Vaiolo e vaccinazioni: una breve panoramica storica
- 18 Giugno 2021

Vaiolo e vaccinazioni: una breve panoramica storica

Scritto da Donatella Rabiti

7 minuti di lettura

Da circa un anno e mezzo l’umanità convive con la presenza planetaria del Covid-19 e delle sue varianti. Le varie campagne vaccinali, tuttora in atto, hanno generato e continuano a suscitare differenti reazioni nell’opinione pubblica. Spostare lo sguardo verso il passato, all’origine della pratica medica della inoculazione del vaiolo, può aiutare a considerare i problemi e le dinamiche concernenti il fenomeno pandemico che stiamo vivendo in una prospettiva di tipo storico.

Nei secoli passati il vaiolo fu una malattia molto pericolosa, tanto da superare per incidenza sulla popolazione la peste bubbonica[1]. Nelle località ancora vergini nei confronti del virus la percentuale degli individui colpiti poteva essere dell’80%, con mortalità del 40%[2]. L’origine del vaiolo è molto antica. Testi cinesi e sanscriti testimoniano come fosse già presente in Cina e in India nel primo millennio a.C. e agli inizi dell’era cristiana si ritrovano testimonianze su di una malattia molto simile al vaiolo in documenti scritti dell’Asia occidentale. In seguito, il virus passò in Europa attraverso le invasioni arabe, mentre nel 1520 gli spagnoli lo portarono in America[3]. Nell’epoca moderna, nelle città europee più popolose, il morbo si manteneva allo stato endemico: nei secoli XVI, XVII e XVIII gran parte della popolazione si ammalava di tale malattia nel corso della vita (un proverbio dell’epoca diceva: “Tutti gli uomini ammalano di due malattie, l’amore e il vaiolo”). Le epidemie comparivano a distanza di cinque, dieci anni l’una dall’altra[4].

Il più antico trattamento immunizzante venne dall’Oriente e si basava sulla constatazione che un vaiolo lieve superato dava un’immunità attiva verso il vaiolo grave. Si era introdotta prima in Cina, poi in tutti i Paesi islamici, la vaiolazione, una pratica che consisteva nel prelevare una parte di pus da una pustola di vaiolo, distendendolo poi sulla pelle o sulla mucosa nasale di un individuo sano. La parte trattata veniva coperta, sviluppando così il vaiolo. Introdotta in Europa da Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli (1717), tale pratica aveva trovato consenzienti molti medici e pensatori[5]. L’idea di immunizzare contro il vaiolo sorse in Edward Jenner ancora studente: l’aveva colpito l’osservazione di una contadina, secondo cui non si sarebbe mai ammalata di vaiolo in quanto contagiata di vaiolo vaccino[6]. Egli riferì più tardi con esattezza le parole di Sara Nelmes: “I cannot take smallpox for I have had cow-pox”. Col pus estratto dalle pustole della donna inoculò un contadino, James Philipps, il 14 maggio 1796. Questi ebbe una manifestazione benigna e dopo alcuni mesi subì la controprova dell’innesto di vaiolo senza contrarlo: era stato immunizzato dal cow-pox. La comunicazione della scoperta alla Royal Society si ebbe nel 1798 in una nota con illustrazioni intitolata: An Inquiry into the Causes and Effects of Variolae Vaccinae. A Desease Discovered in some of the Western Countes of England. Secondo alcuni, il motivo del ritardo della pubblicazione della scoperta è da ascriversi sia alla riservatezza di Jenner, sia alla volontà di fare più prove sperimentali sull’identità del cow-pox e horse-pox (vaiolo vaccino ed equino) e sull’immunità antivaiolosa[7].

Agli inizi del XIX secolo gli italiani Galbiati, Sacco, Troia e Palasciano studiarono “la possibilità del passaggio della linfa da mucca a mucca e da uomo a mucca”[8]. La diffusione della scoperta fu facilitata dalla creazione di un Istituto per la vaccinazione dei poveri a Londra, sorto nel 1800 per opera di due famosi vaccinatori, Woodwill e Pearson. La Francia, che mezzo secolo prima aveva diffuso la vaiolizzazione, valutò l’importanza della vaccinazione. Il conflitto con l’Inghilterra non impedì che il metodo jenneriano si propagasse. Nell’ultimo periodo della Repubblica le autorità si erano adoperate per ottenere linfa controllata inglese[9]. Ben presto si costituirono in tutta la nazione “Comitati per la vaccinazione” ed il clero francese fu favorevole alla propaganda, nonostante vi fossero “preoccupazioni dottrinali”: il vescovo di Versailles nel 1803 fu consultato per confrontare la vaccinazione e lo “spirito della religione”. Le opposizioni si valevano della satira e della caricatura: in Inghilterra correva voce che qualche vaccinato avesse mutato la testa nel capo di una mucca[10].

Il riconoscimento ufficiale dell’importanza sociale del metodo si ebbe con Napoleone, sostenuto dall’opinione di Corvisart, suo medico di fiducia. Nel rapporto del medico Husson al Ministero degli Interni, del 25 luglio 1811 e conservato all’Istituto vaccinogeno di Tours, è riportata l’operazione di vaccinazione del Re di Roma (il figlio di Napoleone), praticata con sei punture intradermiche: la linfa fu inoculata a due bambini, a cui fu fatta la controprova del vaccino. Il decorso fu positivo in entrambi i casi e Husson, il vaccinatore, ricevette un premio di 6.000 franchi assieme al titolo di “Vaccinateur des enfantes de France”[11]. Le campagne militari di Napoleone contribuirono alla diffusione del metodo jenneriano nel continente. I risultati furono diversificati a seconda dei luoghi. La Spagna, che aveva una forte mortalità infantile per vaiolo, promosse nel 1803 una spedizione di navi cariche di ragazzi che permettessero il rinnovamento della linfa vaccinica e la diffusione del nuovo metodo in Africa, America e Asia[12].

L’Italia diede un contributo particolare alla dottrina e alla pratica della vaccinazione. Nel capitolo Die Impfung mit humanisierter Lymphe steso da H. A. Gins per il trattato di Lentz e Gins su Vaiolo e Vaccinazione si legge a proposito di Luigi Sacco: “egli ha, da autodidatta, sulla base di sole conoscenze letterarie della prova di Jenner, ricercato e trovato il vaiolo vaccino in Italia. […] ha vaccinato di sua mano più di 500.000 persone”[13]. I dati conservati sulle epidemie ricorrenti di vaiolo nella Penisola documentano sporadiche manifestazioni di tale malattia fino a metà del Cinquecento: fra il 1569 e il 1588 undici gravi epidemie colpiscono le principali città, fra cui Roma, Milano, Napoli e Palermo. Il Cinquecento fu caratterizzato da un’intensa crescita demografica che complica il confronto reale con le statistiche riguardanti altri momenti storici. Il secolo successivo presenta un’attenuazione dell’epidemia: il vaiolo è citato otto volte negli Annali delle epidemie in Italia dalle prime memorie fino al 1850 di A. Corradi. Esso ricompare alla fine del Seicento e poi durante il Settecento: il 1693 fu segnato da una grave “moria” di bambini a Milano, mentre il 1702 fu un anno letale per Roma. Nel 1799 a Genova fu compiuta la prima vaccinazione per opera di Onofrio Sauli Scassi e l’Inquiry di Jenner fu tradotta nel 1800 da Luigi Careno. Nel 1809 nel Regno d’Italia – Stato fondato da Napoleone che comprendeva l’Italia centro orientale e settentrionale e aveva capitale Milano – un milione e mezzo di persone erano vaccinate, corrispondenti al 25% dei sei milioni circa della popolazione totale[14].

Milano è il “centro propulsore” dell’azione antivaiolosa. Il primo vaccino usato da Luigi Sacco è tratto da due vacche di Varese, “affette da cow-pox nello stadio papuloso”, che egli innesta sul proprio corpo, di fronte ad un padre di famiglia, che a sua volta lo fa applicare ai figli. Il contro innesto di vaiolo umano ha esito benigno. Nel 1801 Sacco è nominato Direttore della vaccinazione di tutta la Repubblica Cisalpina, con l’impegno di propagare in ogni Dipartimento l’innesto. Le sue circolari, datate fino al 1808, si depositano negli archivi del Centro-Nord della Penisola. Nel 1801, in Emilia, egli reca con sé tre orfanelli come “serbatoi viventi” di pus vaccino: un Comitato d’inoculazione, che preleva vaccino fresco da Parigi e Ginevra, innesta nei ricoveri di orfani ed esposti della Lombardia. A Milano, l’Istituto di Santa Caterina alla Ruota funge da deposito vaccinico per tutto lo Stato fino al 1870, quando si adotterà la linfa animale. L’innesto avviene da “braccio a braccio”, partendo da pus bovino. Tale “linfa umanizzata” è sempre disponibile e trasporta sull’uomo solo la sua “natura contagiosa”[15]. A partire dal 1802 la vaccinazione fu resa obbligatoria negli Stati allora soggetti alla Repubblica Italiana, ma l’uso della vaccinazione e poi della rivaccinazione si estese solo gradualmente e le epidemie di vaiolo causarono per diverso tempo molte vittime[16].

La Restaurazione si oppose alla vaccinazione: “proibì l’innesto del vaiolo”, che univa materia animale ed umana. Michele Francesco Buniva, che era stato il pioniere in Piemonte del nuovo metodo, venne rimosso dall’insegnamento universitario e da ogni incarico pubblico, radiato dall’Accademia delle Scienze. Egli continuò a propugnare la necessità della vaccinazione e a praticarla gratuitamente.

Gli Stati europei cominciarono a preoccuparsi seriamente della vaccinazione dopo la Guerra franco-prussiana del 1870-71: l’esercito tedesco, vaccinato, ebbe pochissimi vaiolosi, mentre quello francese non immunizzato ne ebbe molti. Numerosi morti ebbe anche la popolazione civile tedesca, non vaccinata. Dopo un ventennio quasi ogni nazione progredita aveva adottato la vaccinazione obbligatoria per tutti i bambini, prescrivendo una seconda vaccinazione tra gli otto e i dieci anni[17].

L’ultima manifestazione conosciuta di vaiolo si è verificata in Somalia nel 1977. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficialmente dichiarato eradicata questa malattia nel 1980 e la pratica della sua vaccinazione è stata successivamente sospesa in tutto il mondo. In Italia è stato abolito l’obbligo nel 1981. Riserve di virus del vaiolo, per motivi di studio, sono mantenute in due laboratori in stretta sicurezza, uno negli Stati Uniti e l’altro in Russia. Ancora oggi non esiste un trattamento efficace per la cura della malattia infettiva del vaiolo e l’unico modo per prevenirlo è il vaccino.

Come per tutte le scoperte e invenzioni umane, la vaccinazione ha subito modificazioni e nuovi metodi di controllo sono stati adottati; ma è indubbio che il procedimento di inoculazione introdotto tra XVIII e XIX secolo permise per la prima volta di utilizzare una strategia difensiva contro una malattia infettiva fino a quel momento ritenuta “micidiale” per il genere umano. La vaccinazione antivaiolosa comportava quindi un rischio calcolato, nell’affrontare il quale si doveva attentamente valutare il pericolo che si correva, in rapporto ai benefici che ci si attendeva di ricavare. In passato la vaccinazione generalizzata per difendersi dal vaiolo non lasciava spazio ad incertezze, divenendo obbligatoria nei Paesi occidentali.

Ogni fenomeno storico è unico nelle sue peculiarità, e anche la pandemia del Covid-19 lo è. Conoscere l’origine delle pratiche mediche che nel passato, attraverso la sperimentazione basata su tentativi ed errori, resero possibile la riduzione e poi la scomparsa della mortalità per vaiolo non dà la soluzione per affrontare la pandemia del 2020-21. Ci ricorda però che, da Galileo in poi, il metodo sperimentale rimane lo strumento più potente a disposizione dell’intelligenza umana.


[1] E. Bertarelli, Edoardo Jenner e la scoperta della vaccinazione, Milano, per cura dell’Istituto Sieroterapico Milanese, Milano 1932, p. 11.

[2] Op. cit., p. 56.

[3] L. Del Panta, Le epidemie nella storia demografica italiana (secoli XIV-XIX), Loescher, Torino 1980, pp. 64-65.

[4] Op. cit., p. 65.

[5] E. Bertarelli, Difendi te stesso. Guida alla conoscenza del corpo umano. Delle sue esigenze. Dei pericoli che lo insidiano. E dei mezzi che lo proteggono. Vademecum per le famiglie, Treves, Milano 1936, pp. 661-662.

[6] E. Bertarelli, Edoardo Jenner, cit., p.53.

[7] Op. cit., pp.73-75.

[8] Op. cit., p. 82.

[9] Op. cit., p. 92.

[10] Op. cit., pp. 94-97.

[11] Op. cit., pp. 96-97.

[12] E. Bertarelli, Difendi te stesso, cit., p. 664.

[13] E. Bertarelli, Edoardo Jenner, cit., pp. 94-95.

[14] U. Tucci, Il vaiolo, tra epidemie e prevenzione, in Storia d’Italia. Annali 7. Malattia e medicina, a cura di F. Della Peruta, Einaudi, Torino 1984, p. 403.

[15] Op. cit., 406-408.

[16] L. Del Panta, Le epidemie…, cit., pp. 224-225.

[17] E. Bertarelli, Igiene sociale, Milano, presso la federazione Italiana delle Biblioteche Popolari, s. d., p. 45.

Scritto da
Donatella Rabiti

Docente di Lettere a Forlì, laureata presso la facoltà di Magistero dell’Università degli Studi di Bologna con una tesi su “L'inoculazione del vaiolo a Forlì dal periodo napoleonico ai primi anni Quaranta dell’Ottocento”. Ha pubblicato articoli e racconti su diverse riviste online. Alcuni suoi testi sono stati segnalati in concorsi letterari nazionali.

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