“Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus´ di Kiev a oggi” di Giorgio Cella
- 15 Aprile 2022

“Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus´ di Kiev a oggi” di Giorgio Cella

Recensione a: Giorgio Cella, Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus´di Kiev a oggi, Carocci, Roma 2021, pp. 352, 36 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Franco

7 minuti di lettura

Il climax ascendente che ha segnato le tappe della presente crisi russo-ucraina ha comportato la pubblicazione di una pletora di opere incentrate su tale tema, molto disomogenee per qualità e impianto complessivo. In questo contesto, uno dei lavori meglio strutturati risulta Storia e geopolitica della crisi ucraina. Dalla Rus´di Kiev di Giorgio Cella, il quale denota una genesi tutt’altro che estemporanea, dettata dalla mera esigenza di chiarire le ragioni del conflitto in corso, bensì una riflessione di ben più lungo corso e profondità di respiro, basata su di una consistente letteratura scientifica, di differenti tradizioni storiografiche, appartenenti a diversi contesti linguistici.

L’intelaiatura della monografia in oggetto è plasmata sulla base di un approccio storiografico, a propria volta caratterizzato da una visione incentrata prevalentemente sull’analisi della storia politica e diplomatica – elemento che trova diretto riscontro nel curriculum dell’autore. Fondamentalmente, il tentativo è quello di ricostruire la storia che ha portato alla formazione di un ethnos ucraino, in cui venne a maturare una piena consapevolezza della propria specificità nazionale a partire dal tardo Ottocento e che, al termine di un lungo percorso politico, ha portato alla nascita di uno Stato tendenzialmente basato sulla nazione ucraina. La ricostruzione muove i primi passi partendo dall’epoca precedente alla venuta degli Slavi nel territorio che in epoca successiva avremo conosciuto col nome di Ucraina, per arrivare, sulla base di una scansione diacronica, tutt’altro che schiacciata sull’attualità, sino all’epoca post-sovietica. L’opera risulta complessivamente snella, ma approfondita.

Il primo capitolo prende in esame la storia della Rus´, al fine di analizzare le diverse teorie sulla genesi di tale statualità confederale, per finire con il considerare come maggiormente fondata la “teoria normanna”, la più solidamente accreditata. Ciò detto, l’autore sottolinea come, constatata la probabile veridicità di tale teoria, l’elemento variago si fuse presto con le popolazioni slave-orientali ivi maggioritarie – fatto testimoniato indirettamente anche dalla preponderanza di nomi slavi all’interno della dinastia regnante. Interessante è l’approfondimento sulla popolazione di religione ebraica dei Khazari – tema poco trattato dalla storiografia italiana e internazionale –, la cui presenza, sulla base dell’interpretazione dell’autore, avrebbe frenato la penetrazione araba, fornendo un cuscinetto protettivo di cui avrebbe beneficiato la Rus´, entrata a far parte dell’ecumene cristiana (e perciò europea) con l’accoglimento del battesimo stesso, accolto dal Gran Principe Vladimiro attorno al 988.

I primi capitoli sviluppano con acume il concetto, alquanto sfuggente, di “proto-nazione”, relativamente all’area slavo-orientale, in tutta la sua complessità. Pure se resa schematica per evidenti ragioni di spazio, risulta utilissima al lettore italiano l’analisi del riassetto politico della Rus´, seguito al salvataggio operato a favore dello Stato slavo-orientale da parte di Aleksandr Nevskij, dopo che Kiev era stata annientata dai Tataro-Mongoli (1240): l’asse del potere si issò più a Settentrione, sino a che non ebbe a radicarsi nella città parvenu di Mosca, sede del potere dapprima religioso (nel nome e per conto “di Kiev e di tutta la Rus´”) che, secondo l’interpretazione storiosofica di matrice russa, sarebbe stata così legittimata nella sua opera di “Raccolta delle terre della Rus´”. Le terre più occidentali dello Stato slavo-orientale, matrice della futura Ucraina, condivisero per almeno altri quattro secoli le sorti della Rzeczpospolita polacco-lituana, contesto entro il quale, a partire dal Cinquecento, si dettero la forma semi-autonoma del Cosaccato, incentrato nella regione di Zaporižžja, stretta da un legame di vassallaggio al re di Polonia-Lituania. Saggiamente, l’autore pone al centro dell’attenzione il gioco delle interpretazioni storico-politiche di cui fu oggetto il Trattato di Perejaslav (1654), interpretato dall’autore anche come finale eterogenesi dei fini delle due unioni che hanno riguardato le popolazioni rutene nel corso del XVI secolo – Unione di Lublino (1569) e Unione di Brest (1596). Il Trattato di Perejaslav, nel corso della storia, è stato letto attraverso lenti contrapposte. In estrema sintesi: l’avvicinamento strategico, in chiave anti-polacca, del hetman Bohdan Chmel´nyc´kyj al Gran Principe di Moscovia Aleksej Michailovič avrebbe segnato la dedizione eterna della “sorella minore” ucraina nel grembo della più potente Moscovia – come sostenuto da parte russa, sulla base di una lettura di matrice imperialistica –, oppure si sarebbe trattato più semplicemente di un accordo temporaneo tra pari, giusto il tempo di sconfiggere il comune nemico polacco – come ha preso a sottolineare la storiografia ucraina, con particolare enfasi a partire dall’inizio del Novecento. Al di là delle interpretazioni, comunque dense di simboli e significati che hanno alimentato sino ad oggi le narrazioni della storia in Russia e in Ucraina, fattesi sempre più contrapposte, il Trattato di Perejaslav, il cui portato venne ribadito ad Andrusovo (1667) comportò l’inserimento dell’Ucraina collocata alla sinistra idrografica del fiume Dnepr/Dnipro, più la città di Kiev, all’interno del consesso statuale moscovita, e con ciò circa quattro secoli di esposizione alla cultura e alla lingua russa per quest’area.

Discusso il ruolo di Mazepa (traditore par excellence, sulla base della visione tramandata alla coscienza russa da parte di Puškin; eroe nazionale, invece, secondo gli Ucraini), e svolto un approfondimento sulla cultura ebraica in Ucraina – tema ben poco noto anche agli specialisti del settore –, Cella passa a trattare l’Ottocento, al fine di inquadrare le politiche linguistiche per mezzo delle quali il centro dell’Impero multinazionale zarista intendeva gerire la “questione ucraina”, la cui specificità risiedeva nel fatto che i “piccoli-Russi” (così erano detti gli Ucraini, ufficialmente, nel corso del XIX secolo) erano considerati parte della “nazionalità russo-comune”, e non un gruppo allogeno, per effetto della visione dello Stato, incentrata su di una visione quantomeno paternalistica dell’eredità della Rus´ kieviana. Il libro prende in rassegna i gruppi che per primi sistematizzarono il concetto di nazionalità ucraina – qui arbitrariamente definito “nazionalismo” –, intesa come elemento a sé stante, venato di un impianto slavofilo, per lo meno secondo l’accezione kostomaroviana.

Quanto alle intraprese politiche atte a limitare l’uso della lingua “piccolo-russa”, sia la Circolare Valuev (1863) che lo Emskij Ukaz (1876) ostentarono la volontà di ridurre la cultura ucraina all’ambito farsesco e folkloristico, deprivato di ogni virulenza nazionale, più che essere degli efficaci strumenti di russificazione nelle mani dello Stato.

Molto efficace risulta il capitolo dedicato a dipanare la matassa relativa alle vicende legate alla Guerra Civile, durante la quale si vennero a formare presso quest’area delle entità statuali più o meno effimere, a testimonianza – tra l’altro – della compiuta maturazione di un sentimento nazionale ucraino. In questo contesto, altamente drammatico, l’Ucraina si presentò in quegli anni come un tumultuoso campo di battaglia, in cui alla fine ebbero la meglio i bolscevichi, militarmente organizzatisi nella formidabile Armata Rossa, e sostenuti dai comunisti locali, promossi ai livelli apicali del Partito Comunista Sovietico di Ucraina durante la successiva fase di korenizacija (indigenizzazione). Questo dato di fatto, che certo non ignora la complessità della pagina sovietica della storia dell’Ucraina, percorsa da fermenti nazionalistici, e da un rapporto percepito come sbilanciato con la RSS di Russia, purtuttavia smentisce una narrazione di una Ucraina puramente vittima della sovietizzazione, e “tragicamente scivolata” nell’orbita dell’URSS.

Mentre l’Ucraina sovietica veniva a conformarsi sulla base dei dettami staliniani, che ne volevano fare un soggetto “socialista nei contenuti, e nazionale nella forma”, la parte occidentale dell’entità ucraina andava conoscendo una “svolta verso destra”, già argomentata da Motyl, e incarnata dalla figura di Doncov, teorico di un nazionalismo radicale, antisovietico e antirusso, che traeva ispirazione dal prototipo mussoliniano. Così come il libro descrive in modo limpido, il pensiero di Doncov fu incarnato dall’OUN-b, guidato da Bandera, e dal suo braccio armato, ovvero l’UPA, impegnato in una lotta aspra contro il nemico sovietico e che, dopo una prima fase di idillio, portò i nazionalisti ucraini a scontrarsi anche contro l’esercito nazista e l’Armia Krajowa polacca. Cella si sofferma con acume su questa durissima lotta, e sulla sua eredità ideale: per i Sovietici tutti (ufficialmente), e per i Russi di oggi – che hanno collocato nella festa della Vittoria sul nazifascismo il fulcro della società odierna –, l’UPA fu un irredimibile nemico ideologico, la cui azione si conformava ad una visione filo-nazista e caratterizzata da tratti antiebraici; anche per i Paesi dell’Europa occidentale questi elementi risultano indigeribili, in quanto il vivere sociale e i valori politici, pressocché ovunque, si basano su di una visione antifascista; nell’Ucraina di Juščenko e in quella di Porošenko, diversamente, la narrazione storica ha preso a divergere, parallelamente al maturare di un orientamento politico teso a indirizzare il Paese verso le democrazie liberali dell’Occidente, sino a introdurre Bandera e gli altri protagonisti della guerra nazionalista ucraina nel pantheon nazionale, ridimensionandone gli aspetti legati al collaborazionismo, e accentuando gli aspetti patriottici della loro azione. Tema, evidentemente, che crea problemi sia nel rapporto con la Federazione Russa, che con l’Unione Europea.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, al termine della terribile temperie bellica, venne a crearsi, sotto l’egida sovietica, la “più grande Ucraina”, ossia un’entità federata all’URSS che raccoglieva, per la prima volta nella storia, praticamente tutti gli Ucraini, dalla Galizia al Donbass, insieme a molti elementi allogeni, e in un contesto – ad Est del Dnepr – in cui la più parte dei residenti era andata maturando una sorta di identità duplice russo-ucraina, nel corso della storia e del plurisecolare, articolato contatto fra questi due elementi nazionali, sostanzialmente contigui. Era dunque giunto a piena maturazione il “sogno” di Franko, che all’inizio del secolo scorso aveva teorizzato la riunificazione della “Piccola-Russia” zarista con la Rutenia absburgica, seppur venuto sviluppandosi entro il contesto formalmente a-nazionale e comunista dell’URSS.

Nel secondo dopoguerra l’Ucraina sovietica veniva percepita, di fatto, come “secunda inter pares” all’interno dell’URSS, laddove ancora sussisteva una retorica atta a sottolineare il permanere del concetto dei bratskie narody slavi-orientali, all’interno di una visione paternalistica, di matrice grande-russa. Entro tale cornice rientrarono tanto il passaggio della Crimea dalla RSS di Russia alla RSS di Ucraina – legittimata formalmente sotto l’egida dei 300 anni del Trattato di Perejaslav, inteso come “riunificazione dell’Ucraina con la Russia” –, quanto il tentativo, operato negli anni Sessanta dal Partito Comunista di Ucraina, guidato da Šelest, in seguito alla destalinizzazione varata da Chruščёv, di dare forma ad una moderata via nazionale al comunismo ucraino.

Cella procede nella sua analisi, mettendo in rilievo altri punti fondamentali alla base della odierna crisi geopolitica russo-ucraina, chiarendo le aspettative maturate in seno alla società ucraina al tempo della perestrojka gorbačёviana, azione politica di rinnovamento che intersecò nel suo percorso la tragedia di Černobyl, summa ad un tempo della mastodontica capacità industriale sovietica, come pure della sua vetustà tecnologica. A mo’ di reazione a tale vicenda, si rafforzarono le istanze nazionali, in un’Ucraina che stava ormai cessando nella sua interezza di credere all’esperimento sociale sovietico.

Il libro in oggetto conduce il lettore sino alla soglia degli anni Duemila, la cui ricostruzione storica si intreccia ormai con la politica dell’altrieri. Importanti riflessioni, fattesi di drammatica attualità, sono desumibili nei capitoli che trattano del Memorandum di Bucarest, e le considerazioni di Mearsheimer circa la possibilità di mantenere in vita un ridotto arsenale nucleare nell’Ucraina post-sovietica, allo scopo di fornire un valido deterrente a quelle che Mearsheimer riteneva potessero essere le mire espansionistiche della nuova Russia sull’Ucraina, che da Mosca veniva ancora percepita ad un tempo come grembo della nazione ancestrale, e come sorella minore da proteggere, ancora in un’ottica paternalistica.

Alla prova della lettura, il libro risulta un eccellente strumento che fornisce al lettore importanti chiavi per comprendere i motivi di lungo corso che hanno confluiti, sino a dare forma alla presente, terribile crisi.

Scritto da
Andrea Franco

Docente a Contratto di “Storia dell’Europa Orientale” presso l’Università di Macerata. Si è laureato in Storia dei Paesi slavi all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia e ha conseguito il dottorato di ricerca in Strutture e culture delle aree di frontiera presso l’Università di Udine. Oltre che con diverse riviste di settore, ha collaborato con «Limes».

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