Providing for the Common Defense. Rischi e ambiguità del rapporto della NDSC: una lettura storica

NDSC

«La notizia della mia morte è fortemente esagerata», rispondeva Mark Twain a coloro che lo avevano dato prematuramente per morto. Quanto potrebbe accostarsi in risposta alla tesi, ormai inflazionata, del declino degli Stati Uniti? Una posizione prudente forse non la condannerebbe.

Nell’immaginario americano, l’idea – o la paura – del declino pare uno zeitgeist sopito, sempre pronto a riaffiorare qualora un evento o una congiuntura ne segnalino la pregnanza. Agli inizi degli anni Settanta fu l’eminente giornalista Walter Lippmann a parlare di «inflazione» di promesse e speranze della supremazia statunitense. Poi fu la volta di Paul Kennedy che introdusse il concetto di imperial overstretching, fino al più recente richiamo di Barack Obama sulla necessità di restaurare la leadership del Paese. Nel mezzo vi furono il Vietnam, la crisi petrolifera, il crollo dell’Unione Sovietica e infine la guerra al terrorismo. Eventi che hanno trasformato la natura stessa del potere americano, cha hanno indotto l’opinione pubblica e l’establishment ad un profondo ripensamento delle sue basi e delle strategie per perpetuarlo.

Sullo sfondo, la cornice dell’ordine internazionale sorto nel 1945 ha retto gli urti, fino al 2008. Tuttavia, tra paura del declino e crisi di sicurezza nazionale vi è un indubitabile differenza oltre che dipendenza: il primo, proprio perché relativo, è legato come direbbe Spykman alla natura «magnetica» della politica internazionale, soggetta agli slittamenti nei campi di forza che sono per una certa misura incontrollabili; la seconda è una percezione, un istinto, una tensione alla ricerca di comprendere e vincere sfide, talvolta ritenute ‘mortali’, per una naturale propensione, tutta americana, a sottrarsi alle regole non scritte della storia e a volte della geopolitica[1].

D’altronde, quando alla fine degli anni Novanta in pieno momento unipolare i falchi neocons, radunati intorno al think thank Project for a New American Century, auspicarono una rinnovata leadership globale americana attraverso il rilancio della postura militare del Paese, non si illusero che tale «[…] process of transformation, even if it brings revolutionary change, is likely to be a long one» in assenza di un ipotetico «catastrophic and catalyzing event – like a new Pearl Harbor»[2].

Nel proseguo dell’articolo risfoglieremo brevemente gli esordi della Guerra Fredda, per cogliere la retorica emergenziale del tempo e ricollegarci nel contesto attuale.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Declino o ‘nuovo secolo americano’?

Pagina 2: Una lettura storica della postura militare americana

Pagina 3: Il riarmo tra la politica domestica e l’arena internazionale


[1] Manlio Graziano, L’Isola al Centro del Mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti, Bologna, Il Mulino, 2018, pp. 371-372.

[2] www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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