Guerre e crimini contro l’umanità. Che fine ha fatto la Responsabilità di Proteggere?

Responsabilità di Proteggere

A più di dieci anni dalla sua adozione in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la dottrina della Responsabilità di Proteggere (Rdp) resta tutt’ora controversa. Il dibattito verte particolarmente intorno al suo significato politico e giuridico. Ancor più controversa rimane la possibilità di utilizzo della forza da parte degli Stati per porre fine a gravi casi di atrocità di massa. D’altronde, l’uso della forza motivata da ragioni umanitarie, è una costante della storia politica internazionale.

Secondo questa dottrina di matrice onusiana –tema centrale dell’articolo- spetterebbe agli Stati proteggere i propri cittadini dalle atrocità di massa, dalle più gravi violazioni dei diritti umani; se tuttavia lo Stato non si facesse carico di questa responsabilità, o sia esso stesso l’autore di tali violazioni, è la comunità internazionale che può e deve agire. Come è noto, in politica, teoria e prassi viaggiano su due binari paralleli. Infatti, se la dottrina della RdP rappresenta il primo passo verso una responsabilizzazione collettiva degli Stati nei confronti dei propri cittadini, come mai, alla luce dei molti conflitti aperti, di atti di ribellione e sollevazione essa trova scarsa applicazione?

Di fronte agli innumerevoli conflitti aperti[1], senza tralasciare le specificità di ognuno, e ai diversi casi di persecuzione statale[2] e collasso delle autorità di governo[3] il concetto della RdP assume un carattere di attualità. L’importanza della dottrina si deve al fatto che, a partire dal 2005, essa rappresenta il primo tentativo concettuale ed integrale della società internazionale di porre rimedio alle atrocità di massa che colpiscono le popolazioni civili a seguito di repressione statale, ribellioni, campagne di contro-insurrezione e uccisioni sistematiche. La sua conflittualità si deve al fatto che questo concetto di recente formazione all’interno del complesso sistema delle Relazioni Internazionali riporta in auge vecchi dibattiti in seno alla società internazionale. Tra questi, si annoverano il conflitto tra i principi del sistema westfaliano degli Stati e i diritti degli individui; il complicato rapporto tra etica e politica che in questo caso si manifesta nella tensione tra protezione dei diritti umani e il perseguimento degli interessi nazionali; il contrapporsi di due concezioni della sicurezza, come il paradigma della human security e la più classica concezione della sicurezza nazionale. Inoltre resta aperto lo scontro tra i partigiani del “mito di Westfalia”, sostenitori di un modello di sovranità aperta, contro coloro che appoggiano un modello di sovranità chiusa, inviolabile.

La tesi centrale di questo articolo è che il concetto della RdP, seppur nobile nella sua formulazione teorica incontra una serie di ostacoli di carattere storico, giuridico e politico-militare che ne minano non solo l’intelaiatura logica ma anche la ratio applicativa, soprattutto nei casi in cui viene invocato l’uso della forza per mettere fine ad atti di genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica[4].

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Indice dell’articolo

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Pagina 2: La Responsabilità di Proteggere nel sistema delle Relazioni Internazionali

Pagina 3: La marginalizzazione della Responsabilità di Proteggere


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Nato ad Ancona nel 1992. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di Politica e Sicurezza Internazionale, con un taglio multidisciplinare che spazia dalla filosofia alla sociologia agli Studi Strategici, con particolare riferimento ai problemi dell’uso della forza, della sicurezza e dei diritti umani.

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