Tecnologia e industria nella transizione energetica. Intervista a Marco Dell’Aguzzo
- 11 Giugno 2025

Tecnologia e industria nella transizione energetica. Intervista a Marco Dell’Aguzzo

Scritto da Giuseppe Palazzo

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In Power. Tecnologia e geopolitica nella transizione energetica – edito nel 2024 da Ledizioni con prefazione di Simone Pieranni (e recensito da Luca Picotti su Pandora Rivista) – il giornalista Marco Dell’Aguzzo inquadra la transizione energetica nell’ambito delle dinamiche geopolitiche. Più che un percorso tracciato e realizzato all’insegna della cooperazione, la transizione si configura come un processo all’insegna della competizione, nonostante gli estenuanti sforzi multilaterali delle COP (Conference of the Parties), scosse dalla seconda fuoriuscita degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi. 

Dell’Aguzzo, da un lato, spiega quali sono le principali fonti di energia e tecnologie al centro dell’attenzione, le loro potenzialità, limiti e sviluppi; e, dall’altro lato, analizza quanto Stati Uniti, Cina e Unione Europea siano autonomi (o meno) nell’accesso, nello sviluppo e nell’utilizzo di queste fonti e tecnologie, lungo le cui filiere si concretizzano le relazioni di potere. In questa intervista richiamiamo con Dell’Aguzzo i temi principali del libro e ne evidenziamo alcuni spunti di riflessione.


Prima di tutto le chiederei di farci una piccola introduzione alle tematiche affrontate nel libro. In cosa consistono le diverse dimensioni della transizione energetica e qual è la loro rilevanza sul piano politico? Chi sono i principali attori in gioco? Insomma, “power” in inglese ha diversi significati…

Marco Dell’Aguzzo: Mi sembra che due significati su tutti racchiudano bene le forze alla base della transizione verde. Si tratta soprattutto di elettrificazione, quindi power inteso come potenza elettrica, ma la transizione è anche una competizione tra gli Stati riguardo lo sviluppo delle cosiddette tecnologie pulite, il primato su alcuni processi industriali verdi e il controllo su alcune filiere che saranno fondamentali nei prossimi anni. Quindi power anche nel senso di potere politico, di autorità politica. Il messaggio centrale del mio libro è che la transizione non è un percorso pacifico verso la sostenibilità sociale e la neutralità climatica ma è, innanzitutto, una rivoluzione industriale, un processo inevitabilmente dominato da una dinamica di competizione. Chi avrà la meglio in questa rivoluzione industriale godrà di una prosperità in termini economici che si ripercuoterà anche in termini di influenza a livello internazionale. Chi verrà sconfitto inevitabilmente dovrà fare i conti con una irrilevanza sia a livello economico sia a livello politico. Il fatto che la transizione sia un processo conflittuale, trainato da motivazioni di supremazia politica, è dimostrato anche dal fatto che gli strumenti che sono stati adottati per dirigerla sono, praticamente ovunque, degli strumenti di natura economica piegati agli scopi della politica, soprattutto dove lo Stato è molto forte. Si pensi ai dazi, ma anche agli obblighi di trasferimento della proprietà intellettuale e, più recentemente, all’introduzione di quote minime di manifattura interna per soddisfare la domanda di alcuni materiali e prodotti. Stiamo assistendo a una transizione a colpi di protezionismo da una parte e di sussidi dall’altra, per favorire i propri prodotti e svantaggiare quelli altrui. Ciò costituisce una dimostrazione forte del fatto che la transizione è un processo trainato dalla ricerca di una potenza industriale e, appunto, politica. Se non lo fosse, cioè se fosse un processo che si basa sulla ricerca di una collaborazione finalizzata alla neutralità climatica, sicuramente non avrebbe senso ricorrere, perlomeno non in questa misura, a protezionismi vari, che hanno l’effetto di aumentare il costo e il prezzo delle tecnologie pulite. Il libero scambio sarebbe molto più utile alla transizione.

Gli attori principali nella transizione sono tre: gli Stati Uniti d’America, l’Unione Europea e la Repubblica Popolare Cinese. Poi intorno a loro si muovono tanti altri Paesi, come l’India e l’Arabia Saudita, dal grande peso a livello internazionale, ma anche altri di cui si sente parlare meno, come l’Australia, ricchissima di risorse minerarie ed energetiche, con consolidate industrie e infrastrutture estrattive nei settori del carbone, del gas e dei minerali ferrosi. Canberra può sfruttare sicuramente questa forza per affacciarsi a comparti nuovi quali l’idrogeno, le terre rare e l’elettricità rinnovabile. È un Paese che va tenuto d’occhio, come testimonia anche Chris Wright, il nuovo Segretario statunitense all’energia, che ha dichiarato che l’Australia può essere un fornitore importante per gli Stati Uniti, soprattutto di uranio. 

 

Durante l’amministrazione Biden gli Stati Uniti hanno realizzato un importante politica industriale. Tuttavia, vi sono opinioni diverse su quanto il pubblico debba intervenire nello sviluppo delle tecnologie: da un lato occorre indirizzare l’industria verso obiettivi ambientali e geopolitici, dall’altro l’imperativo è quello di non limitare l’innovazione. Come si può mantenere un equilibrio? Con la rielezione di Donald Trump cosa bisogna aspettarsi?

Marco dell’Aguzzo: Questa è una domanda difficilissima. In generale penso che l’approccio della regolazione statunitense sia molto più leggero di quello europeo. Ad esempio, sulle auto elettriche l’amministrazione Biden aveva dato un’indicazione senza introdurre un obiettivo legalmente vincolante a livello federale, come invece fa il famoso “ban” al motore termico dal 2035 nell’Unione Europea. Meglio o peggio che sia, questo è un dato oggettivo. Anche il famoso Inflaction Reduction Act, che riguarda tutto tranne l’inflazione, aveva un approccio fortemente basato sulla neutralità tecnologica, ovvero non indicava in anticipo quali tecnologie fossero le tecnologie vincenti, e anzi offriva aiuti a ogni tecnologia purché conseguisse una riduzione delle emissioni. In Europa, almeno fino ad ora, è stato diverso. Ad esempio, la fonte nucleare – giustamente o meno, queste sono valutazione politiche – ha avuto un trattamento diverso rispetto alle fonti rinnovabili. Tutto questo dibattito sul nucleare negli Stati Uniti non esiste, non è un tema divisivo come da noi, ed è considerato una fonte energetica importante da entrambi gli schieramenti. Un altro aspetto da considerare è la dinamica tra domanda e offerta. In una transizione guidata dalla politica, che ne definisce obiettivi e tempistiche, e non dal mercato, domanda e offerta dovrebbero muoversi di pari passo. Ad esempio, per far sì che si affermino le auto elettriche occorre che si vendano a prezzi competitivi e che vi sia un’infrastruttura di ricarica sufficientemente estesa e capillare. In generale vi sono dei pro e dei contro sia in presenza di uno Stato che interviene sia in presenza di uno Stato che lascia che siano le dinamiche di mercato ad agire. Lo stesso si può dire per le diverse strategie e i diversi strumenti che uno Stato può utilizzare per dirigere l’industria. Ad esempio, ricorrere ai sussidi per sostenere un settore, o un tipo di prodotto, comporta il rischio di sprecare denaro pubblico per sovvenzionare tecnologie che poi non verranno premiate dal mercato. D’altronde, a posteriori, uno Stato potrebbe pentirsene, se si rende conto di essere rimasto indietro in un ambito che poi si rivela strategico, come è capitato agli Stati Uniti con la società A123, finita poi in mano cinese con tutto il suo know-how relativo alle batterie.

Su Trump è ancora presto per esprimere un giudizio, ma alcune cose mi sembrano chiare, anche ripensando al suo primo mandato. La prima è che anche l’amministrazione Trump ha ben chiaro che la competizione tecnologica con la Cina passa anche dal settore energetico. Il Segretario agli interni, Doug Burgum, ha affermato che gli Stati Uniti perderanno la “corsa alle armi” sull’intelligenza artificiale se non aumenteranno la generazione di energia da fonti stabili, riferendosi alle fonti fossili, al gas soprattutto, e al nucleare. Queste, infatti, sono fonti stabili se paragonate alla produzione intermittente di energia che caratterizza fonti rinnovabili come il solare e l’eolico, e soddisfano più facilmente la domanda elevata di energia dei data center. A questa dichiarazione si è aggiunta quella di Scott Bessent, Segretario al tesoro, a proposito della necessità di costruire più centrali per competere con gli analoghi piani cinesi sull’energia nucleare. La seconda cosa che cambierà con il ritorno di Trump alla Casa Bianca è che probabilmente Washington, se da un lato punterà di più sul nucleare, dall’altro ridurrà i sussidi alle rinnovabili o li concederà in maniera più ristretta. Ma dubito che li cancellerà del tutto. Trump, insomma, ama gli annunci sugli investimenti, sui posti di lavoro, ma non penso ostacolerà l’apertura delle fabbriche di tecnologie pulite. Le incoraggerà in altri modi, attraverso la deregolamentazione, uno snellimento della burocrazia e dei processi autorizzativi e forse anche attraverso gli onnipresenti dazi e altre misure per favorire gli investimenti stranieri sul territorio statunitense. Anche perché, ad esempio, nel repubblicano Texas l’eolico ha avuto uno sviluppo importante. Poi una cosa è la produzione di energia rinnovabile, un’altra la produzione delle tecnologie necessarie allo sfruttamento delle fonti rinnovabili. Se per la prima i sussidi e gli incentivi sono sempre meno necessari, per la seconda lo sono ancora, soprattutto se si vuole competere con la Cina, che è molto avanti e ha un dominio pressoché totale sulle filiere. Quindi l’amministrazione Trump porrà sicuramente meno enfasi sulle fonti rinnovabili privilegiando l’energia nucleare, la cui produzione è comunque a zero emissioni. Credo che la transizione procederà, magari con ritmi e strategie differenti. Cambierà la strada ma non la meta, che è fare la transizione per competere con Pechino. Aggiungo che, forse, la decisione dell’amministrazione Trump di spostare il focus sul nucleare è anche una accettazione del fatto che la Cina ha già vinto sulle tecnologie per il fotovoltaico, per l’auto elettrica, per le batterie agli ioni di litio. Il nucleare può essere un modo per preservare il vantaggio sulla Cina in un ambito che Pechino non domina, strategico anche sul fronte dell’intelligenza artificiale.

 

Qual è il ruolo di Elon Musk e delle sue aziende in questa competizione?

Marco dell’Aguzzo: Musk ha un conflitto di interessi notevole. Per Tesla la Cina è un mercato, ma anche una base manifatturiera fondamentale. Vediamo come impatterà sugli affari di Tesla la competizione tra Stati Uniti e Cina. Ormai i cinesi hanno sviluppato un’industria dell’auto elettrica molto competitiva, mentre Tesla copre solo il segmento di fascia alta, nonostante produca anche le batterie, incluse quelle da collegare alle reti elettriche per lo stoccaggio. Nel mercato delle auto le cose andrebbero male per la compagnia se i rapporti con la Cina si rovinassero. Trump può adottare un approccio anti-cinese, mentre Musk non può permetterselo. 

 

Parlando della Cina, come sottolineato Pechino è in una posizione più avanzata riguardo alle tecnologie per il digitale e la decarbonizzazione. Lei spiega che la strategia cinese, perseguita nei decenni, si può riassumere in tre elementi: «sussidi alla manifattura, creazione della domanda e controllo sulla filiera» (p. 85). Può spiegarci questa strategia? E cosa significa che la Cina intende «costruire il nuovo prima di scartare il vecchio» (p. 17)?

Marco Dell’Aguzzo: La Cina ha strutturato una strategia sull’elettrificazione con un approccio completo e un obiettivo preciso, un obiettivo politico, ovvero diminuire la dipendenza dall’estero per i combustibili fossili e competere a livello internazionale. Nei decenni ha sfruttato alcune aperture che gli ha offerto l’Occidente – come spiego nel libro – ad esempio sui pannelli solari, un ambito in cui gli Stati Uniti erano molto forti e anche l’Europa vantava delle eccellenze. Mentre nella filiera del motore endotermico la Cina non era assolutamente rilevante, ed è un ambito nel quale ancora oggi assembla e nulla più. Quindi ha scommesso su un salto tecnologico, su una tecnologia radicalmente diversa, il motore elettrico. Scommessa rischiosa ma di successo. Come si ricordava, il governo cinese ha lavorato contemporaneamente su diversi aspetti fondamentali come la manifattura, il mercato e la filiera. La Cina ha sostenuto tutte le società che producono auto elettriche, pannelli fotovoltaici, batterie e non solo, ricorrendo ad aiuti diretti, prestiti bancari agevolati, facilitazioni nell’acquisto di terreni ed elettricità a prezzi bassi. Contemporaneamente, ha garantito un mercato a tutte queste tecnologie pulite imponendo degli obblighi di produzione di elettricità rinnovabile alle società elettriche, facendo installare colonnine per la ricarica delle auto, forzando la riconversione dei taxi e degli autobus nelle zone urbane. Oltre al mercato interno, Pechino guarda anche all’esportazione. Il punto però fondamentale è stato il controllo dell’intera filiera, dalle materie prime ai prodotti semilavorati. Questo ha garantito un vantaggio formidabile alle società cinesi, che hanno potuto mantenere bassi i costi per la produzione di queste tecnologie. Ora Pechino domina tutte le filiere rilevanti e qualsiasi loro applicazione industriale. Ovviamente la Cina ha una struttura politica che favorisce un coordinamento a questi livelli, ma il successo cinese nelle tecnologie verdi non può essere ridotto al ruolo dello Stato. Anche in Cina vi è una competizione molto forte tra società private, che combattono quella che viene chiamata una “guerra dei prezzi”, con tante aziende che falliscono e vengono assorbite da altre. Il potere centrale comunista fissa gli obiettivi con sguardo pluriennale, fornisce gli strumenti per realizzare le tecnologie e lascia fare a questo ecosistema capitalistico – se non libero, sicuramente privato – molto forte e agguerrito, dove la competizione porta alla formazione di campioni tecnologici e all’innovazione. Solo quando si esce dal seminato lo Stato interviene in modo coercitivo, come nel caso di Jack Ma.

«Costruire il nuovo prima di scartare il vecchio» significa che la Cina non fa coincidere l’elettrificazione con la decarbonizzazione. Lo scorso anno Pechino ha avviato nuove centrali per la produzione di elettricità a carbone con una capacità complessiva di oltre 90 gigawatt, il valore annuale più alto da circa dieci anni, insieme a una crescita record delle fonti rinnovabili. Il carbone cala in termini percentuali nel mix energetico cinese ma non in termini assoluti. La Cina non vuole sacrificare i suoi vecchi comparti, per quanto molto inquinanti, e la sua crescita economica per allinearsi agli obiettivi internazionali sulla riduzione delle emissioni. Per i suoi piani non si può scartare ancora il “vecchio” carbone, tutt’altro. Anche perché non avrebbe senso costruire centrali per poi dismetterle pochi anni dopo. Dubito che i cinesi raggiungeranno la neutralità climatica al 2060, come dichiarato. Il carbone è anche necessario al mantenimento dei prezzi bassi dell’energia utilizzata per produrre, a prezzi contenuti, proprio le tecnologie verdi di cui i cinesi sono campioni. 

 

L’Unione Europea ha risposto alla crisi energetica dopo l’attacco della Russia all’Ucraina con un’accelerazione della transizione che intende ridurre la sua dipendenza dall’estero per le materie prime e le tecnologie. Riassumendo: azzerare le emissioni nette con tecnologie e materiali provenienti dalla stessa Unione. In quali condizioni si trova l’Europa e quali prospettive ci sono?

Marco Dell’Aguzzo: Vorrei tanto dire che le prospettive sono “buone”, ma temo che noi europei ci siamo dati obiettivi troppo ambiziosi se paragonati alle nostre possibilità. Nel senso che oggi non abbiamo capacità industriali per la produzione di tecnologie verdi, come fotovoltaico e auto elettriche. In particolare, non le abbiamo sulle batterie, che sono la tecnologia più critica per la transizione. Il fallimento della svedese Northvolt è un esempio di quanto sia difficile fare innovazione e contemporaneamente competere con le società cinesi, che beneficiano del controllo del loro Paese sulle filiere. La difficoltà manifatturiera del nostro continente riguarda anche le turbine eoliche, sulle quali il nostro primato (in particolare quello della danese Vestas) è ormai seriamente minacciato dalla concorrenza cinese. Le turbine made in China costano circa la metà di quelle occidentali e potrebbero essere esportate sempre di più, perché la Cina vive una situazione di sovraccapacità produttiva che porta le aziende a guardare a mercati esteri. I costi e i prezzi bassi delle turbine cinesi, come delle auto elettriche, dei pannelli fotovoltaici e degli elettrolizzatori per l’idrogeno verde, sono frutto della strategia perseguita dalla Cina di cui abbiamo parlato prima, che ha permesso a Pechino di sviluppare un controllo quasi totale delle filiere per la produzione dei componenti delle turbine, tra cui i magneti in terre rare. Noi europei, infatti, siamo in difficoltà soprattutto sull’approvvigionamento e sulla raffinazione delle materie prime. La recente presentazione del Clean Industrial Deal della Commissione Europea è la conferma di queste difficoltà. Mi è davvero difficile intravedere per noi europei una via d’uscita. Penso che l’Europa dovrebbe lavorare soprattutto sull’abbassamento del costo dell’elettricità, il vero nodo da sciogliere, così avrà più facilmente modo di favorire la conversione verde anche di tanti settori che sono difficili da elettrificare. L’Unione Europea deve anche fare innovazione in quei settori dove la Cina, almeno per ora, non domina, così da sviluppare un vantaggio su alcuni fronti preservando un minimo di influenza a livello internazionale. Penso ai nuovi materiali per i pannelli solari, ai reattori nucleari modulari e a quelli di quarta generazione, al riciclo dei materiali critici, alla cattura della CO2 e ai carburanti sintetici.

 

Per realizzare la transizione velocemente e a costi contenuti occorrerebbe cooperare a livello internazionale. C’è chi sostiene che noi europei dovremmo acquistare prodotti cinesi per decarbonizzarci mentre sviluppiamo tecnologie nostre, come fece la Cina con le tecnologie occidentali. C’è chi, invece, teme che i prodotti a basso costo cinesi saturerebbero il mercato soffocando gli sviluppi tecnologici europei. Su che basi trovare un equilibrio tra cooperazione e competizione? Quanto bene o male possono fare i dazi allo sviluppo tecnologico?

Marco Dell’Aguzzo: A me sembra che gli spazi per una cooperazione con la Cina si siano ridotti molto. È un Paese che la stessa Unione Europea considera un partner solamente in certe aree, mentre nel complesso lo ritiene un rivale sistemico. Nell’ambito della decarbonizzazione con la Cina si potranno sicuramente trovare degli accordi sulla riduzione e sul monitoraggio delle emissioni, ma ritengo che una cooperazione sulle tecnologie sia complicata. La Commissione Europea vorrebbe forzare il trasferimento tecnologico dalle società cinesi a quelle europee, soprattutto sulle batterie, ma non mi sembra che la Cina sia d’accordo e ritengo che non accetterà di perdere il suo fortissimo vantaggio competitivo. Inoltre, sulle difficoltà di una cooperazione tecnologica, segnalo che in un rapporto commissionato dal Ministero della difesa tedesco si invita a prestare attenzione alle turbine eoliche fatte in Cina perché potrebbero essere controllate a distanza ed essere sfruttate per lo spionaggio. Non sappiamo quanto questo timore sia fondato, ma è indicativo di un contesto complicato, all’insegna della competizione.

In merito ai dazi, mi sembra che la strada sia ormai segnata. L’Europa ha scelto di porre dazi sulle auto elettriche fatte in Cina per rallentarne l’avanzata, una misura presa solamente per dare più tempo alle società europee di sviluppare veicoli elettrici che costino meno e che abbiano dei prezzi più competitivi per l’utente medio per cui un’auto elettrica da 30-40.000 euro può essere inaccessibile; anche se difficilmente ci si avvicinerà ai prezzi della cinese BYD. La Seagull di BYD si vende infatti nuova a poco più di 10.000 euro e una competitività di questo tipo è dirompente per il mercato europeo.

 

Veniamo all’Italia. Il governo promuove di nuovo il progetto dell’hub europeo meridionale dell’energia, portando in Europa gas (e in futuro idrogeno verde) dal Nord Africa e dal Medio Oriente. Dato che vogliamo decarbonizzarci non si parla troppo di hub del gas, che rischia di essere una velleità di scarso respiro, e poco delle smart grid e dei progetti italiani sulle batterie e sul riciclo del litio, ambiti che vedono Enel e Terna tra le aziende più importanti in Europa?

Marco Dell’Aguzzo: Dobbiamo agganciare sempre la nostra ambizione alla realtà. È vero che ci sono progetti nazionali molto interessanti anche su alcune clean tech innovative. Tuttavia, si tratta di progetti di piccole dimensioni che non hanno raggiunto nemmeno la scala industriale che aveva Northvolt, figuriamoci quella dei colossi cinesi. Dobbiamo continuare a innovare, noi europei, quindi anche noi italiani, come dicevo prima, guardando ad ambiti dove i cinesi ancora non dominano. Ben vengano queste iniziative, ma non sono soluzioni a cui guardare nel breve periodo. Anche l’hub del gas è un’iniziativa su cui non farei molto affidamento, ma non perché il gas sia prossimo alla sua scomparsa. Abbiamo già scommesso più volte sul raggiungimento del picco dei combustibili fossili, che sembra sarà più in là di quanto avevamo pensato e forse anche sperato. Da un lato è vero che l’Italia è geograficamente a metà strada tra i Paesi produttori di gas del Mediterraneo allargato e i principali Paesi consumatori europei. L’idea in sé non è da scartare e si potrebbe declinare in chiave multienergetica, guardando non solo al trasporto del gas, ma anche a quello dell’elettricità, dell’idrogeno e dell’ammoniaca (che è un vettore per il trasporto dell’idrogeno). Dall’altro lato è anche vero che questo progetto dell’hub italiano deve competere con altri hub, altre zone europee che sono posizionate meglio per lo stesso compito, in particolare il Mare del Nord, ma anche la Spagna, con i suoi rigassificatori e, pur se con il nucleare al posto del gas, anche la Francia. Macron pare voler integrare lo sviluppo di nuovi reattori nucleari, guardando anche a quelli modulari e a quelli di quarta generazione, allo sviluppo del settore dell’intelligenza artificiale. Insomma, per gestire questa competizione serve continuità politica a Roma su questo hub, e anche un impegno maggiore di quello investito al momento. Siamo in ritardo. E anche i Paesi da coinvolgere nel Mediterraneo allargato dovrebbero essere sufficientemente stabili. La politica spesso parla di energia in modo propagandistico e banalizzante, promuovendo “silver bullet”, soluzioni facili e miracolose, che spesso consistono in tecnologie ancora lontane dall’applicazione su larga scala, come la fusione nucleare. Quando e se questa arriverà sarà utilissima, ma parlarne ora come di una soluzione è una perdita di tempo, una distrazione.

 

Nel dibattito pubblico emergono anche riflessioni sulla necessità di una transizione culturale che superi il modello consumistico in cui viviamo. Lei scrive: «per evitare che la situazione climatica degeneri è necessario decarbonizzare. Lo strumento per farlo non sarà la decrescita felice, un ossimoro incompatibile con la vita reale» (p. 14). Potrebbe approfondire questa critica alla decrescita felice?

Marco Dell’Aguzzo: Nei fatti non ci può essere decrescita felice. Se pensiamo che possa esserci, secondo me, è perché viviamo in Paesi ricchi, dove la qualità della vita è alta e dove le comodità sono tante. La maggior parte del mondo non si trova nella nostra situazione e vuole sicuramente raggiungerla. Non so se sia possibile convincere le popolazioni dell’Africa o dell’Asia meridionale a decrescere e ad esserne anche “felici”. Ed è soprattutto l’Asia, la Cina e l’India in primis, a dover decarbonizzare, se vogliamo realizzare la transizione a livello globale. Dobbiamo elaborare politiche che siano il più possibile valide e il più possibile attraenti a livello mondiale e la decrescita felice non mi pare possa esserlo.

Alla base c’è un progetto di cambiamento del mondo più ampio. Io mi sono avvicinato ai temi della transizione non dal mondo dell’ambientalismo ma da quello dell’industria, ho un altro punto di vista, e, a mio giudizio, l’attuale transizione non ha niente a che fare con il superamento del modello capitalistico e consumistico. Chi vede la transizione verde secondo queste lenti penso sia più interessato a queste stesse lenti, al superamento del capitalismo, piuttosto che ai temi specifici dell’energia o delle emissioni. Pertanto, questa è la mia impressione, la transizione verde per queste persone è anche un grimaldello per scardinare l’attuale modello di società. Un approccio che non pone davvero la transizione al centro. Comprendo le loro motivazioni e i loro obiettivi, ma la transizione è una rivoluzione industriale che riguarda il modo in cui produciamo non solo l’elettricità ma anche l’acciaio, il cibo, il cemento, praticamente tutto ciò che consumiamo. La sostenibilità ambientale e sociale sono conseguenze, non cause di questo processo, il cui obiettivo è fare profitto, anche perché, ad esempio, chi produce batterie e altri prodotti per la transizione, è allo stesso tempo spinto a fare più profitti possibili per poter diventare più competitivo e più innovativo, e quindi contribuire a diffondere ulteriormente queste tecnologie. Detto ciò, lo ribadisco, comprendo le ragioni di chi promuove la decrescita felice e legittimamente forse cerca di sfruttare l’attimo, di integrare elementi di critica alla società dentro un processo che a me sembra soprattutto tecnologico e industriale. Questa integrazione mi pare sia più promettente affrontando il tema della transizione a livello “micro”, a livello locale, tramite iniziative come le comunità energetiche, coinvolgendo la popolazione, rendendola protagonista consapevole dei benefici della decarbonizzazione nel proprio contesto. Personalmente seguo però i livelli “macro”, e a quei livelli non saprei come poter integrare tecnologia, industria e geopolitica a queste aspirazioni sociali.

Scritto da
Giuseppe Palazzo

Laureato in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano, si è poi specializzato nel settore energetico, conseguendo un MSc in Global Energy and Climate Policy presso la SOAS University of London e un master in Energy Management presso il MIP Politecnico di Milano. Ha intrapreso percorsi legati alle politiche pubbliche ed europee, presso ISPI e Scuola di Politiche, e legati alla regolazione del settore energetico italiano presso l’Università di Siena. Ha lavorato come consulente in BIP, ora è project manager per le attività internazionali di RSE (Ricerca sul Sistema Energetico), dipartimento Sviluppo sostenibile e Fonti energetiche.

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