività marginale? A guardare bene, la realtà concreta dei mercati è lontana da quella dei libri di testo in qualunque parte della distribuzione, sia per i lavoratori poveri pagati molto poco e che non hanno più la forza contrattuale, sia per le varie forme di lavoratori meno sindacalizzati, sia soprattutto per i cosiddetti “top”: nessun super-ricco è pagato per la propria produttività marginale; sicuramente si appropria di tecnologie a proprio vantaggio, ma in molti casi è una questione di potere. Quindi è importante studiare come i mercati creano disuguaglianze perché non possiamo accettare l’idea che tutto quanto il libero mercato crea sia giusto, preoccupandoci delle disuguaglianze solo se portano conseguenze negative, perché se il mercato crea delle disuguaglianze inaccettabili è doveroso capire cosa le crea e intervenire.

Molto spesso, quando si parla di politiche contro le disuguaglianze, si fa riferimento alla leva fiscale, quindi una tassazione progressiva, e ai trasferimenti. Dal momento in cui si parla poco di disuguaglianze di mercato, poco si parla anche di come agire contro queste storture. Saprebbe dirci alcuni punti sui quali lei riterrebbe necessario agire?

Michele Raitano: Si tende a dire che i mercati non siano un problema e che quindi si debba intervenire a valle con la redistribuzione o a monte creando nei lavoratori quelle caratteristiche di cui si parlava prima (istruzione etc.). In realtà dobbiamo guardare le cause: se vedo che gli individui sono pagati di più a causa del loro background familiare vuol dire che c’è qualcosa che non funziona bene nei mercati e che va eliminato. Pensiamo alle forme di nepotismo, che spesso dipendono dalla mancata concorrenzialità nei singoli mercati; allo stesso tempo se i lavoratori sono pagati molto meno di quanto dovrebbero esserlo perché le imprese si appropriano di gran parte della produzione – perché poco competitive o perché vi sono meccanismi di monopolio o di rendita – bisogna modificare la governance delle imprese, rafforzare la presenza dei sindacati, eventualmente pensare all’introduzione di un salario minimo. Ci sono tanti possibili interventi, di cui gran parte, tra l’altro, realizzabili a costo zero.

Un altro tema molto importante per quanto concerne le disuguaglianze è quello della trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze. Ci può dire se, e in caso quanto, influiscono le caratteristiche della famiglia di origine sui redditi dei figli? Attraverso quale meccanismo questo avviene?

Michele Raitano: Influiscono moltissimo. In Italia ad esempio il 50% del reddito dei figli è associato a quello dei genitori, quindi le disuguaglianze si trasmettono. Anche qui l’interpretazione standard ci dice che questa trasmissione avviene perché i genitori più ricchi possono permettersi di far studiare di più i propri figli e che quindi questi avranno maggiori redditi. Di nuovo il messaggio è: garantiamo l’eguaglianza delle opportunità attraverso l’istruzione. Altri studi che abbiamo fatto mostrano che, soprattutto per l’Italia, l’istruzione spiega molto poco; questo 50%, se pensiamo a figli con lo stesso titolo di studio, diventerebbe un 40%, quindi è chiaro che l’istruzione non basta. Possono esserci delle particolari abilità che trasmettono i genitori, ma un figlio di un avvocato è più bravo perché figlio di un avvocato o perché lavora in un settore nepotistico e di rendite? Il punto di nuovo richiama come funzionano i mercati; soprattutto dove questi funzionano male, è facile che la remunerazione si basi su caratteristiche personali poco correlate alla produttività e alla capacità degli individui ma molto alle origini familiari.

Per ricollegarci a questo ultimo discorso, lei su Etica ed Economia lei ha scritto un articolo dal titolo La scuola italiana e il divario tra ricchi e poveri, in cui dimostrava come fosse mistificante la narrazione, in relazione ad uno studio dell’Ocse, secondo cui la scuola fosse un ottimo strumento per realizzare la cosiddetta eguaglianza delle opportunità colmando così il divario tra ricchi e poveri. Ci può spiegare in cosa consiste la disuguaglianza nel campo dell’istruzione e perché la scuola italiana non riesce a garantire un’effettiva eguaglianza delle opportunità?

Michele Raitano: Quando dico che l’istruzione non basta, ovviamente non dico che non serva. Però non è sufficiente focalizzarsi solo sulla necessità di alzare i livelli di istruzione, anche perché poi non è detto che il mercato risponda ad un numero elevato di sovra-istruiti. Un altro problema è che quello che conta moltissimo, a livello di abilità e conoscenze degli individui, è la composizione scolastica: moltissimi studi mostrano che ci sono i cosiddetti peer-effects, gli effetti dei pari; se si creano scuole-ghetto con poche risorse e minori scambi di informazione si rischia di segmentare la popolazione. Studi dimostrano che quanto più tardi si fa scegliere ai ragazzi fra, ad esempio, l’istruzione professionale, tecnica o generalista liceale, tanto più si allentano i legami con l’origine familiare. Poi non conta soltanto il livello di istruzione, bisogna vedere qual è la qualità delle scuole nei vari territori; se noi facciamo università d’élite e altre soltanto per fare esami, chi è che accede a queste università? Ricreiamo così il modello americano dove solo alcuni possono permettersi le università di maggiore qualità. Quindi, in sintesi, va bene l’attenzione per l’istruzione, ma bisogna capire qual è la funzione di produzione dell’istruzione.

Un altro tipo di diseguaglianza è quella territoriale. Non solo tra Nord e Sud Italia, ma anche tra centri urbani e zone periferiche e aree interne. Si pensi, per fare un esempio generale, al ruolo delle 600 grandi aree metropolitane in cui secondo McKinsey si realizzerà il 65% del PIL globale da qui al 2025. Come porsi dinanzi a questo processo di concentrazione territoriale di ricchezza?

Michele Raitano: È un punto molto interessante. Abbiamo la tendenza a dire che il divario sia solo tra Nord e Sud, quando in realtà vi sono anche delle enormi differenze interne, all’interno di ogni area. In questo quadro, ad esempio, la politica non può limitarsi solamente a strategie di sviluppo per il Sud quando vi sono differenze interne così marcate. Si dovrebbe intervenire sull’elemento cruciale dell’urbanistica, per realizzare strutture abitative meno segmentate fra centro e periferia, anche per favorire quei discorsi di peer-effects e di scambio di informazioni; perché altrimenti andremo verso società sempre più atomistiche in cui ognuno nasce e cresce in un determinato ambiente senza possibilità di interazione, generando così fenomeni di Banlieue; e anche per attrarre investimenti, perché con situazioni di questo tipo tutte le imprese ad alta tecnologia tendono a muoversi verso le aree più ricche mentre le altre rimangono indietro. Quindi secondo me in questo ambito bisognerebbe agire sempre in contatto con urbanisti e sociologi. E per ora si sta facendo troppo poco.

«Le forze che nel periodo post-bellico hanno prodotto una minore disuguaglianza ci aiutano a disegnare le politiche per il futuro, ma da allora il mondo è cambiato profondamente» scriveva Anthony Atkinson. Dinanzi alle profonde trasformazioni che stiamo vivendo, e con la consapevolezza che non ci si può affidare esclusivamente alle ricette del passato, da che bussola ripartire per disegnare un futuro meno diseguale?

Michele Raitano: A mio giudizio bisogna ripartire dal presupposto che le disuguaglianze si generano dai rapporti di forza, che sono profondamente diseguali. L’insegnamento di Atkinson nel primo punto delle sue quindici proposte del libro Disuguaglianza. Che cosa si può fare? era di riequilibrare i rapporti di forza. Abbiamo avuto una narrazione che ci ha detto che questi sono rapporti di forza naturali e che dipendono, come dicevamo prima, da elementi esterni. Dobbiamo ragionare su cosa li ha resi così diseguali e cercare di riequilibrarli. Poi è necessario vi sia la consapevolezza che le disuguaglianze sono un fenomeno complesso: non esiste una ricetta che vada bene per ogni paese e ogni contesto, ma bisogna capire dove e come si generano e pensare a misure adatte al caso specifico. Questo fermo restando la questione sui rapporti di forza, che sono andati in una direzione estrema negli ultimi anni e che bisogna riequilibrare sotto ogni punto di vista.

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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