La via olandese al populismo: Geert Wilders e il PVV

La via olandese al populismo: Geert Wilders e il PVV

Da due anni a questa parte la tenuta dell’Unione Europea è stata messa a dura prova da diversi eventi. Sin dal referendum per la Brexit nel 2016 si è infatti registrato un notevole aumento di consensi elettorali per quei partiti classificati come populisti di destra. Nonostante non si possa ancora parlare di un credo populista ufficiale, questa nuova stagione ideologica presenta molte tendenze comuni, saldandosi contemporaneamente alle peculiarità proprie di ogni partito nazionale.

Uno di questi è il Partij Voor Den Vridheim (Partito della Libertà) olandese, perfetto esempio di come le istanze canoniche del populismo europeo si intreccino con le caratteristiche proprie del contesto politico e sociale di riferimento. Il percorso umano e ideologico del suo leader, Geert Wilders, è lo strumento ideale per comprendere come sia stato possibile l’exploit di un partito intollerante e xenofobo in un paese tradizionalmente campione delle libertà civili e del multiculturalismo.

Wilders nasce a Venlo, cittadina dei Paesi Bassi Meridionali, da padre olandese e madre indonesiana nel 1963. Le origini asiatiche sono state interpretate dall’antropologa Lizzy van Leeuwen come la causa principale dell’orientamento politico di Wilders, alimentato da una “scissione identitaria” comune a quel particolare gruppo etnico olandese. Per quanto affascinante, in realtà non vi è alcuna prova per sostenere questa tesi. È infatti molto più probabile che alla radice del percorso ideologico di Wilders vi siano stati due particolari eventi: il viaggio in Medioriente e il soggiorno a Kanaleneiland.

La profonda simpatia di Wilders per Israele, dettata senz’altro anche da motivi personali, è attribuibile ad un sentimento comune a molti olandesi, probabilmente dovuto al rammarico per il collaborazionismo durante l’occupazione nazista del paese. Durante il viaggio compiuto in Israele, dove ebbe modo di conoscere l’efficienza e l’orgoglio della neonata repubblica, Wilders esplorò alcuni paesi vicini, tra cui l’Egitto[1], entrando per la prima volta in contatto con la cultura araba e musulmana.

Il primo impatto con l’Islam gettò le premesse del futuro impegno politico, maturate anche durante il soggiorno di Wilders a Kanaleneiland, sobborgo di Utrecht, in cui si trasferì nel 1985. In quel periodo il quartiere fu soggetto a importanti flussi migratori (principalmente da Turchia e Marocco, ma anche da altri paesi musulmani come Iran, Iraq e Afghanistan) che ne ridisegnarono profondamente la fisionomia. Con le parole di Wilders, si trattava di piccole Casablanca e Istanbul, “le cui strade brulicavano di cartelli in arabo e di donne col velo”, in cui i non musulmani (tra cui lo stesso Wilders) venivano insultati e aggrediti.

Mentre Kanaleneiland e il viaggio in Medioriente, per quanto significativi, non portarono ad alcuna conseguenza politica, il successivo periodo di impiego negli uffici del sistema di sicurezza sociale nazionale segnò in tal senso una svolta decisiva. La constatazione della lentezza e inefficienza dell’elefantiaco sistema burocratico spinse Wilders nel 1988 ad entrare nel Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (Partito per la Libertà e la Democrazia), partito liberale di destra olandese guidata dal 1990 da Frits Bolkestein.

L’ideologia politica di Bolkestein, in seguito curatore dell’omonima direttiva[2] in qualità di commissario europeo per il mercato interno, era una miscellanea di neoliberismo economico, pragmatismo in politica estera e conservatorismo socio-culturale. L’impostazione tipica della destra liberista, incentrata su temi come decentramento amministrativo e tagli al welfare, si saldava in Bolkestein a una feroce critica della crescente integrazione europea e del multiculturalismo all’olandese.

Il tratto più sconvolgente del leader del VVD era però lo stile comunicativo: frasi brevi e aggressive che spaziavano dalle invettive contro il relativismo culturale al biasimo della classe dirigente. La strategia di Bolkestein si rivelò vincente alle elezioni del 1994, dove il VVD ottenne il 20%. Grazie ai 31 seggi conquistati il VVD si rivelò essenziale per escludere dal governo i cristiano-democratici, al potere da settant’anni, e formare una coalizione con i socialdemocratici (PvDA) e i liberali di sinistra (D66).

Il governo fu confermato alle elezioni del 1998, dove il VVD guadagnò così tanti seggi (45) da permettere anche a Wilders, al quarantaseiesimo posto nella lista del partito, di guadagnare uno scranno nella Tweede Kamer. Wilders all’epoca era un personaggio semi-sconosciuto, un gradino più in alto dell’oblio solo grazie alla sua capigliatura eccentrica. Le istanze xenofobe, sempre più importanti nell’agenda di Wilders, erano lontane anni luce dai sentimenti della società olandese, caratterizzata negli anni del poldermodel[3] del premier Wik Kok da una forte crescita economica e da un largo consenso popolare.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Le origini

Pagina 2: Il contesto olandese e il PVV

Pagina 3: Tra libertarismo e xenofobia

Pagina 4: Geert Wilders e il populismo europeo


[1] Wilders racconta nella sua autobiografia: “Al Cairo commisi un grave errore, che mi portò ad un’importante rivelazione. […] Avevo comprato un bicchiere d’acqua da un rivenditore locale. Quell’acqua mi provocò una fortissima diarrea. Rientrato nell’ostello dove avevo preso un posto per terra per due dollari al giorno, rimasi lì per molti giorni, immerso nella miseria più totale in un’affollata e puzzolente stanza assieme ad altre dieci persone. Quella egiziana era stata un tempo la civiltà più avanzata sulla terra: perché non era riuscita a tenere il passo col progresso del mondo?”

[2] La direttiva dell’Unione Europea 2006/123/CE, presentata dalla Commissione Europea nel 2004 e approvata ed emanata nel 2006, prevedeva una serie di misure volta a rafforzare la libertà di circolazione dei servizi all’interno del mercato comunitario.

[3] Il concetto di “poldermodel” è strettamente connesso alla teoria del consenso elaborata da Arendt Lijphardt e spiegata successivamente. Si tratta in sintesi di una strategia del consenso basata su entità che, nonostante le divergenze ideologiche, collaborano al fine di conseguire risultati che soddisfino in misura più o meno totale gli interessi di tali soggetti.


Crediti immagine: da Peter van der Sluijs [Creative Commons 3.0] attraverso Wikimedia Commons


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Nato nel 1996. Laureando in Storia all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente di storia del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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