Street art, non-profit e rigenerazione: il caso del Parco dei Murales di Napoli
- 26 Ottobre 2020

Street art, non-profit e rigenerazione: il caso del Parco dei Murales di Napoli

Scritto da Angelo Laudiero

7 minuti di lettura

L’epoca che stiamo vivendo ci pone di fronte a continue e profonde trasformazioni dello spazio pubblico, delle forme della città e della partecipazione dei cittadini nei processi di rigenerazione urbana. Il caso studio che analizziamo in questo articolo abbraccia tali sfide e si concentra in particolare sulla prospettiva della periferia urbana come luogo di privazione, ma anche di opportunità e di innovazione.

Il contesto è quello della periferia orientale di Napoli, dove svantaggio sociale, disoccupazione, criminalità e bassi tassi di istruzione caratterizzano i quartieri di Barra, San Giovanni a Teduccio e Ponticelli[1]. Ma è anche un luogo di sperimentazione e di innovazione nei modelli di rigenerazione urbana, specie se pensiamo a processi promossi e diretti dal settore non-profit che arriva a coinvolgere attori pubblici, privati e soprattutto della comunità locale. Ci riferiamo, nello specifico, al caso del Parco dei Murales di Ponticelli, progetto guidato dall’organizzazione non-profit Arteteca che nel quartiere ha dato vita ad un processo di rigenerazione basato sulla creatività urbana: graffiti, murales e street art sono stati il fulcro di un programma di interventi tesi a coinvolgere gli abitanti, a migliorare l’estetica dell’area e a favorire occasioni di sviluppo socio-economico.

Anche grazie a Inward (International Network on Writing Art Research and Development) l’osservatorio sulla creatività urbana che promuove programmi educativi e coordina interventi di rigenerazione urbana, Arteteca è stata il motore del progetto Parco dei Murales, implementato tra il 2015 e il 2019. Il Parco è nato da un iniziale intervento di riqualificazione in seguito alla proposta dell’UNAR (Ufficio Nazionale Anti-discriminazioni Razziali) di realizzare tre opere di street art in tre città italiane in occasione delle giornate nazionali e internazionali contro il razzismo e le discriminazioni. Napoli venne scelta per ospitare il murale di commemorazione della giornata internazionale di Rom, Sinti e Caminanti.

Non a caso, Arteteca decise di realizzare l’opera sulla facciata del complesso di case popolari del Parco Aldo Merola poco lontano dal quale era situato il campo Rom di Ponticelli che nel 2008 fu evacuato e dato alle fiamme dai clan di Camorra locali, aumentando l’odio dei residenti verso la popolazione nomade. Arteteca scelse l’artista Napoletano Jorit che decise di ritrarre una bambina Rom di nome Ael e di riproporre il murale con il suo volto circondato da giocattoli e libri, a valorizzare l’importanza dell’integrazione e di un futuro migliore attraverso l’istruzione (foto).

A questo primo murale, ne seguirono altri sette, passando così dalla fase del singolo intervento a quella di progetto vero e proprio e approdando definitivamente alla fase di programma). Ogni opera di street art si è concentrata su un tema specifico: l’integrazione, il gioco, la lettura, il calcio, la maternità, la solidarietà, le radici e la cura. Durante gli anni di realizzazione, quindi, si è cercato di creare uno story-telling e una narrazione con parole chiave, valori e metodi che si focalizzassero su aspetti sociali di primaria importanza per la comunità. Ogni lavoro, infatti, rappresenta valori e idee derivanti dalle proposte dei residenti emerse durante attività, incontri e laboratori e in seguito tradotte e valorizzate in opere di street art.

In effetti, il programma si è basato su tre pilastri: (1) il pilastro “sociale” che ha incluso laboratori e iniziative tese a far emergere i valori della comunità locale e a stimolarli nel ripensamento della propria identità collettiva; (2) il pilastro “artistico” vero e proprio con la realizzazione delle opere da parte di professionisti della street art; (3) il pilastro della “promozione” basato sulla valorizzazione mediatica e sull’implementazione di tour di street art, articoli di stampa, post sui social networks, spot in TV, ma anche sulla produzione di cartoline, t-shirt e altri prodotti culturali.

Particolarmente importante è stata la fase di promozione e amplificazione del progetto Parco dei Murales che ha portato alcune case di produzione cinematografica a scegliere il complesso come set di diversi film e serie TV: Cattleya con Gomorra nel 2017, RAI Fiction con Sirene nel 2018 e Campioni e Amore Criminale successivamente. D’altra parte, queste sono anche state occasioni di impiego per i residenti locali oltre che di visibilità per una comunità tradizionalmente associata a processi mediatici tipicamente negativi.

Da qui l’idea di Arteteca di chiedere e ottenere dalla Film Commission Regione Campania l’inserimento del Parco dei Murales nell’Atlante ufficiale dei set cinematografici di Napoli. Il passo successivo sarebbe quello di chiedere alle case cinematografiche una sorta di tariffa per girare le proprie scene all’interno del Parco. Questi contributi economici andrebbero poi ad alimentare un “fondo sociale” le cui risorse verrebbero utilizzate per interventi di miglioramento del complesso. In tal modo, si consentirebbe ai residenti di agire indipendentemente dalla pubblica amministrazione, e di favorire un’innovazione importante in termini di economia sociale per via del circolo virtuoso che ne deriverebbe.

In realtà, una prima conseguenza generata dalla realizzazione del programma è stata la nascita di un turnover micro-economico testimoniato dalla cooperativa sociale di inserimento lavorativo Arginalia, nata nel 2018 grazie allo sforzo comune di Arteteca e Fondazione Vodafone. La cooperativa è riuscita nella riapertura di un sito archeologico abbandonato nel quartiere: la villa romana di Caius Olius Ampliatus, scoperta negli anni Ottanta e lasciata nell’incuria più totale fino al 2007, quando un intervento di riqualificazione coordinato da Rotary Club, Comune di Napoli, Soprintendenza Archeologica e Arginalia è riuscito a riportare alla luce questo prezioso sito. Ad Arginalia è stata assegnata l’attività di mantenimento, cura e pulizia del complesso, oltre all’organizzazione di tour e visite guidate che attualmente impiegano una persona in maniera permanente.

In definitiva, si può notare l’iniziale affermazione di una logica di micro-economia circolare: dalla realizzazione delle opere nel complesso, è nato un interesse amplificato dalla comunicazione fatta da Arteteca; il Parco ha avuto una risonanza mediatica rilevante attraverso i tour guidati, i cui proventi hanno contribuito alla nascita di una cooperativa sociale che ha generato occasioni di lavoro stabile e che si è resa protagonista del recupero di un sito archeologico abbandonato e oggi fruibile.

Oltre a ciò, l’innovazione sociale generatasi consisterebbe nell’utilizzo della street art come strumento necessario per far emergere le condizioni di svantaggio sociale che la comunità soffre, ma anche nella richiesta di soddisfare dei bisogni in un contesto di degrado e di abbandono. Infatti, l’uso della street art è stato fondamentale nel rilevare un grado di intolleranza, immersione e depressione di una comunità marginalizzata: l’obiettivo del programma è stato proprio quello di stimolare i residenti ad uscire da una condizione di anonimato, a ripensare le proprie condizioni di vita e a chiedere la soddisfazione di bisogni, servizi e diritti attraverso la partecipazione al processo creativo.

Il cambiamento più evidente che si è percepito nella comunità di riferimento è stato proprio il riconsiderare la propria identità collettiva: in seguito all’interesse e all’attenzione rivolta al Parco dei Murales, una comunità prima percepita come marginale e respingente, è riuscita a ripensare sé stessa come accogliente, creativa e soprattutto orgogliosa di vivere quegli spazi urbani. E questo è stato possibile grazie alla capacità di conversione di un luogo isolato e depresso in un punto di attrazione all’interno della città: l’intervento artistico è riuscito a trasformare un luogo marginale in un oggetto di interesse, valorizzando il territorio, convertendo l’immagine negativa del Parco Merola, fornendo una narrazione diversa rispetto ai tipici stereotipi sulla periferia e infondendo nella comunità locale un sentimento di orgoglio, prima inesistente.

Oltre a ciò, va sottolineato che il successo del programma è stato reso possibile anche grazie alla capacità di Arteteca di fare networking e di collaborare con una serie di attori profit, non-profit, nazionali, internazionali, pubblici, privati e della comunità locale che si sono interessati in modi diversi al Parco dei Murales[2]. La capacità di Arteteca di guidare e coordinare attori provenienti da diverse realtà del territorio verso l’obiettivo di migliorare le condizioni di un quartiere degradato, offre uno spunto di riflessione sul ruolo di leadership che gli attori non-profit possono assumere nei processi di rigenerazione urbana propriamente detti.

Infatti, il ruolo di tali organizzazioni dovrebbe significativamente essere preso in considerazione a partire da un ripensamento delle stesse politiche di rigenerazione urbana: non più o non solo politiche di intervento su aspetti fisici, architettonici o commerciali, ma soprattutto politiche di intervento sociale. Concretamente, una politica di rigenerazione urbana degna di tale nome dovrebbe considerare elementi quali il miglioramento delle condizioni di vita della comunità, l’accrescimento del capitale sociale, la capacità di costruire una comunità e l’accesso a dignitose condizioni di abitabilità, sanità, istruzione, trasporti, cultura e occupazione.

Ora, la suggestione che proponiamo riguarda la possibilità per le organizzazioni non-profit di diventare attori chiave nella definizione delle politiche urbane: la loro logica di intervento si basa sull’identificazione dei bisogni della comunità locale e sulla conseguente capacità di offrire soluzioni adeguate grazie alla prossimità, al presidio costante del territorio e alla flessibilità della loro struttura organizzativa. Come dimostrato dal caso del Parco dei Murales, infatti, gli attori non-profit possono adottare un approccio sistemico, espandendo l’agenda di problemi emersi in una data comunità, dando voce ai bisogni insoddisfatti e stimolando la partecipazione civica, oltre a sviluppare micro-dinamiche sociali ed economiche.

In definitiva, sebbene queste organizzazioni siano state spesso escluse dai processi decisionali relativi alle trasformazioni urbane, non va assolutamente sottovalutata la loro capacità di azione nel fornire risposte adeguate alle richieste di soddisfazione dei bisogni di comunità emarginate. In tal senso, le organizzazioni non-profit possono proporsi come nuovi attori nella costruzione di pratiche di sviluppo socio-economico, innovando i processi di policymaking a partire dal vantaggio competitivo che detengono rispetto ad attori pubblici e privati: la conoscenza delle necessità delle comunità locali e delle risorse e delle potenzialità del territorio. Proprio per questo, gli attori non-profit dovrebbero essere sempre più considerati come punti di raccordo tra interessi economici, politici e sociali, in grado di coordinare coalizioni eterogenee composte da attori provenienti da mondi diversi che possano proporre e attuare piani integrati di sviluppo socio-economico a livello urbano.

In quest’ottica, andrebbe anche ripensato il modello di governance di molte città: considerando l’inefficacia delle risposte date dallo Stato e dal mercato rispetto alle condizioni delle periferie, sembra necessario implementare un modello di governance urbana nel quale il settore non-profit assuma un ruolo decisivo nel soddisfare le richieste provenienti da comunità e territori marginalizzati. Senza sminuire l’importanza degli attori pubblici e di quelli privati in termini di risorse economiche, professionali e tecniche, l’innovazione insita in questa nuova governance risiederebbe nell’attivazione di processi di rigenerazione urbana non più basati su ritorni economici e speculativi ma motivati da uno spirito pubblico e da una natura propriamente non-profit nel generare opportunità di sviluppo socio-economico, oltre a facilitare processi democratici di decisionmaking.

In questo scenario, sono proprio i quartieri periferici e depressi delle nostre città a fornire una potenziale arena di intervento nella quale sperimentare innovative forme di governance urbana, sfruttando gli spazi abbandonati o inutilizzati, nei quali vecchi e nuovi residenti possano esprimere la loro idea sull’utilizzo e la trasformazione del territorio. In tal senso, le organizzazioni non-profit rappresentano l’attore ideale nel guidare coalizioni multi-stakeholder di governance capaci di elaborare progetti di rigenerazione urbana nelle periferie degradate: la loro abilità nel fornire beni pubblici, gestire beni comuni, produrre esternalità positive, distribuire risorse di welfare, prevenire comportamenti opportunistici, oltre a soddisfare le richieste inascoltate del territorio, sono i punti di forza attraverso i quali generare coesione sociale e sviluppo endogeno che vadano a beneficiare in primo luogo i residenti delle aree di intervento.

L’obiettivo ultimo sarebbe quello di dare un significato diverso al concetto di “sviluppo urbano”: uno sviluppo che vada oltre gli elementi monetari e speculativi e che incorpori le capacità, la partecipazione e l’emancipazione dei residenti coinvolti nei processi di rigenerazione e trasformazione del territorio.


[1] Ponticelli conta circa 70.000 abitanti e registra elevati tassi di attività illegali, dalla prostituzione al traffico di droga. Il panorama urbano è dominato da magazzini, case popolari, impianti industriali abbandonati che aumentano le condizioni di degrado socio-economico confermate dalle percentuali su scolarizzazione (36,4%), disoccupazione (35,4%) e indice di svantaggio sociale (19,08 rispetto a 11,1 in città) (Comune di Napoli, 2011).

[2] In tal senso, si possono menzionale la Fondazione Banco di Napoli, il FAI, il Google Cultural Institute e Google Maps, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, l’Aeroporto Internazionale di Napoli, il Comune di Napoli, l’Università Federico II, altre onlus locali, il Rotary Campania Napoli e il Forum Regionale della Gioventù.

Scritto da
Angelo Laudiero

È laureato magistrale in Scienze Politiche presso l’Università “Orientale” di Napoli. Dopo diverse esperienze di lavoro in Italia e all’estero, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Sviluppo Locale presso l’Università di Trento, con una tesi su innovazione sociale e attività culturali nei processi di rigenerazione urbana delle periferie. Contatti: a.laudiero1@libero.it.

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