Trump, la Russia e le sanzioni del Congresso: svanisce l’ipotesi di un nuovo reset?

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Martedì 25 luglio la Camera dei Rappresentanti ha votato all’unanimità – con 419 voti favorevoli e soli 3 contrari – il passaggio della proposta di legge per rafforzare il pacchetto di sanzioni economiche contro la Corea del Nord, l’Iran ed in particolare la Russia di Vladimir Putin. Salutato da Paul Ryan, Speaker della Camera, come uno dei «pacchetti di sanzioni più onerosi della storia», si tratta di un vero e proprio scacco nei confronti del Presidente Donald Trump, stretto sempre di più nella morsa politica della questione russa[1].

Ed è proprio sullo sfondo del dossier sul coinvolgimento di Mosca nelle elezioni presidenziali del 2016, che ha contribuito a depotenziare il capitale politico del presidente, che si profila un vero e proprio terreno di scontro tra il tycoon newyorkese e un’inaspettata alleanza bipartisan tra i democratici e i repubblicani. La maggioranza pressoché assoluta conquistata nella Camera garantisce infatti al progetto – in attesa di essere approvato dal Senato e successivamente inoltrato nello studio ovale per la conversione in legge – sufficienti garanzie nel superare facilmente anche un possibile e tutt’altro che scontato veto presidenziale, minando in partenza una possibile strategia di riavvicinamento alla Russia.

Il Congresso americano è dunque vicino a passare una risoluzione per incrementare le sanzioni sulla Russia approvate da Obama nel 2015, mettendo così l’amministrazione in una posizione di quasi assoluta impotenza; infatti è molto probabile che il Presidente Donald Trump lo ratificherà, nonostante alcune riserve espresse dalla nuova responsabile per la stampa della Casa Bianca Sarah Sanders: «L’amministrazione è concorde sulla linea dura con la Russia […] ma sarebbe felice di valutare eventuali modifiche da apportare e presentare alla Camera e al Senato»[2].

Infatti il progetto di legge ha superato il vaglio della Camera dei Rappresentanti con un supporto bipartisan così schiacciante da sottrarre, in prospettiva, autorità al presidente nel sospendere le sanzioni, eccetto in casi specifici. La versione del bill presentata e passata martedì alla Camera ha assicurato inoltre un arco temporale di circa 30 giorni per bloccare un’eventuale iniziativa del Presidente di ridurre le sanzioni alla Russia. Inoltre una rapida lettura ed approvazione al Senato lancerebbe un segnale molto forte agli uffici della Casa Bianca rispetto alla volontà politica del Congresso di schierarsi in un unico fronte per punire l’ingerenza russa nelle scorse elezioni.

Una posizione che, sin dall’insediamento di Trump, aveva riscontrato una ferrea opposizione da parte dell’amministrazione repubblicana, incline a reimpostare un dialogo più moderato con il Cremlino nonostante l’accusa di aver manipolato le elezioni e, tramite i cyberattacchi al partito democratico, minato la posizione di Hillary Clinton. Quali potrebbero essere, dunque, le conseguenze di questa mossa del Congresso?

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Trump, la Russia e il Congresso

Pagina 2: La «legacy» di Obama e i postumi della crisi ucraina

Pagina 3: Putin e i retaggi della guerra fredda

Pagina 4: La Russia si incunea tra il Congresso e il Presidente: quali scenari?


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Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l'Università degli Studi di Torino nel 2015. Studia Storia Contemporanea a Bologna. Interessato di teoria e storia della geopolitica.

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