Terre (non così) rare. Una breve storia globale
- 18 Febbraio 2020

Terre (non così) rare. Una breve storia globale

Scritto da Alberto Prina Cerai

12 minuti di lettura

Le terre rare non sono “rare”. O meglio, lo sono le proprietà chimico-fisiche che le rendono, senza dubbio, essenziali per quasi ogni aspetto tecnologico nell’era digitale. Ad oggi, la Cina controlla quasi il 97% della produzione mondiale, ma questo dato – seppur impressionante – è spesso oggetto di un “determinismo geologico” che tende a ridurre la questione a un mero gioco a somma zero. La storia della scoperta di questi minerali, del loro sfruttamento economico e politico è, in realtà, molto più complessa e ha contribuito a creare le condizioni di quel monopolio che oggi l’Occidente teme più che mai[1]. Tenendo conto del suo carattere fortemente transnazionale e del nesso tra ricerca scientifica e innovazione tecnologico-industriale, la storia dell’utilizzo dei minerali rari può essere suddivisa, per semplicità, in quattro momenti periodizzanti[2]. In questo primo articolo, si ripercorreranno i passaggi significativi dall’età coloniale sino alla frattura sino-sovietica. Nel successivo, si proverà a seguire le tappe che hanno gettato le fondamenta dell’attuale configurazione, geopolitica ed economica, dei metalli rari che sempre più definiscono limiti e frontiere della modernità nel XXI secolo.

 

La geologia al servizio dell’imperialismo (1880-1939)

Tutto ebbe inizio nel 1787, quando un luogotenente dell’Esercito svedese, Carl Axel Arrhenius, più tardi riconosciuto brillante chimico e mineralogista, scoprì nei pressi della cittadina di Ytterby uno strano minerale nero. Qualche anno più tardi, il chimico finnico Johan Gadolin, lo ribattezzò “gadolinite”, associando al minerale un nuovo appellativo che lo distinguesse dall’etichetta “earth” con la quale al tempo venivano classificati tutti i materiali la cui struttura atomica sfuggisse alla tradizionale nomenclatura [Evans, 1996]. Più tardi, studi dimostrarono che si trattava di un minerale dall’insolita composizione fisico-chimica, consistente in percentuali di cerio, lantanio e yttrio incastonati in un blocco grezzo di minerali ferrosi [Szabadvary, 1988]. Dal momento che tali “elementi” non erano ancora stati scoperti in altri siti, si presuppose fossero scarsamente distribuiti lungo la crosta terrestre: dunque, si decise di raggrupparli in un gruppo più o meno omogeneo e di denominarli “terre rare”, in riferimento ai 15 elementi nella serie dei “lantanidi” [Klinger, 2015][3]. In breve, tale nomenclatura, che avrebbe per secoli prodotto un «confusione semantica», non fece che confermare le «origini geo-storiche della chimica moderna» [Abraham, 2011, 101], in quanto ancorata a conoscenze limitate e, soprattutto, fortemente vincolata alla territorialità delle sue scoperte scientifiche.

Nei decenni che ne seguirono la scoperta, i minerali rari furono oggetto di numerosi studi scientifici ma non videro aprirsi opportunità di applicazione concreta nella vita di tutti i giorni. Tuttavia, a partire dalla fine del XIX secolo, questi minerali divennero sempre più oggetto della competizione coloniale, della politica di potenza europea e dunque del militarismo tardo-ottocentesco [Klinger, 2015], oltre a cementare una «collaborazione inter-imperiale» tra gli interessi finanziari dominanti dell’epoca (specialmente britannici) e la crescente élite industrial-scientifica mineraria [Tuffnell, 2015]. Fu in questo lasso di tempo che si concretizzò il primo utilizzo industriale delle “terre rare”, sia mescolate ad altri minerali sia sfruttate una volta raffinato il processo di separazione dal materiale grezzo: in natura, infatti, si trovano spesso associati alla monazite (costituita da fosfato di cerio e una buona percentuale di torio) e alla bastnasite (appartenente alla famiglia dei minerali contenenti fluoruro di carbonato). Tuttavia, si dovette aspettare il 1891, quando alla necessità di mantenere un’illuminazione costante nei crescenti agglomerati urbani e industriali rispose il chimico austriaco Carl Auer von Welsbach, che riuscì a brevettare le prime reticelle incandescenti, composte dal 99% di biossido di torio e dall’1% di ossido cerico [Greinacher, 1981]. Fu la prima applicazione commerciale della monazite. Per superare la difficoltà tecnica dell’accensione, Welsbach mischiò i residui delle terre rare con una discreta percentuale di ferro, e così qualche anno più tardi poté lanciare sul mercato un innovativo dispositivo d’accensione (“flintstone”) ancora utilizzato oggi.

Nel giro di pochi decenni, la domanda commerciale crebbe a dismisura, tanto che tra il 1908 e il 1930 ne furono prodotte tra le 1.100 e 1.400 tonnellate, aumentando così esponenzialmente la richiesta di ossidi di terre rare [Abraham, 2011; Greinacher, 1981]. In pochi anni di produzione di massa, le miniere svedesi incominciarono ad esaurirsi. Così la scoperta di Welsbach, resa commercialmente possibile grazie alle riserve di gadolinite e bastnasite, finì per incentivare una corsa all’estrazione che divenne indissolubilmente connessa alle ambizioni imperialistiche europee quando britannici e tedeschi incominciarono a guardare con interesse alle risorse minerarie in Asia Orientale e nelle Americhe, così come in Australia e in Sud Africa. Giacimenti di monazite furono scoperti nel 1887 da un’impresa inglese lungo le spiagge sabbiose della Carolina (USA), mentre più tardi, nel 1905 e nel 1909, rispettivamente il German Thorium Syndicate e l’austriaca Welsbach Company iniziarono a sfruttare le risorse di monazite in Brasile e in India che avrebbero a lungo coperto la domanda del mercato mondiale fino alla Grande Guerra, quando la catena di distribuzione tedesca venne tagliata fuori dal mercato, obbligando così l’americana “Lindsay Light” (fondata nel 1902) a importare monazite dall’India [Greinacher, 1981; Klinger, 2015; Goldman, 2014]. Il successo commerciale delle scoperte del chimico austriaco contribuì, dunque, ad espandere a livello globale l’industria delle terre rare, contribuendo così ad una convergenza tra le scienze geologiche e l’imperialismo. In particolare, questo nesso divenne una costante nei progetti coloniali europei e giapponesi in Cina, tanto per lo sfruttamento delle sue risorse quanto per una disputa geopolitica sui suoi territori [Klinger, 2017]. Non è un caso, infatti, che nella prima metà del Novecento l’orientamento industriale di queste spedizioni geologiche, la rappresentazione cartografica delle ricchezze minerarie e la costruzione delle infrastrutture necessarie al loro sfruttamento fossero dipinti come la massima rappresentazione della modernità e del progresso, a prescindere da quale governance politico-economica fossero veicolate [Davis, 1926].

Il primo grande epicentro di questa corsa ai metalli rari, come accennato, si consolidò in Cina. Sulla scia delle turbolenze della Prima guerra mondiale, la geologia iniziò a consolidarsi come pratica scientifica strumentale al controllo politico, sino alla fondazione nel 1922 della China’s Geological Society. Inizialmente guidata da un gruppo di esperti internazionali in collaborazione con l’élite locale, ben presto emerse l’asimmetria di conoscenze a disposizione delle potenze straniere. In particolare, l’Impero giapponese, che arriverà a controllare quasi un terzo del territorio cinese, sfrutterà l’impulso dell’industria mineraria per consolidare il suo controllo territoriale. Spinto da ambizioni indipendentiste e desideroso di collocare la Cina in un ruolo paritario nei crescenti mercati mondiali, il Kuomintang (KMT) – Partito Nazionalista Cinese fondato nel 1912 che controllò gran parte della Cina dal 1928 fino al 1949 – tra gli anni Venti e Trenta iniziò a tessere rapporti diplomatici e commerciali con la Germania, attirato dal modello economico prussiano prima e nazista poi [Klinger, 2015]. In cambio di tungsteno, antimonio, stagno e rame, cruciali per il riarmo tedesco nel primo dopoguerra, la classe dirigente nazista vide nel gigante dormiente asiatico un grande potenziale di sbocco per la sua industria; inoltre, fornendo materiale bellico al KMT, non fece che alimentare il nazionalismo cinese sempre più desideroso di respingere l’espansione giapponese nell’entroterra del paese. In questa direzione, consolidare il controllo sui territori e acquisire le conoscenze scientifiche necessarie al pieno sfruttamento delle sue risorse divennero passaggi cruciali: così, i dirigenti cinesi arruolarono un team di esperti (tedeschi, svizzeri e danesi) e acconsentirono alla Northwestern Scientific Exploration Team, nell’aprile del 1927, di scandagliare le risorse minerarie ai confini più occidentali [Klinger, 2017]. Fu così che, nel luglio dello stesso anno, il professore Ding Daoheng, geologo di grande fama e più tardi nominato eroe nazionale, scoprì a circa 135 km a nord della città di Baotou, nella Mongolia Interna, quello che sarebbe diventato nei decenni successivi «la capitale mondiale delle terre rare», ovvero il complesso minerario di Bayan Obo, la prima frontiera globale dello sfruttamento di questi minerali [Klinger, 2017; Minggin, Xuehong, 1996]. Ma ci sarebbero volute due grandi svolte per la realizzazione del futuro complesso militare-industriale: la scoperta dell’energia atomica e l’ascesa al potere del Partito Comunista.

 

La corsa all’atomica e l’inizio della Guerra Fredda (1939-1960)

Fu a partire dalla seconda metà degli anni Trenta che ebbe inizio un ampio sfruttamento tecnico, grazie alla scoperta sistematica delle proprietà delle terre rare, dei metodi di separazione della struttura subatomica sino ai primi progetti di ricerca legati all’energia nucleare [Greinacher, 1981]. Con il progressivo declino del mercato della monazite – soppiantata dall’elettricità nel suo utilizzo commerciale – la seconda vita per le terre rare iniziò quando nel 1939, ben più tardi delle prime ricerche condotte da Marie Curie e Gerhard C. Schmidt, venne confermato da due scienziati tedeschi (Hahn e Strassman) che il torio fosse un incredibile propellente nucleare[4]. Sino all’inizio del secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti e la Germania nazista erano i due più grandi importatori di torio, rispettivamente dall’India e dal Brasile, e ben presto le due potenze avrebbero iniziato a lavorare ai rispettivi programmi di sviluppo dell’arma atomica [Klinger, 2015]. Tuttavia, a causa del blocco commerciale imposto dagli Alleati, Berlino fu piegata a cessare ogni rapporto commerciale con il Brasile e a subire un embargo totale su minerali cruciali come il tungsteno e il cromo: una mossa che, come riconobbe un funzionario della Difesa negli anni Ottanta, «bloccò la macchina bellica nazista» [cit. in Abraham, 2015, 30]. In seguito, realizzando l’importanza strategica di assicurarsi le catene di rifornimento anche per il dopoguerra, i leader anglo-americani arrivarono a concludere: «[…] è nel miglior futuro interesse di entrambi i paesi collaborare per cercare di ottenere il maggior controllo possibile dei depositi mondiali di uranio e torio […] sarebbe inoltre auspicabile che gli Stati Uniti conservino le loro apparenti limitate risorse domestiche e utilizzino qualunque materia prima che riescano ad acquisire dagli altri paesi» [Jones, 1985, 283]. Tra il 1942 e il 1945, grazie al supporto logistico dell’Impero britannico, all’appoggio scientifico dell’Union Carbide (un team di circa 130 geologi, interpreti ed esperti) e alle risorse industriali dell’American Company “Lindsay Light”, gli USA organizzarono un’incredibile rete di ricerca, estesa a livello globale, che contribuì al successo del Progetto Manhattan, contando sulle riserve di torio individuate in Congo belga, Brasile e India [Klinger, 2015; Jones, 1985]. Alla fine della guerra, l’Atomic Energy Commission[5] classificò il torio quale elemento cruciale per l’energia atomica, materiale vitale per la difesa strategica, la metallurgia e la propulsione dei jet [Goldman, 2014]. Dopo aver costituito una leva importante dell’industrializzazione e delle politiche coloniali, ora le terre rare sarebbero diventate uno degli elementi d’attrito geopolitici dell’incipiente Guerra Fredda.

Come nei casi precedenti, fu l’innovazione scientifica a determinarne una nuova strumentalizzazione politica, sfuggente alle più binarie logiche di mercato. Non era la politica economica delle terre rare a definirne l’importanza strategica: erano piuttosto i fini ultimi del loro sfruttamento che ne avrebbero costituito il significato geopolitico più sottile nella competizione internazionale e, dunque, palesato la crescente dipendenza degli Stati. In breve, le «terre rare, come tutti gli agenti materiali, sono polivalenti: nuovi significati sono prodotti tramite trasformazioni che giungono dalle scoperte tecnologiche, ma che acquisiscono pregnanza solo se compresi nelle loro relazioni politiche» [Abraham, 2011, 103]. Nel mondo post-coloniale del 1945, le armi atomiche rappresentavano l’espressione massima del potere sovrano e della modernità, ma la complessità scientifica inerente alla loro realizzazione celava una fragilità intrinseca: la disponibilità dei materiali. Non è dunque un caso che la prima “crisi delle terre rare” consumatasi tra gli Stati Uniti e l’India, tra il centro e la periferia del mondo, abbia determinato a riscrivere, un’altra volta, la geografia delle terre rare.

Non appena il mercato del torio e delle terre rare crebbe dopo il 1945, seguì un’improvvisa impennata la domanda di monazite. La principale fonte di approvvigionamento all’epoca era una remota regione del sub-continente indiano, chiamata Travancore, uno stato principesco da sempre oggetto di violente contese. Fino all’indipendenza dell’India dalla madrepatria britannica, questa regione aveva garantito agli USA, tra il 1937 e il 1945, quasi l’80% della monazite [Abraham, 2011]. Ma quando il neo-sovrano governo di Jawaharlal Nehru proclamò la piena sovranità sulle sue risorse con l’Indian Atomic Energy Act del 1948, arrestando le esportazioni, e sedò con un intervento militare le ultime resistenze indipendentiste nella regione, questa dipendenza divenne estremamente pericolosa agli occhi dei policymakers americani [Goldman, 2014]. Tuttavia, il contesto bipolare della Guerra Fredda offrì una finestra d’opportunità: l’embargo delle terre rare divenne un pretesto per un repentino riorientamento della politica estera americana verso il governo di Nehru in un’ottica antisovietica. Ma non si trattava soltanto di un costrutto ideologico: benché aspirante potenza nucleare, l’India era afflitta da una tremenda carestia, il che la rendeva secondo i calcoli americani terreno fertile per l’affermazione di movimenti comunisti [Klinger, 2017]. Nonostante un abile stratagemma diplomatico del Dipartimento di Stato, che prevedeva un programma d’emergenza contro la carestia (un prestito di 190$ milioni per comprare quote di grano statunitense) in cambio dei minerali strategici – siglato da Harry Truman il 15 giugno 1951 nell’”Emergency Indian Wheat Bill” – Nehru rifiutò la proposta, contestando una condizionalità che avrebbe violato la sovranità dell’India [Goldman, 2014].

Tre furono le conseguenze: una simbolica, con la fine del paradigma politico coloniale nel commercio delle terre rare; la seconda materiale, con un aumento parabolico dei prezzi del torio e delle terre rare associate alla monazite tra il 1948 e il 1952 [Klinger, 2015]. Divenne dunque evidente che «nonostante la posizione egemonica degli Stati Uniti, […] Washington non era nella posizione di ottenere, ogni volta, tutto ciò che desiderava», specialmente per quanto riguardava un mercato, quello dei minerali strategici, così volubile e per il quale venne predisposta, negli anni successivi, una «strategia di internazionalizzazione delle risorse» volta a creare un regime maggiormente multilaterale [Ingulstad, 2015, 60, 74] e, sfruttando il know-how scientifico americano, a promuovere programmi di sviluppo nel mondo anche nel settore minerario: coordinati dal Dipartimento degli Interni, sarebbero stati in seguito inclusi all’interno del “Point Four Program” e avrebbero avuto un notevole ruolo nell’aprire ai capitali americani le risorse minerarie straniere con un massiccio intervento governativo [Black, 2016]. La terza conseguenza, infine, fu interna agli Stati Uniti: la scoperta di depositi di bastnasite nei pressi di Mountain Pass, in California, nel 1949, contribuì a soddisfare una crescente esigenza, politica, di individuare risorse minerarie nel suolo americano. L’anno seguente, lo United States Geological Survey certificò la presenza dei minerali mentre la Molybdeum Corporation of America (Molycorp) ne acquisì i diritti per l’estrazione [Goldman, 2014]. A partire dagli anni Sessanta fino agli esordi del nuovo millennio, la miniera di Mountain Pass avrebbe dominato la produzione mondiale di terre rare.

Nel frattempo, il 1949 fu un anno di importanti sconvolgimenti geopolitici. La definitiva vittoria del Partito Comunista cinese, con la proclamazione della Repubblica Popolare, pose fine ai tentativi del Dipartimento di Stato americano di collaborare con il KMT in esplorazioni geologiche al fine di diversificare le esportazioni dall’India e contribuire al programma nucleare del governo nazionalista in esilio. L’Esercito di Liberazione Popolare, sconfitte le truppe nazionaliste, riprese il controllo della provincia di Bautou dove la ricerca dei geologi proseguì: nel giro di pochi decenni, raggiunta la piena operatività, la miniera di Bayan Obo avrebbe dimostrato come i dirigenti comunisti fossero convinti che «l’iniziativa geologica fosse di per sé patriottica», tanto per il consolidamento del controllo territoriale quanto per la lotta contro l’imperialismo capitalista[6]. La frattura ideologica della Guerra Fredda fornì, inizialmente, le basi per una cooperazione scientifico-militare tra URSS e Cina, con l’accordo sino-sovietico del 1945 con il quale Pechino si impegnava a garantire l’indipendenza alla Mongolia interna. In questo modo, i due colossi comunisti si assicuravano mutuo supporto strategico nella costruzione dei rispettivi arsenali missilistici e nucleari, oltre che nell’estrazione degli importanti minerali della regione per l’industria pesante [Klinger, 2017]. A partire dall’inizio degli anni Cinquanta, nuove scoperte scientifiche dimostrarono l’essenzialità delle terre rare per la fabbricazione di materiali che rimanessero stabili oltre i 1.500 gradi, temperature spesso raggiunte dai razzi e dai missili intercontinentali [Klinger, 2015]. La produzione nel complesso di Bayan Obo iniziò nel 1951, coordinata dalla Baotou Iron and Steel Complex, una delle 149 realtà industriali che godevano di massicci progetti di sviluppo finanziati dal Cremlino. Il successo del progetto di Baotou, di fatto il più grande complesso militare-industriale frutto della cooperazione dei due regimi comunisti, divenne infine la condizione fondamentale per due sviluppi che avrebbero determinato l’ascesa della Cina nella produzione mondiale delle terre rare: la fine del monolite comunista, con le crisi degli anni Sessanta tra URSS e Repubblica Popolare, e il lancio del programma nucleare cinese.


Riferimenti bibliografici

Abraham, David S., The Elements of Power: Gadgets, Guns, and the Struggle for a Sustainable Future in the Rare Metal Age, New Haven, Yale University Press, 2015.

Abraham, I., “Rare Earths: The Cold War in the Annals of Travancore,” in Hecht, Gabrielle., edited by, Entangled Geographies: Empire and Technopolitics in the Global Cold War, Cambridge, MIT Press, 2011.

Black, Megan, “Interior’s Exterior: The State, Mining Companies, and Resource Ideologies in the Point Four Program,” Diplomatic History, Vol. 40, No. 1 (2016).

Davis, Malcolm W., “Railway Strategy in Manchuria,” Foreign Affairs, Vol. 4, No. 3 (1926).

Goldman, Joanne A., “The U.S. Rare Earth Industry: Its Growth and Decline”, Journal of Policy History, Vol. 26, N. 2 (2014), pp. 139-166.

Greinacher, E., “History of Rare Earth Applications, Rare Earth Market Today,” in Industrial Applications of Rare Earth Elements, Greinacher, E., (eds.), Washington, American Chemical Society, 1981.

Ingulstad, Mats. “The Interdependent Hegemon: The United States and the Quest for Strategic Raw Materials during the Early Cold War,” The International History Review, Vol. 37, No. 1 (2015).

Jones, V., Manhattan, the Army, and the Atomic Bomb, U.S. Army Center of Military History, Washington. DC., 1985.

Klinger, Julie M., “A historical geography of rare earth elements: From discovery to the atomic age”, The Extractive Industries and Society, 2 (2015), 572-580.

—-, Rare Earth Frontiers: From Terrestrial Subsoils to Lunar Landscapes, Ithaca (NY), Cornell University Press, 2017.

Minggin Wang, Xuehong Dou, “The History of China’s Rare Earth Industry,” in Christopher H. Evans (eds.), Episodes from the History of the Rare Earth Elements, Dordrecht; London, Kluwer, 1996.

Pitron, Guillaume, La Guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale, Luiss University Press, Roma, 2018.

Szabadvary, F., “The history of discovery and separation of the rare earths,” in Gschneidner Karl A., LeRoy Eyring (eds.), Handbook on the Physics and Chemistry of Rare Earths: Two-Hundred-Years Impact of Rare Earths on Science, Amsterdam,  Elsevier North Holland, 1988.

Tuffnell, Stephen, “Engineering Inter-Imperialism: American Miners and the Transformation of the Global Mining, 1871-1910,” Journal of Global History, Vol. 10, No. 1 (2015).


[1] Per una questione di brevità, nelle pagine che seguiranno verrà esclusa dalla trattazione la questione, estremamente rilevante e che meriterebbe una riflessione a parte, dell’impatto ambientale dell’industria estrattiva nel configurare la geografia globale delle terre rare [Klinger, 2017; Pitron, 2018 – qui da noi recensito].

[2] Seguono due chiavi di lettura, ovvero l’impatto delle scoperte scientifiche e le linee di frattura storico-politiche: 1880-1939; 1939-1960; 1960-1979; 1980-2010.

[3] I 15 lantanidi sono gli elementi con numero atomico dal 57 al 71, ovvero lantanio, cerio, praseodiminio, neomidio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio e lutezio, dunque sono esclusi lo scandio e l’ittrio seppur ne condividano alcune caratteristiche chimiche e comportamenti atomici. Nonostante il nome, in realtà esistono in quantità significative: 799 depositi attualmente identificati, per un totale di circa 110 milioni di tonnellate, si veda https://pubs.usgs.gov/fs/2002/fs087-02/.

[4] “Quando il torio 232 cattura un neutrone, si converte in torio 233. Il torio poi si disintegra velocemente nel protoattinio 233, che si decompone più lentamente nell’uranio 233. L’uranio 233 è fissile con l’utilizzo di neutroni, e dunque potenzialmente utilizzabile per sostenere una reazione a catena. Il torio, così come l’uranio, è diffuso ampiamente sulla crosta terrestre, ma spesso non in concentrazioni sufficienti per depositi che siano economicamente sfruttabili. Prima della Seconda guerra mondiale era stato utilizzato nella manifattura delle ‘reticelle Auer’” [Jones, 1985, nota 1].

[5] Creata in seguito alla promulgazione dell’Atomic Energy Act (o McMahon Act) del 1946 per la gestione del monopolio nucleare americano.

[6] Y. G. Shen, Unearthing the Nation: Modern Geology and Nationalism in Republican China, The University of Chicago Press, Chicago and London, 2014, cit. p. 186.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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