“The Napoleonic Wars. A Global History” di Alexander Mikaberidze
- 06 Aprile 2021

“The Napoleonic Wars. A Global History” di Alexander Mikaberidze

Recensione a: Alexander Mikaberidze, The Napoleonic Wars. A Global History, Oxford University Press, Oxford 2020, pp. 936, 25,99 sterline (scheda libro)

Scritto da Alessandro Bonvini

5 minuti di lettura

La sera del 20 marzo 1815 Napoleone Bonaparte era di nuovo a Parigi. Dopo un’eroica fuga dall’isola d’Elba, aveva rimesso piede nella capitale, deciso a recuperare il potere perduto. Ad accoglierlo per le strade manifestazioni di giubilo ed entusiasmo popolare, mentre Luigi XVIII aveva già abbandonato il palazzo reale. Iniziavano così i Cento giorni. Per disfarsi della veste di autocrate che lo avvolgeva, il generale còrso si decise subito a concedere una carta costituzionale, la cui redazione fu affidata a uno dei massimi esponenti del liberalismo dell’epoca, Benjamin Constant. Fu durante uno dei colloqui con il celebre filosofo che Napoleone si abbandonò a una delle sue più iconiche esternazioni: «Ho voluto l’impero del mondo, e chi non lo avrebbe voluto al mio posto?».

La grandeur bonapartista fu un afflato universalista, non contenibile dentro i confini del Primo Impero. Era il prodotto naturale dello spirito del ’89, si plasmò in una cultura repubblicana intrisa di ambizioni di conquista, esplose sull’onda di incredibili imprese sui campi di battaglia. A capo di un’armata transnazionale di cittadini-soldati, Napoleone spazzò via antiche dinastie dall’Europa centrale, sfidò le temute armate di Alessandro I alle porte di San Pietroburgo, sgominò la resistenza dei famigerati mamelucchi nel deserto egiziano. Nemmeno a Sant’Elena avrebbe abbandonato il sogno di un improbabile, quanto clamoroso ritorno sulla scena. Fino alla morte, fedeli collaboratori e incrollabili sostenitori tramarono per consegnargli la corona di un reame nelle Americhe. Anche se il cuore del suo potere era nel Vecchio Continente, l’idea di un impero che non tramontava mai fu una delle ossessioni segrete di Napoleone Bonaparte.

La nascita del mondo contemporaneo è stata in gran parte conseguenza dell’incredibile avventura bonapartista. Le campagne della Grande Armée innescarono un processo di riconfigurazione istituzionale senza precedenti. La prima “guerra totale”, secondo la definizione di David Bell, liquidò le istituzioni di ancien régime, stravolse i tradizionali assetti politici, trasformò la mentalità delle società moderne. Ma soprattutto accelerò definitivamente la crisi scoppiata con l’età delle rivoluzioni atlantiche. L’espansione degli Stati Uniti cominciò nel 1803 con l’acquisto della Louisiana dalla Francia; la lotta indipendentista delle colonie ispano-americane scaturì dall’invasione della Spagna del 1808; l’ascesa imperiale della Gran Bretagna coincise con il successo della Settima Coalizione; lo stesso Risorgimento è inscindibile dall’esperienza francese sulla Penisola italiana. Ciononostante, gli storici hanno solitamente interpretato l’epopea napoleonica in prospettiva europea. Nel corso degli ultimi anni, tuttavia, l’ascesa della storia globale ha profondamente innovato narrazioni consolidate, enfatizzando le interconnessioni ideologiche, le influenze reciproche e i flussi multidirezionali di persone, idee e capitali che si registrarono tra il 1776 e il 1848.

The Napoleonic Wars. A Global History di Alexander Mikaberidze si colloca all’interno di questa corrente storiografica. Già autore di lavori sulla campagna di Russia, in quest’opera, dalla foggia quasi antologica, offre un magistrale racconto delle guerre napoleoniche. Organizzata in ventiquattro capitoli, affronta dettagliatamente gli eventi militari, ricostruisce i singoli contesti regionali ed esamina gli effetti esogeni dei conflitti sullo scacchiere internazionale. Attingendo da una sterminata mole di fonti primarie e secondarie, delinea i contorni di una storia che dai quartieri generali di Austerlitz, Borodino e Waterloo si dipana fino ai lontani teatri di Canada, Indonesia, Iran e Santo Domingo. Piuttosto che allo stile dell’histoire-bataille, l’approccio adottato è riconducibile a quello della nuova storia militare e diplomatica. A dominare la scena, infatti, sono generali e ufficiali che elaborano strategie belliche; consoli e statisti che negoziano alleanze e tramano con agenti segreti; monarchi e cortigiani che osservano eserciti marciare; guerriglieri e ribelli che lucrano sulle macerie delle battaglie.

Lo scarto tra tensioni globali e tensioni continentali è al centro dell’opera. E pone non poche questioni, legate soprattutto alla riconfigurazione geopolitica degli imperiali mondiali. La principale ipotesi rimanda all’antagonismo, tutt’altro che latente, tra Francia e Gran Bretagna: “l’elefante contro la balena”, per riprendere la fortunata metafora dell’autore, in lotta per l’egemonia dal Mediterraneo all’Atlantico. Si trattava di una disputa che rimontava alla Guerra dei sette anni, a cui le due monarchie avevano pagato un enorme prezzo in termini commerciali e fiscali, e inevitabilmente esasperata dalla strategia espansionista del Consolato. Dallo sfarzoso palazzo delle Tuileries, affiancato da una corte assetata di fama e gloria, Napoleone assecondò l’esaltazione ideologico-patriottica della grande nation. Dispiegò una strategia, al contempo, repubblicana e imperiale, che coniugava gli ideali rivoluzionari a una certa fascinazione per gli imperi di Augusto e Carlo Magno. Le occupazioni di Hohenlinden, Zurigo e Milano furono l’ultima avvisaglia di un conflitto destinato a durare ancora a lungo, tra partite diplomatiche, paci fittizie e mezzi passi falsi militari.

Il protagonismo della Gran Bretagna nella Seconda coalizione fu all’origine del “grande gioco”. Nacque come questione orientale, ma divenne presto una competizione a tutto campo che non risparmiò nessun continente. Risaliva a un disegno fantasioso, alimentato dal camaleontico Charles-Maurice de Talleyrand: imporre la presenza francese in Medio Oriente, stabilire un collegamento con qualche nemico musulmano e invadere l’India britannica. Il dominio sulla via asiatica avrebbe dovuto sancire la paralisi dei mercati sull’Oceano Indiano, con effetti disastrosi per la bilancia commerciale inglese. Come interlocutore privilegiato fu individuato lo scià di Persia Fath Ali Shah, timoroso di una possibile invasione russa e tentato dalle promesse di aiuto di Napoleone. Ma i termini dell’accordo stipulato il 4 maggio 1807 a Finckenstein, nella Prussia orientale, non entrarono mai in vigore.

L’altro fronte extra-europeo della disputa furono i Caraibi. Al centro delle ambizioni imperiali europee sin dall’età moderna, con lo scoppio delle rivoluzioni si erano trasformati in un’area conflittuale ad alta intensità. Ribellioni autonomiste, spedizioni corsare e rivolte schiaviste ne avevano fatto l’epicentro della crisi atlantica. La stessa Francia, a partire dal 1791, dovette fronteggiare la violenta rivoluzione scoppiata nel ricco possedimento Santo Domingo e invocata in nome dell’uguaglianza razziale. A sua volta destava apprensioni l’ombra della Gran Bretagna: desiderosa, soprattutto dopo l’indipendenza delle tredici colonie nord-americane, di rimodulare la sfera d’influenza nell’area. Il controllo delle colonie trascendeva semplici questioni di prestigio politico. Afferiva, invece, a più pragmatiche necessità di approvvigionamento, posizionamento navale e sbocco commerciale. La perdita di Haiti, culminata con il brutale massacro dei coloni francesi nel 1804, avrebbe annullato qualsiasi velleità bonapartista nel Nuovo Mondo.

Il tormento anti-britannico assillò spasmodicamente i pensieri dello stato-maggiore francese. Lo stratagemma per provare a mettere Londra fuori dai giochi fu il blocco continentale. Varato il 21 novembre 1806, ordinava alle navi battenti la Union Flag il divieto di attraccare in qualsiasi porto posto sotto l’autorità di Parigi. Ma, come spiega l’autore, risultò del tutto inefficace, intaccando solo parzialmente gli interessi della corona di Giorgio III. La marina britannica, durante tutto il corso delle guerre bonapartiste, mantenne un’indiscussa supremazia. La disfatta di Trafalgar per mano dell’abile ammiraglio Horatio Nelson fu soltanto il sigillo di un predominio mai realmente in pericolo. Di ciò era consapevole anche Napoleone. Fino alla fine tentò di ridurre il divario, certo che qualsiasi aspirazione globale avrebbe dovuto misurarsi, prima o poi, con la resistenza della Royal Navy. La “continentalizzazione” scaturì dall’impossibilità di sfondare sui mari e sugli oceani.

Il Primo Impero, al contrario, si impose su un Vecchio Continente attonito. A segnare il trionfo della Grande Armée fu l’intreccio di tre fattori: la tattica di occupazione e integrazione; la mancanza di coesione degli avversari; un mix di propaganda, patriottismo e ricompense, sia onorifiche che monetarie. Nel 1812, al culmine della sua potenza, Napoleone Bonaparte dominava un territorio che si estendeva dall’Andalusia alla Terra di Chełmno e popolato da circa 45 milioni di abitanti. Tre anni dopo, a Vienna, la Francia era una potenza sconfitta, ridotta entro i vecchi confini e con i soli avamposti atlantici di Guadalupa, Martinica e Guyana. Ma se l’Europa ripensata a Vienna avrebbe dovuto essere quella precedente all’incredibile avventura bonapartista, il mondo, le società e le idee erano ormai mutate. Era il segno tangibile dell’onda lunga delle guerre napoleoniche.

Scritto da
Alessandro Bonvini

Alessandro Bonvini è assegnista di ricerca presso la Scuola Superiore Meridionale (Università di Napoli Federico II). Ha conseguito il dottorato in storia contemporanea nel 2018 presso l’Università di Salerno, in co-tutela con la Pontificia Universidad Javeriana de Bogotá. È stato Max Weber fellow presso l’European University Institute. Si occupa di storia atlantica, Risorgimento e storia politica del XIX secolo.

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