“Sette ragioni per amare la filosofia” di Giuseppe Cambiano
- 14 Maggio 2019

“Sette ragioni per amare la filosofia” di Giuseppe Cambiano

Recensione a: Giuseppe Cambiano, Sette ragioni per amare la filosofia, il Mulino, Bologna 2019, pp. 216, euro 15, (scheda libro)

Scritto da Giulio Pignatti

6 minuti di lettura

È un vecchio vizio di chi si ritrova spesso a maneggiare libri, soprattutto saggi, quello di correre veloce, ancor prima di iniziare a leggere, in fondo al volume, a sbirciarne la bibliografia o l’elenco dei nomi citati.

Scorrendo l’Indice dei nomi del nuovo libro del professor Giuseppe Cambiano, Sette ragioni per amare la filosofia, edito da il Mulino e uscito da poche settimane nelle librerie, è inevitabile rimanere colpiti dall’assenza quasi totale di “filosofi”, o almeno di quegli autori che tradizionalmente vengono chiamati tali. Niente Cartesio né Hegel; non viene citato Aristotele né mai compare il nome di un Heidegger. È senza dubbio questa la caratteristica che, anche seguendo l’esposizione e l’argomentazione di Cambiano, professore emerito di Storia della filosofia antica alla Scuola Normale Superiore di Pisa e già docente all’Università di Torino, colpisce il lettore: una introduzione alla filosofia e alle ragioni per cui appassionarsene è condotta innanzitutto attraverso frammenti di grande letteratura o di sceneggiature cinematografiche.

È passando da Philip Roth a Truffaut, da Matt Damon a García Márquez che vengono introdotte via via tematiche e problemi tipicamente filosofici. Anche nelle rare occasioni in cui vengono citati testi “canonici”, Cambiano preferisce riportarci un episodio che fece ridere l’apparentemente gelido Immanuel Kant – un indiano stupito dalla schiuma della birra di un inglese – o un aneddoto raccontato da John Locke. Il risultato un po’ straniante è che, laddove l’autore dipinge una prospettiva delle principali idee e problematiche del pensiero occidentale (ad esempio nel quarto capitolo), emerga una storia della filosofia costruita attraverso le contrapposizioni tra “alcuni…” ed “altri…”.

È evidente, nonché esplicitato da Cambiano stesso, quale sia l’intento di questo approccio originale. Le «sette ragioni» che compaiono fin dal titolo – che, brevemente, consistono nella capacità della filosofia di insegnare a 1) sollevare domande, 2) usare le parole, 3) ricercare risposte e costruire ragionamenti, 4) apprezzare il valore dei dissensi, 5) superare le barriere (innanzitutto degli specialismi), 6) capire altri tempi e 7) altri mondi – queste ragioni, dicevamo, sono chiarite, scrive l’autore nell’Introduzione, «attraverso eventi, comportamenti e affermazioni di personaggi di opere letterarie o cinematografiche, che rappresentano in maniera vivida come domande e risposte filosofiche possano avere rilevanza anche sul piano della vita quotidiana degli individui, sia nella sfera privata, sia in quella pubblica» (p. 9). Innanzitutto, quindi, mostrare che il pensiero filosofico non è qualcosa di solamente tecnico, riservato a degli specialisti, oppure qualcosa di iperuranico, lontano dall’esperienza personale. E del resto, che al cuore della filosofia stia la non-filosofia, un incontro, uno thauma, un’esperienza quotidiana, è un assunto che torna costantemente nella filosofia, da Platone fino a Deleuze.

 

Dal particolare all’universale

Ma si può rinvenire, leggendo tra le righe del testo, un senso più profondo dell’operazione di Cambiano. In un passaggio in cui l’autore tratta del rapporto tra filosofia e letteratura, si legge, in relazione alle finzioni letterarie: «A volte però [il lettore] sente affiorare il pensiero che qualcosa del genere potrebbe capitare anche a lui, di doversi trovare anche lui di fronte a scelte difficili o subire vicende traumatiche. Ciò che riguarda un singolo personaggio assume allora una portata generale» (pp. 68-69); e poco più avanti viene evidenziato come romanzi e film tentino di sottrarsi alla creazione di stereotipi astratti. La letteratura (così come il cinema), insomma, non fornisce contenuti generali “preconfezionati”, ma ogni lettore è portato, immergendosi nella storia, ad eseguire quel movimento che, dal particolare delle vicende e dei personaggi della trama, porta al generale dell’«esempio di una situazione possibile». Ed effettivamente sembra proprio questo movimento, così ben rappresentato nell’esperienza letteraria, a caratterizzare il nucleo dell’attività filosofica per Cambiano, che del resto testimonia così la sua natura di antichista.

Il pensiero è ciò che dal particolare conduce al generale, all’universale. Questa chiave interpretativa innerva molte delle tematiche affrontate dall’autore. Il movimento dal particolare al generale è anche, ad esempio, il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la montaliana «ora che indaga». Che il libro sia rivolto innanzitutto ai giovani è esplicito fin dalle prime righe dell’Introduzione, e la filosofia sa venire incontro, per Cambiano, proprio a questa disposizione a «porre questioni su aspetti generali del mondo e della vita, per cercare di comprenderli e capirli anche a prescindere dalle situazioni singole» (pp. 20-21). L’emergere della riflessione e della capacità di pensare muove contro lo stato di passività del seguire ciò che dicono e fanno gli altri, dell’accontentarsi delle risposte fornite dai propri genitori. Come la buona letteratura è quella che sa tenersi lontana dagli «stereotipi astratti», così un autentico movimento di pensiero non si appaga di soluzioni facili ed estrinseche, quelle dell’abitudine, delle credenze condivise, dell’autorità genitoriale. È come se Cambiano cercasse di dispiegare una “pedagogia del ragionamento” ad uso di chi si vuole avvicinare alla filosofia e al pensiero consapevole. Non sempre però la generalità è frutto di un ragionamento corretto; essa può essere anche sintomo di faciloneria e di semplificazione, come mette in luce un bel passo di Calvino citato nel testo: «Nei discorsi approssimativi, nella genericità, nell’imprecisione di pensiero e linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri» (p. 64).

La generalità del ragionamento deve saper tenere insieme la complessità, deve fuggire l’indifferenziato; e questa disposizione può e deve essere insegnata innanzitutto a livello scolastico. Cambiano torna spesso, nel corso del testo, sul tema della scuola e dell’educazione, che vengono rivestite di un ruolo fondamentale, analogo a quella “pedagogia del ragionamento” che si cerca di mettere in atto nelle pagine di Sette ragioni per amare la filosofia. La scuola – il cui destino è intrecciato irrimediabilmente con quello della filosofia – viene spesso contrapposta ad internet e a un tipo di «saperi facili», spesso fatti di scorciatoie e semplificazioni, la cui superficialità porta più che altro all’apparenza di aver appreso. Si tratta di contrapporre a ciò i «saperi difficili» che caratterizzano tanto le discipline scientifiche da una parte che quelle umanistiche dall’altra – contrapposizione, quest’ultima, che è più che altro «fuorviante», in quanto «spirito scientifico e spirito filosofico (e più in generale umanistico), pur avendo forme diverse e differenti modi di espressione, in ultima istanza perseguono obiettivi analoghi: ridestare, costruire e rafforzare quello che è chiamato spirito critico» (p. 152).

 

Cambiano e la filosofia nella sfera pubblica

In linea con una netta critica al vuoto specialismo e al settorialismo, ciò che è poi interessante della posizione di Cambiano è la consapevolezza che il lavoro dei filosofi eccede la dimensione esclusivamente privata, collocandosi così di diritto nella sfera pubblica. La filosofia, in quanto capacità di argomentare e costruire ragionamenti corretti, ha infatti un’importante funzione anche etico-politica. L’autore mette così in luce come molti dei comportamenti socialmente più dannosi sono il risultato di considerazioni fallaci; in tal senso la filosofia è una potente arma di demistificazione. Un altro possibile errore nel movimento che dal particolare conduce al generale – e che scuola e filosofia devono contribuire a perfezionare –, ad esempio, è quello che potremmo chiamare “universalizzazione indebita”, per il quale «partendo dalla constatazione che un nero dell’Africa ha commesso un certo delitto e poi un altro un altro delitto e così via, si conclude che quindi tutti i neri dell’Africa commettono delitti. Una semplice parola “tutti”, inserita in un ragionamento scorretto, può portare a esiti di questo genere, che trovano sconferma nel fatto che esistono neri africani immuni da delitti e capaci anzi di gesti altruistici, come esistono bianchi autori di delitti atroci» (p. 86). La filosofia – ci insegna Cambiano – non è immune dalla stupidità, ma di sicuro, invitando a valutare i ragionamenti a costruirne di corretti, può contribuire a ridurre le «aree di stupidità»; e a questo titolo ha diritto a pronunciarsi sui rischi che internet rappresenta per la comunicazione e l’informazione oppure sulla concezione contraddittoria di libertà che sta alla base delle posizioni cosiddette “no-vax”.

Insomma, si può dire che la virtù prima del pensiero filosofico sia la mediazione dell’individuale, del particolare. L’immediatezza da cui prende le mosse – emancipandosene – il lavoro concettuale non è solamente la totale fusione con l’educazione familiare da cui muove l’adolescente o il flusso continuo di informazioni tra cui l’internauta accorto cerca di discernere, ma è anche la particolarità del proprio punto di vista e l’ottusità del rimanere fermi sulle proprie posizioni. La peggiore forma di ignoranza, scrive Cambiano, è quella di chi, pur non sapendo, pretende in maniera arrogante e dogmatica di sapere; atteggiamento che può portare fino al fanatismo di chi, bisognoso di sicurezze e timoroso del cambiamento, si mantiene saldo su posizioni irrazionali. È forte la consapevolezza di come «arrivare a riconoscere la possibilità che il proprio modo di pensare non è l’unico, né l’unico sempre infallibilmente giusto, può contribuire a preservare da questi tragici risultati e la filosofia può essere una via per sfuggirvi» (p. 111). Ed effettivamente – questo è il tema soprattutto degli ultimi tre capitoli, cioè delle ultime tre «ragioni per amare la filosofia» – la filosofia ci pone fin da subito in contatto con un’alterità: l’alterità del testo scritto, dapprima, ma poi anche l’alterità del contesto storico e delle credenze del filosofo che stiamo studiando, e infine il contesto culturale e la lingua di altri popoli e di «altri mondi». La mediazione della filosofia è dunque anche superamento dei presupposti storici e culturali che ci attraversano e che ci condizionano, e che troppo spesso rischiamo di considerare automaticamente come “naturali” – e con quali danni.

Insomma, Giuseppe Cambiano affronta una sfida difficile – e tanto più in quanto già battuta da innumerevoli tentativi –, cioè quella di cercare di avvicinare giovani e non esperti alla filosofia, e lo fa in una maniera di sicuro originale e, come abbiamo cercato di mostrare, a nostro avviso efficace. Ma forse questo libro può costituire, a saper leggere tra le righe un “Sette ragioni per cambiare la filosofia”, anche un importante monito per chi nella filosofia già si muove; una filosofia, quella odierna, che troppo spesso, attanagliata da un modello di conoscenza e di scientificità alieno, rischia di dimenticare la propria valenza viva, scissa tra la speculazione astratta e, all’opposto, il solo studio minuzioso, filologico e settoriale. Sette ragioni per amare la filosofia ci fornisce gli strumenti per rivendicare una filosofia concreta, che si sappia contaminare con la realtà, che ambisca a dialogare con gli altri saperi, che prenda in mano la propria forza etico-politica.

Scritto da
Giulio Pignatti

Nato a Verona, studia Filosofia all'Università di Padova e, attualmente, a Parigi. Si interessa anche di attualità e il suo sogno è quello di far congiungere le due passioni. Appena può, viaggia.

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