“Storia dell’Italia fascista (1922-1943)” di Paolo Nello
- 22 Marzo 2021

“Storia dell’Italia fascista (1922-1943)” di Paolo Nello

Recensione a: Paolo Nello, Storia dell’Italia fascista (1922-1943), il Mulino, Bologna 2020, pp. 640, 35 euro (scheda libro)

Scritto da Gianluca Panciroli

6 minuti di lettura

Forte di una pluridecennale esperienza di ricerca sul fascismo, lo storico Paolo Nello, professore di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa, ha recentemente pubblicato per il Mulino il testo Storia dell’Italia fascista (1922-1943). Si tratta di un lavoro di sintesi pregevole e dettagliato, che va ad approfondire tematiche nevralgiche per comprendere il ventennio: la genesi del movimento fascista, le diverse correnti presenti al suo interno, l’instaurazione della dittatura, il rapporto tra Stato e partito, la politica interna e quella estera, le politiche economiche, sociali e culturali del regime e la loro evoluzione nel corso degli anni; e poi, ancora, i temi del consenso e della repressione, la galassia di opposizione alla dittatura, l’ingresso in guerra, la disfatta e il crollo del regime.

Paolo Nello anzitutto concentra l’attenzione su quello che egli definisce l’«antefatto», ovvero la Prima guerra mondiale, con le sue ricadute sulla politica e sulla società italiane. L’autore ben descrive la Grande guerra come un evento periodizzante che «rimescola le carte delle ideologie e della politica, aprendo spazi nuovi per chi era rimasto, o si era ritrovato, ai margini dei partiti tradizionali» (p. 15). Tra i più celeri a cogliere questo rimescolamento fu l’ex socialista rivoluzionario Benito Mussolini, espulso dal Psi a causa della sua posizione anti-neutralista. Inizialmente collocabile nell’alveo dell’interventismo di sinistra, l’ex direttore de L’Avanti si distaccò dalla prospettiva socialista nel corso della guerra, iniziando a prefigurare un mondo postbellico incentrato non più sulla lotta di classe, quanto piuttosto sull’esaltazione dei valori veicolati dall’esperienza di trincea. Nell’ottica dei fondatori dei Fasci di combattimento, la violenza e la brutalità tipiche della guerra dovevano caratterizzare anche la lotta politica, con il sentimento nazionale assurto «a discrimine invalicabile per distinguere amici e nemici» (p. 18). Se il fascismo delle origini (il cosiddetto «diciannovismo») si caratterizzava per un certo grado di radicalismo sociale, il marcato nazionalismo non tardò ad attirare verso il movimento fascista numerosi elementi reazionari e conservatori.

Per comprendere come un movimento che era inizialmente apparso residuale, perlomeno sul piano elettorale, abbia potuto incunearsi nelle crepe della giovane e fragile democrazia italiana sino a scardinarla è fondamentale, ci ricorda Nello, analizzare le mosse delle istituzioni e degli avversari politici del fascismo. A tal proposito, l’autore evidenzia l’atteggiamento di tolleranza, quando non di vera propria correità dello Stato liberale e monarchico, ai suoi vari livelli, nei confronti delle violenze perpetrate dai fascisti contro gli avversari politici, in particolar modo i socialisti. Allo stesso tempo, Nello non manca di sottolineare i gravi errori tattici e strategici del Partito socialista stesso, responsabile di aver predicato una rivoluzione per la quale non esistevano le condizioni e di aver riproposto, anche a guerra conclusa (e vinta, un dettaglio non irrilevante) «lo slogan, ormai inutile, di una condanna totale dell’intervento italiano», così agevolando le possibilità del fascismo di presentare il socialismo come nemico della nazione e contestualmente di guadagnare consensi e adesioni tra i ceti medi e gli ex combattenti (pp. 11-50).

Non è possibile dare conto in poche battute della vasta analisi di Nello sul ventennio. In tutti i capitoli del testo si può osservare lo sforzo dell’autore di definire, attraverso un massiccio uso delle fonti, la natura del progetto politico fascista, la sua evoluzione nel corso del tempo e i risultati che furono effettivamente conseguiti. Nelle intenzioni, evidenzia l’autore, il regime fascista ebbe certamente un carattere totalitario: si pose cioè l’obiettivo di trasformare gli italiani in «uomini nuovi», bellicosi, sprezzanti delle consuetudini borghesi e pronti a tutto pur di riportare l’Italia agli antichi fasti dell’Impero romano. Sulla strada verso un modello totalitario strutturato, come quelli del nazismo tedesco e del comunismo sovietico, si frapposero però alcuni ostacoli. In primo luogo, la necessità di addivenire a compromessi con istituzioni radicate e popolari come monarchia e Chiesa cattolica costituì un formidabile freno al proposito di fare dello Stato fascista l’unico depositario della fedeltà degli italiani. In secondo luogo, Mussolini stesso rappresentò talvolta un ostacolo all’evoluzione totalitaria del regime, nella misura in cui si adoperò per ridurre a più miti pretese le smanie rivoluzionarie dei fascisti più intransigenti. Dall’analisi di Nello si evince come nella prima metà degli anni Trenta il Duce perseguì la promozione del proprio mito politico e personale presso le masse più che la mobilitazione attiva degli italiani a sostegno di uno Stato etico e totalitario. Altri temi toccati da Nello ci aiutano a comprendere più nel dettaglio il percorso non lineare della «rivoluzione fascista». Sul piano economico, la tanto propagandata svolta corporativa nelle relazioni industriali, presentata come terza via tra capitalismo e collettivismo, non trovò concreta attuazione. La strategia adottata per fare fronte alla crisi del 1929 è in questo senso emblematica. Scrive Nello: «Di fatto Mussolini affrontò la Grande crisi limitando pressoché alla retorica le concessioni al corporativismo […] e puntando piuttosto a guadagnare posizioni sui potentati industriali e bancari con una forte presenza della mano pubblica in economia» (p. 181). Un secondo aspetto di fondamentale rilevanza è quello dei rapporti tra partito e Stato. Dopo essersi liberato dei dirigenti di partito dotati di una qualche autonomia di pensiero e di azione, nel 1931 Mussolini volle alla guida del Pnf un uomo a lui ciecamente obbediente come Achille Starace, che su mandato del Duce concentrò i propri sforzi nel trasformare il Pnf in un gigante burocratico e propagandistico, un partito di massa subordinato allo Stato e non un Partito-Stato come furono ad esempio il Pcus in Unione Sovietica e il Partito nazionalsocialista in Germania. Il motivo delle scelte mussoliniane può essere in parte spiegato con la volontà del Duce di consacrare la natura personale e monocratica del regime, ma non basta. Mussolini, ricorda Nello, era pessimista sulla possibilità di fascistizzare integralmente gli italiani nati e cresciuti durante l’epoca pre-fascista, accontentandosi di ottenere da essi un consenso passivo, emblematizzato dal tesseramento di massa o, al limite, dalla partecipazione alle adunate trionfalistiche e alle altre liturgie di regime imbastite con grande zelo da Starace. Il bilancio di Nello è piuttosto chiaro: l’inquadramento della popolazione italiana nelle organizzazioni create dal regime «non produsse altro che o un fascismo di facciata, o un fascismo ciecamente fideistico e incapace di sopravvivere a un eventuale crollo del mito mussoliniano» (p. 217).

Concludere, sulla base di quanto detto sinora, che il fascismo fu sostanzialmente un regime autoritario ricoperto da una sottile patina totalitaria sarebbe però un errore grossolano. Se è infatti vero che dalle generazioni più anziane si accontentava di ricevere un consenso verso la sua persona, Mussolini riponeva speranze ben maggiori nelle giovani generazioni, quelle il cui arco di vita si potesse svolgere interamente sotto le insegne del regime. Ad essi era in massima parte rivolto il motto prettamente totalitario del «Credere, obbedire, combattere», condensato delle caratteristiche dell’uomo nuovo fascista, da inculcare nelle menti degli italiani sin dalla prima infanzia (p. 189-244). Coerentemente con questa logica di fascistizzazione integrale dei «nuovi italiani», il carattere totalitario del regime si accentuò con il passare del tempo. Nella seconda metà degli anni Trenta, evidenzia Nello, fu accelerato notevolmente quel processo volto ad erodere prerogative e competenze delle istituzioni con cui il fascismo era costretto a coabitare. L’ambito nel quale il cambio di passo fu inizialmente più visibile fu quello della politica estera, a conferma dell’inestricabile legame tra dimensione interna e dimensione internazionale propria del progetto fascista più volte evidenziato dall’autore. Il pragmatismo volto ad accreditare l’Italia come interlocutore affidabile presso le grandi potenze europee (ma anche verso gli Stati Uniti) che aveva contraddistinto il fascismo tra la seconda metà degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta fu scalzato dall’ambizione di dare corpo ai sogni imperiali agognati dal Duce. La conquista dell’Etiopia, effettuata con metodi e pratiche brutali, costituì il primo passo di questa evoluzione, mentre il supporto logistico e militare al franchismo durante la guerra civile in Spagna rafforzò il legame con la Germania hitleriana, preludendo al Patto d’acciaio (pp. 245-429).

È sempre nel quadro dell’accelerazione totalitaria della seconda metà degli anni Trenta che secondo Nello deve essere collocato l’antisemitismo di Stato, drammaticamente ratificato dalle leggi razziali del 1938. L’autore ne sottolinea la valenza più strumentale che ideologica, almeno nella logica mussoliniana. Nell’abominevole ottica fascista l’individuazione di un bersaglio era «funzionale a radicalizzare, incattivire, trasformare in attivamente militante, da passivamente mussoliniano, il consenso al fascismo, stravolgendo valori, convinzioni, modi d’agire tradizionali, a cominciare da ogni forma di umanitarismo, di “pietismo”, di mitezza» (p. 367).

Sfortunatamente per il regime (e, sarebbe doveroso aggiungere, fortunatamente per gli italiani) il progetto teso a pervenire a un «fascismo ulteriore», più marcatamente totalitario, non ebbe il tempo di trovare piena attuazione. L’ansia di non perdere l’appuntamento con la Storia e di mettere alla prova le virtù guerriere del popolo italiano spinse infatti il Duce a optare per l’intervento in guerra a fianco di Germania e Giappone nella primavera del 1940. Proprio la guerra si incaricò di mostrare l’impietoso divario tra le ambizioni del regime e l’impreparazione della macchina bellica del nostro Paese, finendo per schiantare quel mito mussoliniano sul quale si era retto il consenso al fascismo. Al prezzo, purtroppo, di centinaia di migliaia di vite umane (p. 485-613).

Scritto da
Gianluca Panciroli

Laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia delle culture politiche e sindacali dell’Italia repubblicana.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]