I paesi di Visegrad, l’Unione Europea e i migranti: un rapporto difficile

Visegrad

L’Unione Europea ha affrontato il fenomeno migratorio degli ultimi anni utilizzando diverse soluzioni, alcune accettabili, altre meno[1]. Tali soluzioni sono state capaci di generare profonde fratture tra gli stati membri e l’Unione.

Se le migrazioni sono un fenomeno complesso, sollecitate da una miriade di motivazioni che portano necessariamente altrettante conseguenze[2], d’altra parte l’organizzare un sistema di accoglienza efficace ed umano si è rivelato piuttosto complicato per l’Unione Europea.

La Comunità europea ha dovuto fronteggiare due generi di problematiche: da un lato un sistema normativo in materia piuttosto obsoleto, come per esempio quello basato sui trattati di Dublino[3]; dall’altro le difficoltà legate alle resistenze e diffidenze di alcuni paesi membri nei confronti dell’Unione stessa e nei confronti dei migranti.

Tali problematiche hanno segnato la discussione sul piano, fortemente caldeggiato da Italia e Grecia, ma votato da quasi tutti gli stati membri[4], di redistribuzione dei richiedenti asilo in Europa. Approvato nel settembre 2015, all’apice della pressione migratoria, diventato operativo un paio di mesi dopo, il progetto prevede il ricollocamento di circa 160mila richiedenti asilo arrivati in Italia, Ungheria e Grecia nel resto dei paesi dell’Unione nell’arco di due anni. Le quote di richieste da gestire per ogni paese sono stabilite tramite criteri proporzionali, in accordo, almeno teoricamente, con i singoli governi nazionali che assunsero l’impegno di garantire la propria quota. Per ogni migrante accolto l’Unione fornisce un supporto economico e ne paga il trasferimento. Il piano, pensato per alleggerire la pressione migratoria sui paesi più soggetti ad essa[5], permette di neutralizzare, almeno temporaneamente, i trattati di Dublino e di spalmare, almeno parzialmente, il fenomeno migratorio sull’intera comunità europea. Tale proposta viene presentata ed approvata in un momento in cui i contrasti tra i paesi del gruppo Visegrad, o V4, e l’Unione Europea erano, e sono tutt’oggi, praticamente quotidiani.

Questo gruppo, capace di coordinare quattro paesi dell’Europa centrale su diversi obbiettivi, come spiegato in un articolo precedente ha cambiato notevolmente la sua natura dalla nascita, arrivando a formare un vero e proprio fronte di opposizione interno all’Ue[6]. Le fonti di disaccordo tra le due entità sono di diversa natura e si articolano su diversi campi, dal sociale al politico ma, volendo riassumere il contrasto ad un solo concetto principale, si può affermare che i governi dei quattro di Visegrad[7] spingano per una profonda revisione dell’Unione e dei suoi valori, in favore di un progetto europeo fondato sulle libertà nazionali.

Naturalmente una delle lotte più accese tra le due entità sovranazionali si sta combattendo sulla questione migranti. I governi dei quattro paesi si sono rivelati refrattari all’accoglienza, ed hanno guadagnato spesso le prime pagine dei giornali a causa di atti di vero e proprio razzismo nei confronti dei migranti. In un contesto relazionale maturato sul contrasto, il progetto di redistribuzione delle quote dei richiedenti asilo ha incontrato una netta opposizione da parte dei V4 con l’esclusione, all’ultimo momento, della Polonia che si è dichiarata, inaspettatamente, favorevole al progetto, pur non avendo accolto, ad oggi, ancora alcun richiedente asilo.

È il governo ungherese, guidato da Orbán, il capofila dei paesi oppositori; in particolare proprio in Ungheria il tentativo di opporsi al programma si è articolato su diverse tappe. Partendo dall’opposizione in sede di Consiglio europeo e dal ricorso presentato insieme alla Slovacchia contro l’obbligo di accogliere i rifugiati da altri paesi, vanno necessariamente ricordati due passaggi: il referendum del due ottobre 2016 e il tentativo di riforma costituzionale portato avanti da Orbán ma bocciato dallo stesso parlamento Ungherese. Entrambi questi passaggi, pur confermando l’assoluto sostegno dell’Ungheria al suo presidente ed alla sua linea politica, sono falliti dal punto di vista tecnico e giuridico.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Le quote di redistribuzione dei migranti ed il contesto della loro applicazione

Pagina 2: La linea dell’Unione Europea

Pagina 3: La sentenza della Corte è solo un punto di partenza?


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Nato a Sanremo nel 1993. Studia scienze storiche presso l'Università di Bologna, dove si è laureato nel 2015 in storia con una tesi sui rapporti tra Italia e Kosovo negli anni '90. Ha preso parte al progetto Erasmus presso l'Università di Gand nell'anno accademico 2016/2017, precedentemente ha collaborato con East Journal ed è un grande appassionato di viaggi.

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