“Sconfiggere il terrorismo. L’evoluzione della minaccia jihadista” di Andrea Manciulli
- 22 Novembre 2017

“Sconfiggere il terrorismo. L’evoluzione della minaccia jihadista” di Andrea Manciulli

Recensione a: Andrea Manciulli, Sconfiggere il terrorismo. L’evoluzione della minaccia jihadista e gli strumenti di contrasto, Edizioni Camera dei Deputati, Roma 2017, pp. 270

Scritto da Enrico Cerrini

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L’attentato alla redazione parigina di Charlie Hebdo del gennaio 2015 ha segnato uno spartiacque nel modo in cui l’opinione pubblica europea guarda al terrorismo internazionale. Insieme agli attentati successivi, ha alimentato la sensazione che non sia possibile vivere serenamente nelle metropoli europee ed ha contribuito a montare un clima di razzismo e intolleranza. La percezione di questa minaccia è amplificata da quello che accade in Medio Oriente, dove si è formato uno stato che si auto-definisce islamico e che ci appare responsabile degli attacchi in Europa. Lo Stato islamico terrorizza l’opinione pubblica malgrado quest’ultima sia poco informata al riguardo, fatta eccezione per gli orrori che esso stesso diffonde attraverso uno spregiudicato uso dei media.

Difficilmente comprendiamo i meccanismi che dal deserto siriano esportano la guerra in Europa. Ciò causa una paura spropositata e indiscriminata verso il diverso che conduce alla volontà di isolarci all’interno del nostro continente erigendo nuove barriere. L’On. Andrea Manciulli, parlamentare del Partito Democratico e presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, prova a fare chiarezza rendendo accessibile il lavoro svolto sia all’interno del Gruppo Speciale per il Mediterraneo e il Medio Oriente dell’Alleanza Atlantica sia nel Parlamento italiano. L’Autore intende presentare materiale di studio non solo per gli addetti ai lavori, ma per tutti i cittadini interessati. Tale esposizione aiuta a comprendere come la risposta culturale e formativa inserita nella Proposta di Legge, e illustrata nel capitolo conclusivo, possa rivelarsi più utile della mera azione repressiva per sconfiggere un nemico che appare intangibile.

Il volume si divide in cinque parti. I primi tre capitoli riportano i rapporti del Gruppo Speciale per il Mediterraneo e il Medio Oriente dell’Assemblea parlamentare della Nato redatti dall’autore negli anni 2015, 2016 e 2017. Il primo tratta dell’ascesa dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Daesh nell’acronimo arabo) in Medio Oriente, il secondo della crescita dell’organizzazione in Libia e il terzo del rischio della radicalizzazione in Europa. Gli ultimi due capitoli illustrano la normativa sul terrorismo: il quarto fa il quadro della legislazione esistente, mentre il quinto illustra la norma in corso di approvazione parlamentare Misure per la prevenzione della radicalizzazione e dell’estremismo jihadista (A.C. 3558-A) di cui Manciulli è primo firmatario insieme all’On. Dambruoso.

 

Le “tre teste” di Daesh

Lo Stato islamico è descritto dall’Autore come una sorta di Idra di Lerna dotata di tre teste ognuna delle quali si muove in un determinato campo. Daesh è infatti capace di esercitare sia una minaccia convenzionale (simmetrica), dotata di un’organizzazione statale e di un esercito, sia una minaccia asimmetrica, tipica delle organizzazioni terroristiche. Al tempo stesso, Daesh sa perfettamente giocare nel campo mediatico. Grazie alle tre teste, lo Stato islamico impatta maggiormente sulla popolazione civile rispetto al predecessore Al Qaeda.

L’organizzazione è nata da una costola di Al Qaeda in Iraq a seguito della morte del leader al Zarqawi, quando fu fondato lo Stato Islamico in Iraq, gruppo costituito principalmente da iracheni, guidato da Abu Omar al Baghdadi e caratterizzato da un’agenda più localistica. Abu Bakr al Baghdadi ne divenne leader nel 2010, a seguito della morte del suo predecessore. All’interno dei centri di detenzione come Camp Bucca, il nuovo capo strinse i contatti con le forze baathiste di Saddam Hussein che il governo sciita di Baghdad aveva escluso dall’amministrazione del Paese.

Anche con l’aiuto della letteratura accademica, dopo aver analizzato la storia dell’organizzazione, Manciulli descrive la struttura di Daesh. La forma statale è stata agognata anche da Al Qaeda ma Daesh ne ha anticipato i tempi di realizzazione. Il territorio conquistato è diviso in Province (Wilayat), ciascuna governata da un Governatore (Wali) e dotata sia di un apparato amministrativo, il quale si occupa prevalentemente di sicurezza e di educazione islamica, che di un apparato per i servizi, il quale si concentra sulle infrastrutture.

L’esercito è articolato su tre livelli separati, in modo da limitare le infiltrazioni, e basato sul principio di indipendenza delle unità militari. Il primo livello rappresenta la leadership centrale composta da una dozzina di membri che comprendono l’Emiro generale e i responsabili dell’addestramento e dell’intelligence. Il secondo è formato da 27 leader territoriali volti ad agevolare le comunicazioni tra il primo e il terzo livello. Infine, 61 comandanti militari con un passato nell’esercito di Saddam Hussein appartengono al terzo livello. Ciascuno di essi conosce e comunica con solo uno dei 27 leader territoriali.

La struttura esecutiva vede come organo principale il Consiglio della Shura, composto da una decina di membri nominati dall’Emiro Generale. Il Consiglio della Shura è responsabile degli aspetti organizzativi e della nomina di comandanti ed emiri. Il suo lavoro è affiancato da altri Consigli tematici (militare, mediatico, intelligence, religioso, servizi postali, etc.). Gli uffici di governo sono ubicati a Raqqa e attuano le direttive in materia di salute, istruzione, sicurezza e rapporti con le tribù locali. Malgrado gli uffici impongano tasse di vario genere, la principale fonte di reddito per Daesh è rappresentata dai proventi delle attività illegali. Infine, organo di una certa importanza è l’Hisba, la polizia religiosa che verifica l’applicazione della legge.

L’abile sfruttamento dei media amplifica la minaccia asimmetrica posta dallo Stato islamico. La qualità della comunicazione è garantita da video seriali tradotti in diverse lingue per raggiungere un pubblico internazionale. I messaggi aggressivi rappresentano un’operazione di marketing volta a consolidare il brand di Daesh attirando sostenitori, per lo più giovani emarginati e inclini alla violenza a cui viene fornito un senso di appartenenza non riscontrabile nelle comunità in cui vivono. La radicalizzazione è quindi un tentativo di trovare una radice dopo anni di marginalizzazione, oltre che il risultato della diffusione di dottrine estremiste e manichee che attirano individui insoddisfatti, in genere con un passato nella microcriminalità. Il carcere si presta come grande bacino di reclutamento di queste personalità.

Il messaggio di radicalizzazione attira anche una parte di insospettabili, musulmani istruiti e apparentemente integrati. Grazie ai media, si compie il fenomeno dello jihad individuale, lotta condotta da cellule piccole e separate in grado di intraprendere azioni con mezzi artigianali in modo da accrescere il senso di vulnerabilità nella popolazione civile, così come teorizzato dal siriano Abu Musab al-Suri. Le azioni dei cosiddetti lupi solitari non sarebbero state quindi riconducibili ad una regia unitaria anche se nel 2016 si è ipotizzata l’esistenza di una centrale operativa responsabile dell’organizzazione. L’arretramento di Daesh in Medio Oriente potrebbe riunire i lupi solitari con i foreign fighters partiti dal vecchio continente per combattere il dittatore Bashar al-Assad, aumentando la vulnerabilità delle nostre città.

Un altro pericolo per l’Europa è rappresentato dai Balcani, laboratorio di radicalizzazione a causa della presenza di veterani delle guerre jugoslave e di istituzioni poco solide. Particolarmente in Bosnia e Kosovo sono proliferate organizzazioni non governative capitanate da imam radicali e finanziate con fondi provenienti dai Paesi del Golfo, capaci di generare numerosi terroristi che si sono distinti in Siria e Iraq. Lo stesso utilizzo di tale area come via di transito di foreign fighters dall’Europa alla Siria e viceversa rappresenta un campanello d’allarme per i servizi segreti del vecchio continente.

 

Conclusioni

Dopo la presentazione della legislazione contro il terrorismo esistente in Europa, per lo più mutata a seguito dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, l’autore illustra la proposta di legge volta a combattere la radicalizzazione. In coerenza con quanto descritto precedentemente, la proposta non prevede misure repressive, già presenti nel nostro ordinamento, ma piani incentrati sul monitoraggio e la prevenzione del fenomeno.

Si prevede la creazione di un comitato parlamentare di monitoraggio della radicalizzazione e di un Centro nazionale sulla radicalizzazione (CRAD) che elabori un piano strategico per prevenirla. Non meno importanti sono i programmi di contrasto che comprendono sia l’utilizzo dei media che piani formativi linguistici e di dialogo interreligioso rivolti a chi si trova in contatto con individui a rischio radicalizzazione, come le forze armate, i corpi di polizia locale, il personale docente e quello penitenziario.

La proposta di legge appare coerente con lo studio del fenomeno, ma, come spesso accade, rischia di ottenere risultati parziali qualora le armi mediatiche e formative fossero applicate in modo particolarmente inefficace. Inoltre, potrebbe arrivare al momento del voto finale eccessivamente depotenziata. Ad esempio, la proposta di attuare politiche attive del lavoro per gli individui a rischio di radicalizzazione è stata soppressa durante il passaggio in commissione. Pare quindi opportuno un costante monitoraggio degli esperti nelle fasi di approvazione e applicazione.

A seguito dell’illustrazione della proposta di Legge in corso di approvazione, il libro si conclude con riflessioni generali relative ai valori democratici propri del mondo occidentale e al protagonismo delle nostre istituzioni, in particolare la NATO e l’UE, identificati come elementi necessari a combattere la radicalizzazione in Europa e Daesh in Siria.

Si lasciano aperte un paio di questioni fondamentali che meriterebbero una nuova trattazione. La prima è come sia possibile ridare forza ai principi democratici che appaiono oggi diritti acquisiti poco stimolanti, soprattutto in un mondo unipolare privo di una competizione ideologica come fu durante la guerra fredda. La seconda pone la domanda se dopo anni di interventismo militare non sia arrivata l’ora di tenere un profilo più basso, aprendosi al mondo senza dettare le proprie condizioni e intervenendo solo dietro le quinte con abili manovre di intelligence laddove sia strettamente necessario.

Scritto da
Enrico Cerrini

Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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