“Il melodramma della nazione” di Carlotta Sorba

Il melodramma della nazione

Recensione a: Carlotta Sorba, Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’età del Risorgimento, Roma-Bari, Laterza 2015, 266 pp., 28 euro (scheda libro).


Uno degli aspetti più caratteristici del Risorgimento italiano – almeno agli occhi dei contemporanei – è l’estrema passionalità di cui sembrano essere preda i suoi protagonisti, anche quelli più moderati. È da questa «carica emozionale fortissima» che prende piede l’ultima fatica di Carlotta Sorba, docente di Storia dell’Ottocento presso l’Università di Padova e direttrice del Centro Interuniversitario di Storia Culturale.

Ad essere in discussione ne Il melodramma della nazione non è la particolare forma teatrale che in Italia viene generalmente associata all’opera lirica (e la sua eventuale strumentalizzazione a fini di propaganda nazionalista). Il volume di Sorba si concentra piuttosto sulla genesi e sull’uso politico “nazionale” di una «modalità di narrazione» – quella, appunto, originata dal melodramma – che combina sentimentalizzazione e semplificazione moralistica. In questo senso il melodrammatico assume una forma neutra, non associata né ad una particolare forma culturale né – tantomeno – ad uno specifico significato politico. È un modo di narrare, non una cosa narrata. E tramite esso – questa è la tesi di Sorba – può essere letto il processo di creazione dell’identità nazionale italiana.

Il volume cerca preliminarmente di ricostruire la nascita e la genealogia di questa modalità espressiva in un’ottica europea e transnazionale. Da principio la riflessione illuminista sull’immediatezza del sentimento e sull’utilità pedagogica del teatro trovò il suo sbocco pratico nel decennio successivo alla Rivoluzione Francese. Sulle scene di Londra e Parigi si mise in atto una politicizzazione delle scene, che si legò ad una contemporanea moltiplicazione di sale e pubblico. Da questa «fabbrica del divertimento» uscirono centinaia di testi dai dispositivi spettacolari similari: forma caratteristica del periodo fu il mélodrame, che in breve superò tanto i confini nazionali quanto quelli delle grandi metropoli. Questo spettacolo si caratterizzava per il suo manicheismo morale, la gestualità esagerata, l’estrema fisicità e l’uso emozionale della musica. Il linguaggio semplice ne estendeva la platea potenziale anche ad un pubblico non educato – e non per caso a Parigi si sviluppò in quegli anni una polemica sprezzante nei confronti del bonhomme del Marais che affollava le sale del Boulevard du Temple[1].

Il mélo arrivò quindi anche in Italia, ma per venire presto riassorbito all’interno dell’opera lirica, a cui trasmise il registro patetico e moralistico. Con l’inoltrarsi del periodo napoleonico – e ancora di più con la Restaurazione – la politicizzazione del teatro subì una decisa battuta d’arresto in tutta Europa, slegandosi (almeno temporaneamente) dalla continua espansione degli spettacoli e delle scene teatrali. Questo non fermò la diffusione del registro melodrammatico, che aveva ormai lasciato i palchi per trasformarsi in una modalità espressiva diffusa in ambiti ben diversi da quello specificatamente culturale. In particolare la narrazione propria del melodramma – proponendo una «certificazione dell’esistenza di un ordine morale» sempre vincente – si prestò particolarmente ad un utilizzo politico.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il melodramma della nazione

Pagina 2: Il melodramma come narrazione dell’Italia oppressa

Pagina 3: Il melodramma e la costruzione dell’identità nazionale


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26 anni. Dottorando in storia all'Istituto Universitario Europeo di Fiesole. Redattore di TRed e presidente dell'Associazione Fornaci Rosse di Vicenza. Su Twitter è @StePoggi.

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