“Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco” di Neve Gordon e Nicola Perugini
- 02 Aprile 2026

“Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco” di Neve Gordon e Nicola Perugini

Recensione a: Neve Gordon e Nicola Perugini, Scudi umani. Una storia dei corpi sulla linea del fuoco, traduzione di Mariachiara Eredia, Laterza, Roma-Bari 2025, pp. 280, 20 euro (scheda libro)

Scritto da Floriana Savino

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«C’è una maturità postuma anche delle parole che vengono fissate»[1], annotava più di un secolo fa lo studioso e filosofo tedesco, Walter Benjamin. Nell’infausto attuarsi di una contemporaneità in preda ad una violenza istituzionalizzata, Neve Gordon e Nicola Perugini, con un nuovo progetto di ricerca e approfondimento, fanno ritorno al tema dei diritti umani e al conseguente attuarsi del loro riconoscimento all’interno di un assetto mondiale multipolare.

Come ha per tempo illuminato Michel Foucault: «Il grande gioco della storia sta in chi s’impadronirà delle regole, chi prenderà il posto di quelli che le utilizzano, chi si travestirà per pervertirle, le utilizzerà a controsenso e le rivolgerà contro quelli che le avevano imposte; chi, introducendosi nel complesso apparato, lo farà funzionare in modo tale che i dominatori si troveranno dominati dalle loro stesse regole»[2]. Proseguendo così in un’analisi, puntualmente restituita nel suo contesto generale già a partire dal 2016 con la pubblicazione del saggio Il diritto umano di dominare, ad esser ora argomentata è l’immagine, ed essenza, degli scudi umani all’interno dello spazio della lotta e della belligeranza. Come riferiscono, a tal proposito, gli autori: «L’uso strumentale degli scudi umani a Gaza ci insegna che le leggi della guerra – le stesse che dovrebbero regolare i conflitti e renderli più umani –, […] possono essere usate per normalizzate il “crimine dei crimini”: la distruzione di un popolo, in tutto o in parte»[3].

Andando dalla Palestina al conflitto in Ucraina, con il volume Scudi umani. Una storia di corpi sulla linea del fuoco, Gordon e Perugini ripercorrono la storia frastagliata di corpi, trasversalmente innocenti, gettati in pasto alle logiche, spietatamente insane, di ogni buon conflitto di appropriazione e dominazione. Come si segnala sin dalle prime battute: «[…] la storia degli scudi umani è una storia di corpi: corpi messi in gioco per imporre forme di dominio o per opporsi ad esse. È una storia che non parla […] solo di vittime e aguzzini, crudeltà e atti disumani, ma anche di manifestazioni di immenso coraggio, come quello degli attivisti che hanno rischiato di morire per salvare altre persone»[4].

Celebrando l’importanza e la stringente necessità di riportare quanto accade nel presente all’interno di un contesto, che abbia memoria di una storia intesa come concatenazione di eventi, aventi causa ed effetto, il volume si dedica ad una ripresa puntuale (e per sezioni) dei periodi storici e delle battaglie che hanno contrassegnato il gran cambiamento, o il rinsaldarsi, di istanze e visioni sul ruolo, uso e destino dei corpi tra gli intrighi e le distorsioni della guerra.

Tra le pagine offerte trova così spazio un più che mirabile approfondimento sulla figura del cosiddetto “invasore indigeno”: una irrealistica presenza, costruita in favore della più bieca distorsione della realtà e della storia, con il fine ultimo di giustificare il perenne furto coloniale dei dominatori su quanti, arbitrariamente, vengono tacciati in qualità di “vinti sottomessi”.

Andando dalla guerriglia urbana alla “guerra di popolo” teorizzata da Mao Zedong (che ha, peraltro, riscosso gran fortuna nel più che motivato impegno civile nel corso della guerra del Vietnam), Gordon e Perugini si fanno narratori di una serie di eventi e dinamiche che, ciclicamente, sembrano far ritorno nei conflitti di ogni tempo: «I discorsi sui diritti umani hanno il potere di plasmare categorie morali e legali (vittime e carnefici), e di invertire e sovvertire la definizione dei rapporti di potere all’interno dei quali esse vengono mobilitate. Queste inversioni aiutano a svelare come i diritti umani, ritenuti dalla maggior parte delle persone strumenti progressisti e di liberazione, possano altrettanto facilmente essere connessi alla dominazione. Con ciò non si vuol dire che il rapporto tra diritti umani e dominazione sia un fatto nuovo, quanto che esso è diventato molto più esplicito una volta che le nuove forme di appropriazione che stiamo descrivendo si sono diffuse in tutto il mondo»[5].

All’interno del capitolo dedicato all’incursione colonialista dell’esercito italiano in Etiopia, nel corso del ventennio fascista, i due autori riportano all’attenzione quella che fu la causa scatenante, la ricerca di nuove risorse e nuove terre da soggiogare, assieme alla lettura d’azione enfatica, che il regime si apprestò a dare in pasto al popolo italiano. Accordandosi alle importanti ricerche dello storico Michael Palumbo, che in un’opera altrettanto fondamentale ha percorso la storia dei crimini fascisti in terra d’Africa, si legge: «A questo mondo il diritto del più forte è sempre prevalso. Nella natura stessa è il più forte, il più adatto a creare cose grandiose, a uscirne vincente. E così accade anche qui». [il funzionario] spiegò chiaramente l’obiettivo dei fascisti: l’Italia aveva un crescente eccesso di popolazione; era quindi necessario uno sbocco per sistemare questa gente, quindi, l’Italia aveva bisogno di «un posto al sole». Non ci sarebbe stata più alcuna indulgenza con gli arabi: se avessero opposto resistenza alla colonizzazione italiana «tanto meglio». Il commissario terminò il suo discorso con una affermazione terrificante: «Una simile massa di individui sporchi ha forse il diritto di vivere quando priva una giovane e operosa Nazione di ogni necessità vitale?»[6].

Sull’onda della medesima convinzione, con un’enfasi e un orgoglio mai redento, gli stessi diari[7] del figlio del Duce, Vittorio Mussolini, celebrarono la campagna d’Etiopia annoverando anche un mirare diffuso e impunito verso le strutture sanitarie, nonché le tende della Croce Rossa. Come un tempo si fece, difatti, ricorso alla tanto razzista quanto diffamatoria concezione della “perfidia nera” – accompagnata dal pregiudizio di inciviltà e arretratezza rispetto al lungimirante e ricco mondo europeo –, in egual misura, oggi, si ode giustificare la distruzione di sempre più ospedali in nome di un falsato e semplicistico intento di annientamento di probabili covi terroristici.

In quella che a tutti gli effetti fu l’apertura a una più che distruttiva guerra iper-moderna (con tanto di spedizioni aeree pronte a devastare lo spazio di sostentamento e, così, larga parte del paesaggio nemico), Benito Mussolini – che dal mondo della stampa ben proveniva –, fiutò sin da subito l’essenzialità di affidare alla propaganda informativa il controllo delle menti e la spinta animalesca, in favore della battaglia contro un “nemico barbarico”. La stessa grande e osannata storia dell’antica Roma fu messa, così, al servizio distorto di una narrazione incitante alla lotta contro lo straniero ed essenzialmente il “diverso” per tradizioni, lingua madre e colore della pelle. Ad essere ricercati per la nuova Patria erano difatti: «[…] spiriti liberi, rinvigoriti nella guerra, nella solitudine, nel gran pericolo […] spiriti dotati di una sorta di sublime perversità, spiriti che ci libereranno dall’amore per il nostro vicino»[8].

Prima ancora dell’affinamento dei più terribili impieghi dell’alta tecnologia e dell’intelligenza artificiale in campo di guerra e scontro armato, il fascismo seppe dettare la linea di una prepotenza orgogliosamente sporca, tanto nei suoi intenti quanto nell’operato messo a punto. Si legge ancora in Palumbo, riguardo la spinta fascista in terra d’Africa: «Scipio Sighele, uno dei membri più importanti dell’organizzazione, sosteneva che la conquista della Libia era categorica per l’Italia, perché le condizioni barbare e arretrate di quel paese richiedevano la missione civilizzatrice dell’Italia, così come era successo nei tempi antichi. Giuseppe Bevione, un altro nazionalista, sosteneva che l’Italia aveva un diritto quasi divino su quella terra. Scrisse: “Tripoli è la terra promessa assegnata all’Italia per destino”»[9].

Muovendo tra le maglie di una storia tragicamente in corso d’opera, Gordon e Perugini dimostrano una grande padronanza e una notevole sensibilità nell’offrire in materia di diritti umani una lettura che tenga conto dell’influenza di un potere sotteso, spesso inconscio, che vien trattenuto ancora una volta dalle mani «di una sola e ristretta parte di mondo». A tal proposito, già nel saggio Il diritto di dominare, veniva ricordato: «A causa di questa funzione epistemica dei diritti umani, e dato l’intrinseco collegamento tra la violenza e il concetto moderno dell’umano – soprattutto per quanto riguarda l’idea moderna della guerra umana come quel genere di guerra in cui la violenza non è indiscriminata ed è esercitata con una qualche forma di moderazione e in base ad alcuni principi regolatori –, non ci si può sorprendere che le istituzioni della sicurezza statale che detengono il “monopolio della violenza legittima” abbiano anch’esse cominciato a chiamare in causa nei loro interventi il diritto umanitario e la legislazione sui diritti umani»[10]. Il cortocircuito sugli standard della violenza tollerata, e in parte giustificata, finisce per chiamare in causa larga parte di quelle nefandezze quotidiane che, seppur trasmesse in presa diretta, non riescono a modificare drasticamente il corso di un agire inqualificabile. «Quando la violenza e la violazione dei diritti umani diventano parte della normalità e sono oggetto di una “routine della denuncia”, esse, come ha osservato Lori Allen, finiscono per essere ovunque e in nessun luogo in particolare»[11].

Nel momento in cui l’abisso non esterna alcuna remora nel mostrare le sue acque torbide, un’umanità in larga parte distratta naviga tra le onde e le più infide reti di una propaganda meschina, che non ha nulla da spartire con il credo nobile e luminescente di un “parteggiare” di gramsciana memoria. In un coagulo di materia amorfa e confusa, l’opinione pubblica viaggia dispersa tra l’oscenità di una violenza continua, sempre più calibrata a norma di una tragica consuetudine, che non vuole o non sa finire. «L’economia morale della violenza è sia un riflesso del potere sovrano, che una specifica forma di potere. È il potere di definire e determinare l’impiego razionale della violenza, il potere di distinguere il suo utilizzo morale da quello immorale. Hobbes ci dice che il sovrano ha “il diritto di giudicare quali opinioni e dottrine siano avverse alla pace, e quali favorevoli a essa”. In questo modo, Hobbes collega il diritto sovrano di uccidere con la decisione sovrana in merito a quando sia giusto farlo e come sia meglio descriverla […] In On the Postcolony, Achille Mbembe descrive un processo simile quando osserva che nella colonia la violenza iniziale è sempre presentata come necessaria alla pace»[12].

In una gabbia definita per tempo “a cielo aperto” – tra case sventrate, frammenti di una vita passata, rovine e corpicini ancora ingabbiati tra le macerie –, un giorno accade che la più efficiente delle strutture progettate al di fuori per intrattenere dissidenti e carcerati, si faccia teatro dell’ostentazione di una oscenità. Potendo accadere, allora accade che ad un uomo, ad ogni singolo uomo isolato nella sua punizione e condanna, venga mostrato cosa resta dell’unica ragione per cui, probabilmente, si è ripromesso di rimanere in vita. In un caldissimo agosto, in qualche angolo di mondo assopito nelle vacanze, i giornali e le reti di informazione diffusa hanno narrato – con il solito aplomb e una buona dose di indignazione –, che ad uno, due, tre e più uomini è stato mostrato quel che resta della loro casa, probabilmente del loro quartiere, delle povere città martoriate della Striscia di Gaza.

Sulla linea del fuoco, poi, il destino di un uomo può attuarsi “al bussar del tetto”, quando il pilota di un velivolo militare, in posizione d’attacco, sarà clemente nel segnalare l’inizio della fine con un piccolo ordigno dal tocco che perversamente qualcuno avrà pur sempre immaginato salvifico e fatato. Dal toc toc, come sulla porta fa una presenza amica, i minuti saranno concitati. Se riuscirai a correr via ti consacrerai come il civile innocente, per questa volta scampato. Se la buona sorte ti avrà tradito, domani, sta tranquillo domani, qualcuno farà per te, annoverandoti tra gli accidentali scudi umani di un dato per irrinunciabile progetto di morte.

Nel suo perpetrarsi e prolungarsi con sempre più violenza, la distruzione della Striscia di Gaza ha portato studiosi, scrittori e intellettuali ad abbandonarsi ad una scrittura che ha contato della consegna di opere che sono la carezza alla vita, di cui sembra ancora esser carente l’impegno concreto di un’opinione pubblica cosciente e realmente unita. Se le lotte sessantottine per la cessazione dei bombardamenti sul Vietnam hanno saputo, difatti, restituire l’immagine di una giovinezza pronta a battersi per la sofferenza di sconosciuti all’altro capo del mondo, con molta probabilità, della sofferenza inflitta a Gaza resterà la più triste e struggente immagine di un gigante del pensiero e della scrittura, che in solitaria rammenta e rimugina i più consolatori sotterfugi dei tanti. Tra quei passi, come in una gabbia, alberga attivamente il senso di colpa. Inevitabilmente la più sdegnosa rabbia. 

«La bambina in barella crede che sia la fine. Un uomo le dice, Enti zayy el ‘amar. Sei come la luna. Anche in questo caso la traduzione non rende. Non c’è un equivalente nelle altre lingue per la genealogia di questa espressione, una storia che attraversa generazioni di vecchi film, canzoni d’amore e riunioni di famiglia. Ascoltate il tono pacato di gioia e di supplica, una supplica schietta che trasporta le parole quando l’uomo dice alla bambina che è ancora viva mentre tanti altri sono morti e che la sua bellezza va ben oltre i confini di questo mondo. Qualcosa è finito qui, Ma qualcos’altro ha inizio. I morti scavano pozzi nei vivi» – Omar El Akkad[13].


[1] Walter Benjamin, Il compito del traduttore, in Angelus novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 1982 / 2014, p. 43.

[2] Michel Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia in Microfisica del potere, Einaudi, Torino 1982, p. 41.

[3] Neve Gordon e Nicola Perugini, Scudi umani. Una storia di corpi sulla linea del fuoco, Editori Laterza, Bari-Roma 2025, p. 221.

[4] Ivi, p. 7.

[5] Neve Gordon, Nicola Perugini, Il diritto umano di dominare, nottetempo, Milano 2016, pp. 23-24.

[6] Michael Palumbo, Le atrocità di Mussolini. I crimini di guerra rimossi dell’Italia fascista, Edizioni Alegre, Roma 2024, p. 84.

[7] Ne derivò la pubblicazione Vittorio Mussolini, Voli sulle Ambe, Sansoni, Firenze 1937.

[8] Michael Palumbo, Le atrocità di Mussolini, op. cit., p. 52.

[9] Ivi, p. 81.

[10] Neve Gordon e Nicola Perugini, Il diritto umano di dominare, op. cit., p. 25.

[11] Ivi, p. 79.

[12] Ivi, pp. 129-130.

[13] Omar El Akkad, Un giorno tutti diranno di essere stati contro, Feltrinelli, Milano 2025, p. 13.

Scritto da
Floriana Savino

Laureatasi con lode in Arti Visive, alterna l’interesse per l’espressione artistica alla continua ricerca in ambito architettonico e antropologico-culturale. Come autrice e referee collabora con la rivista scientifica «Papireto». Per i più recenti seminari a cui ha preso parte, si annoverano: il Convegno Internazionale Inheriting Umberto Eco per la Fondazione Alma Mater e Università di Bologna, il Convegno Internazionale Donna Arte Società per Università dell’Insubria, Materie e tecniche dell’arte per ABA Palermo, il Convegno Internazionale Collezionare e insegnare per Università degli Studi di Messina. Collabora con le testate di settore: «Collater.al», «ATPdiary», «Limina Rivista», «Nuova Museologia», «art a part of cult(ure)» e «Kairos rivista». Ha insegnato Storia dell’Arte Moderna e Linguaggi dell’Arte Contemporanea in ABA Sanremo e LABA Rimini. Attualmente è docente di Estetica e Storia della Stampa e dell’Editoria presso LABA Rimini.

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