“Storia del Medio Oriente contemporaneo” di Massimo Campanini
- 12 Giugno 2017

“Storia del Medio Oriente contemporaneo” di Massimo Campanini

Scritto da Francesco Salesio Schiavi

11 minuti di lettura

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Il riassetto politico della regione

L’ingresso nella Grande Guerra al fianco degli Imperi Centrali, unita alla conseguente sconfitta per mano degli Alleati, decretò il definitivo collasso dell’impero ottomano. Se sino ad allora la “Sublime Porta” era riuscita ad impedire che l’imperialismo europeo colonizzasse l’intero Medio Oriente, ora, con la sua definitiva scomparsa, le potenze vincitrici poterono estendere ulteriormente il loro controllo sulle precedenti province ottomane. Dopo il crollo dell’impero tedesco, lo smembramento di quello asburgico e con la Russia zarista sconvolta da una guerra civile, a Francia e Gran Bretagna furono assicurati i territori del defunto “malato d’Europa”, nonché un controllo diretto lungo le rotte commerciali con l’Asia e, soprattutto, l’accesso ai pozzi petroliferi del Golfo Persico. Il nuovo assetto territoriale delle aree post-ottomane era stato definito ancor prima della fine della guerra attraverso l’accordo Sykes-Picot, un chiaro tradimento nei confronti degli arabi che avevano combattuto a fianco degli Alleati. Tali spartizioni furono in seguito confermate dai trattati di Parigi, di Sanremo, di Sèvres e di Losanna, attraverso i quali la neonata Turchia rinunciava a ogni pretesa di sovranità sui precedenti territori arabi dell’impero. Furono inoltre stabilite due diverse aree di influenza per Francia e Gran Bretagna attraverso il sistema dei “mandati”. A Parigi fu affidata la “Grande Siria”, mentre a Londra il controllo su Palestina e Mesopotamia, senza stabilire “quale avrebbe dovuto poi esserne l’evoluzione successiva, ne’ se e come si dovesse venire incontro alle aspirazioni degli arabi”. Ben presto le potenze mandatarie intrapresero l’antico metodo del divide et impera, suddividendo i territori occupati secondo confini arbitrariamente tracciati che recisero i precedenti rapporti delle società dominate ed esacerbando ulteriormente le differenze etniche. Fu così che, durante la prima metà degli anni Venti, nacquero stati come il Libano, la Siria, l’Iraq, la Palestina e la Transgiordania. Citando Campanini: “è certo forzato attribuire all’accordo Sykes-Picot tutti gli sviluppi politici che si sono fin qui delineati. Gli accordi tuttavia denunciano come un elemento di insincerità e di ambiguità avesse dominato fin dagli inizi i rapporti tra le potenze coloniali europee e gli arabi. Il vizio era dunque all’origine e spiega di fatto l’evoluzione seriore. Tutti gli stati arabi nati […] dal sistema mandatario […] si costituivano in sostanza come creazioni artificiali, esito dei giochi diplomatici delle grandi potenze, e dunque con una pesante ipoteca sul loro futuro”.

 

Gli stati mediorientali tra consolidamento e crisi

Fu la fine della Seconda Guerra Mondiale ad aprire nuove prospettive per i paesi sotto il dominio europeo. Nonostante la vittoria riportata, infatti, Francia e Gran Bretagna uscirono fortemente prostrate dal conflitto e le sconfitte subite durante la guerra le resero incapaci di proseguire la precedente politica coloniale. Il vuoto lasciato dalle potenze uscenti fu ben presto colmato dalle due nuove forze emergenti, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, la cui rivalità sfociò nella nota Guerra Fredda. “Le conseguenze del nuovo bipolarismo furono di grande importanza anche per il Medio Oriente”, in quanto accelerarono il processo di decolonizzazione e influenzarono profondamente le evoluzioni politiche nella regione. Secondo Campanini “il fenomeno della decolonizzazione costituisce uno degli avvenimenti più importanti del XX secolo e, ovviamente, non ha riguardato solo il Medio Oriente, ma tutta l’Africa e l’Asia”. Un ruolo fondamentale, all’interno di questo processo, sarà ricoperto dalle forze armate e dalle élite militari, poiché contribuirono ad accelerare fortemente la transizione da stato coloniale a decolonizzato. Se fino agli anni Cinquanta l’intero Medio Oriente era stato pervaso da una diffusa ondata di liberalismo e di partecipazione politica, l’incapacità dei nuovi partiti di dar seguito a quanto auspicato e di scalzare le vecchie élite rese l’utilizzo della forza l’unico mezzo per ottenere cambiamenti più radicali. “Da Boumedienne a Nasser, da Gheddafi ad Hafiz al-Assad, i leader di una grande maggioranza dei paesi arabo-islamici che hanno gestito la costruzione e l’affermazione dello stato post-coloniale sono stati dei militari”. La ragione di questo fenomeno fu dovuta soprattutto alla mancanza di una classe media sufficientemente matura e di un sistema politico evoluto, unito ad una sostanziale arretratezza economica, tutti frutto del passato coloniale.

Con la fine dell’apertura democratica, le élite militari al potere iniziarono a governare in modo sempre più autoritario ed assoluto, spesso mediante l’uso della forza e dell’esercito. Queste si fecero promotrici di importanti accelerazioni riformiste e di modernizzazione, attuando riforme agricole, processi di industrializzazione e rivoluzioni in campo sociale, come garantire un certo livello di emancipazione femminile. Tali riforme, però, erano ben lungi da essere richieste dagli strati più bassi della popolazione. Al contrario, esse erano il frutto della volontà dei regimi di adeguarsi agli standard di modernità delle altre nazioni sviluppate e, come tali, imposte dall’alto. Mossi da una evidente vocazione laica, inoltre, questi cambiamenti furono compiuti all’insegna del secolarismo, entrando così spesso in contrasto con i maggiori sostenitori dell’Islam. Tale attrito sfociò presto in scontri e repressioni, che si acuirono ulteriormente quando le fortune di questi regimi iniziarono la loro curva discendente. Il fallimento degli ideali laicisti e di tutto il mondo arabo-islamico negli anni Cinquanta e Sessanta, insieme alla crisi economica degli anni Settanta, fiaccarono una popolazione sempre più numerosa ed alfabetizzata che, priva di una speranza lavorativa e dall’incerto futuro, iniziò a riporre le proprie speranza verso frange più estremiste. “Caduti i miti del liberalismo, del socialismo e del nazionalismo arabo, molti sentirono che l’autentica alternativa era l’Islam e alcuni decisero di vivere questa alternativa in modo radicale, addirittura violento”. Il risultato di una simile commistione di fattori può essere dimostrato da quanto avvenuto in Iran nel 1979, quando il regime dello Shāh Mohamed Reza Pahlavi fu rovesciato da una rivolta popolare che avrebbe elevato al potere la repubblica islamica dell’Ayatollah Khomeini. La presenza sovietica in Afghanistan, unita a quella statunitense nel Golfo, esacerbarono ulteriormente la situazione, ponendo le basi per la formazione di milizie islamiche di stampo jihadista e per la nascita del terrorismo internazionale.

 

Prospettive dell’Islam nel XXI secolo

Oggi il Medio Oriente appare come forse l’unico scacchiere internazionale non ancora normalizzato, soprattutto a causa della sua mancata democratizzazione e della conseguente sfida islamica. È dunque in quest’ottica che emerge il quesito forse più rilevante per il futuro della regione, ossia se sia possibile stabilire una via islamica alla democrazia. Secondo Campanini “essa pare costituire uno dei temi politici più scottanti del presente e del prossimo futuro nel Medio Oriente, soprattutto alla luce degli avvenimenti che hanno scosso la regione negli ultimi anni”. Sulla base di questo concetto, l’elemento islamico nella coscienza popolare non può di sicuro essere sottovalutato. A parere dell’Autore, l’Islam infatti “costituisce e prevedibilmente continuerà a costituire il fondamento della cultura della maggioranza della popolazione araba, anche, se non soprattutto, con le sue ricadute politiche”. In una simile ottica, la rilettura della sharī’a sembra imporsi come inevitabile. “Si tratta di riformare tutto il sistema giuridico musulmano per renderlo capace di affrontare le sfide della modernità”. Fra tutti, il problema dei diritti e, soprattutto, della questione femminile, appare come il più delicato. “Eppure nel pensiero politico islamico contemporaneo si sono fatti tentativi di elaborazione dottrinale che potrebbero individuare un comune terreno con la democrazia”. Non deve quindi spaventare un ritorno in scena dell’Islam, ne’ si deve commettere l’errore di associare ad esso unicamente le sue varianti qaidiste e jihadiste più contemporanee o di incappare nell’islamofobia, in quanto così si rischierebbe di marginalizzare le diverse voci moderate e aperte al dialogo, rendendole così paradossalmente un terreno fertile per la radicalizzazione. In definitiva, “quale sarà il ruolo e il peso del Medio Oriente nella geopolitica mondiale e nelle relazioni internazionali? L’Islam avrà un ruolo da giocare a questo livello? Si tratta di quesiti aperti cui non è possibile dare una risposta (sarà infatti la storia a farlo)”.


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Scritto da
Francesco Salesio Schiavi

Nato a Bologna nel 1990, è laureato in Storia e in Scienze Orientali. Attualmente segue un Master in Middle Eastern Studies (MIMES) presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Si interessa principalmente di storia contemporanea e delle relazioni internazionali del Medio Oriente.

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