Zeev Sternhell e il fascismo come ideologia
- 06 Agosto 2020

Zeev Sternhell e il fascismo come ideologia

Scritto da Gianluca Panciroli

7 minuti di lettura

La letteratura storiografica sulle origini del fascismo, anche limitandosi alla sola produzione italiana, è sterminata. Per lungo tempo, gli studiosi si sono concentrati prevalentemente sulle circostanze storiche eccezionali che hanno favorito la genesi del fenomeno fascista. Quali sono le suddette “circostanze”? In primo luogo la Prima guerra mondiale, che con il suo portato in termini di nazionalismo, violenza, militarismo, nonché di sfregio all’istituzione parlamentare nello specifico caso italiano, avrebbe costituito il terreno di coltura ideale per la nascita e il successo del fascismo. La seconda circostanza è invece individuata nel forte clima di conflittualità sociale post-bellico: avvalendosi di una buona dose di opportunismo e astuzia politica, l’ex socialista rivoluzionario Benito Mussolini avrebbe intercettato la crescente preoccupazione di vasti segmenti della società italiana (borghesia e agrari) nei confronti dell’ondata di scioperi del Biennio rosso (1919-20), riuscendo a presentare sé stesso e il proprio movimento come unici possibili garanti dell’ordine e dell’interesse superiore della Nazione. A quasi un secolo dalla Marcia su Roma questa lettura risulta essere accettata dalla stragrande maggioranza degli studiosi. Semplificando, ma non troppo, in quest’ottica l’ideologia fascista appare come non separabile dalle posizioni di volta in volta assunte dal leader del Partito Nazionale Fascista. Ampie fasce della storiografia hanno a lungo rifiutato, e in gran parte rifiutano tutt’ora, di conferire al fascismo quella dignità di “filosofia politica” che è invece unanimemente riconosciuta, ad esempio, al socialismo e al liberalismo.

Rispetto a questo stato di cose va attribuito allo storico israeliano Zeev Sternhell, scomparso il 21 giugno 2020 all’età di 85 anni, il merito di aver compiuto il primo, decisivo passo per una interpretazione complessiva del fascismo come parte integrante della tradizione politico-culturale europea, e non già come anomalia o come parentesi della stessa. Avvalendosi di un’ampia documentazione, nei suoi studi Sternhell ha cercato dimostrare come, ben prima della fondazione dei Fasci italiani di combattimento nel marzo 1919, si fosse sviluppato nel continente europeo un variegato movimento ideologico-culturale destinato a costituire l’humus del fascismo. Nell’interpretazione dello storico israeliano il fascismo è da intendersi pertanto come progetto ideologico autonomo, anzi come il progetto ideologico per eccellenza del XX Secolo. Ma quali sono le origini storico-ideologiche di questo fenomeno secondo Sternhell?

Come tutte le nuove correnti di pensiero, sostiene Sternhell, il fascismo nasce in opposizione alle ideologie preesistenti ed è al contempo un prodotto della crisi di quelle. Al volgere del secolo, infatti, il liberalismo borghese ottocentesco appare in grave difficoltà nel fare fronte alla dimensione ormai compiutamente di massa assunta dalla società. Dal canto suo, il socialismo risulta essere scisso tra una componente riformista sempre più integrata nel sistema e una componente massimalista incapace, alla prova dei fatti, di tener fede alla promessa di trasformazione radicale della società.

In questo scenario critico irrompe il fascismo, che si configura come sintesi di due filoni, l’uno di destra e l’altro di sinistra, entrambi sviluppatisi tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: si tratta, rispettivamente, del nazionalismo organico o tribale e del sindacalismo rivoluzionario, ideologie apparentemente distanti tra loro ma accomunate dal rifiuto del materialismo e dall’esaltazione della violenza e del suo potere purificatore; in breve, da un radicale rifiuto della società borghese e dei suoi valori[1].

Uno dei tratti più originali dell’analisi di Sternhell è l’indicazione della Francia come patria d’incubazione dei due filoni ideologici che avrebbero poi permesso la nascita, in Italia, del movimento di Mussolini. È in Francia infatti che, rileva Sternhell, si forma il primo movimento popolare di destra, il boulangismo (dal nome del suo fondatore, il generale e politico Georges Boulanger): un movimento sciovinista, antiborghese, antisemita, antidemocratico e antimarxista, che ha come referente il popolo, le masse. Lo storico israeliano ha parlato a questo proposito di destra rivoluzionaria; una destra che abbandona il carattere aristocratico e anti popolare sino ad allora caratteristico delle forze conservatrici e reazionarie e che accetta la sfida posta dalla massificazione della società. Nella prospettiva di questa nuova destra, il nazionalismo tribale va a costituire il motore trainante di integrazione delle masse nella vita dello Stato. Non vi è qui modo di approfondire l’analisi di Sternhell. Basterà elencare una serie di stimoli intellettuali, emersi alla fine del XIX secolo, che questa destra fa propri, non di rado conferendo loro un significato differente rispetto a quello originario: dalla teoria delle élite proposta da Vilfredo Pareto alla psicologia delle folle di Gustav Le Bon, passando per il darwinismo sociale applicato alla lotta tra le Nazioni e alla filosofia nietzschiana e bergsoniana.

Nel Paese transalpino, come accennato, affonda le sue radici anche il secondo filone destinato a confluire nel fascismo. Se la riflessione sulle origini eretiche di destra del fascismo occupa un posto centrale ne La Droite révolutionnaire del 1978 e in Ni droite ni gauche. L’idéologie fasciste en France del 1983, nel successivo Nassaince de l’idéologie fasciste, datato 1989, Sternhell si concentra soprattutto sulle radici eretiche di sinistra del fascismo. Il miglioramento delle condizioni di vita di almeno una parte del proletariato e la crescente eterogeneità della classe operaia, in antitesi alle previsioni di Marx ed Engels, pare allontanare la prospettiva di un’implosione del sistema capitalistico. Alcuni intellettuali di matrice marxista cominciano pertanto a riflettere criticamente sulla scientificità della teoria del filosofo ed economista di Treviri. È Georges Sorel ad avviare quel revisionismo anti-materialistico del marxismo che costituisce, nell’analisi di Sternhell, la seconda matrice ideologica del fascismo. Sin dall’ultimo lustro del XIX secolo, il sindacalismo rivoluzionario soreliano indirizza le proprie ambizioni palingenetiche all’ambito morale: la lotta di classe è valorizzata nel suo elemento mitico, violento, volontaristico, distruttivo e, in definitiva, spirituale; per contro, il Marx economista e il Marx teorico del materialismo storico occupano uno spazio decisamente marginale. Nell’ottica soreliana, se il proletariato vuole farsi élite deve dimostrare di essere all’altezza di tale sfida, adoperandosi per abbattere con la violenza il sistema borghese, senza cullarsi nell’illusione che il crollo del capitalismo verrà da sé, per fatale evoluzione della Storia.

Il fallimento degli scioperi generali del primo decennio del XX secolo traccia un solco sempre più profondo tra i teorici e i vertici del sindacalismo rivoluzionario da un lato e il proletariato dall’altro. In Italia, Paese nel quale il sindacalismo rivoluzionario ha messo radici più che altrove, alcuni intellettuali di riferimento del sindacalismo rivoluzionario come Angelo Oliviero Olivetti e Sergio Panunzio cominciano a guardare con sempre maggiore interesse a ciò che si muove sul versante nazionalistico: se il proletariato ha disatteso la fiducia che in esso era stata riposta, la Nazione appare più vitale che mai: la distruzione della civiltà borghese e dei suoi valori e la costruzione di un modello di società radicalmente differente deve dunque necessariamente poggiare sul dinamismo del soggetto Nazione. Nel 1911 il sindacalismo rivoluzionario italiano sostiene entusiasticamente l’impresa coloniale libica: si teorizza ormai esplicitamente il socialismo nazionale. La formula non inganni: nella prospettiva del socialismo nazionale il capitalismo come modo di produzione non soltanto va conservato, ma va rafforzato, convogliando il suo potere trasformativo verso l’obiettivo di un’elevazione della Nazione nel suo complesso. All’ostilità nei confronti dell’alta finanza senza confini fa da contraltare l’enfasi posta sul produttivismo e sull’unità di propositi tra padroni e operai.

Indicativa della parentela ideologica del sindacalismo rivoluzionario con il fascismo è, secondo Sternhell, la stessa parabola politico-ideologica di Benito Mussolini. Avvicinatosi al sindacalismo rivoluzionario sin dai primissimi anni del secolo, il futuro Duce intraprende un percorso di revisione antisocialista almeno a partire dal 1912, proprio nel momento in cui ottiene un peso preponderante all’interno del Partito Socialista Italiano. Negli editoriali mussoliniani sul quotidiano socialista “Avanti!” (diretto da Mussolini stesso tra il ’12 e il ’14), Sternhell rileva l’uso sempre più disinvolto delle categorie di popolo e Nazione, in luogo di quelle di classe e proletariato. Più che da una serie di bruschi “cambi di casacca” sulla base dell’opportunità politica contingente, ci dice Sternhell, la parabola politica di Mussolini è caratterizzata dalla presenza di un fil rouge che riproduce l’evoluzione ideologica del sindacalismo rivoluzionario.

Sul piano storiografico, la Grande guerra finisce così per costituire l’ultimo capitolo di un percorso cominciato ben prima dell’estate del 1914. Le strade del nazionalismo organico e del sindacalismo rivoluzionario, dopo un lungo processo di convergenza, si uniscono, dando così vita alla sintesi fascista. Il risultato è un’ideologia antimaterialista sul piano etico, corporativista sul piano economico, decisa a sfruttare le energie e le potenzialità della nuova società di massa per compiere una rifondazione spirituale e morale della società: la Nazione, unita e compatta, contro l’individualismo liberale borghese e contro l’internazionalismo socialista.

Ai critici che gli imputano di non considerare come il fascismo di governo sia stato in realtà ben poco rivoluzionario e più che disponibile a compromessi con le istituzioni maggiormente rappresentative della tradizione, la Monarchia e la Chiesa cattolica, Sternhell replica che ogni movimento dotato di solide fondamenta ideologiche accetta compromessi e perde la sua “purezza” una volta giunto al potere. In questo senso, il fascismo non fa eccezione. L’argomentazione di Sternhell appare ineccepibile, ma permane qualche dubbio sul collegamento diretto da lui ipotizzato tra sindacalismo rivoluzionario e fascismo. Ciò che si può certamente asserire è che il fascismo, soprattutto il fascismo delle origini, esercitò un notevole ascendente su una folta pattuglia di intellettuali e uomini politici provenienti dal marxismo e delusi dall’indebolirsi dell’afflato rivoluzionario dei partiti socialisti della Seconda Internazionale. Concludere che il fascismo sia ideologicamente figlio di una costola revisionista del marxismo è però probabilmente un po’ azzardato.

Pur non privo di criticità, il contributo di Sternhell risulta quanto mai prezioso per chiunque intenda approcciarsi alla comprensione storica del fascismo, da studioso o da semplice appassionato della materia. È errato e probabilmente persino pernicioso, ci ricorda Sternhell, considerare il fascismo alla stregua di un “incidente di percorso”, una sorta di rigurgito nell’irrazionalismo di una civiltà, quella europea e occidentale in senso lato, contrassegnata nel complesso dai caratteri del razionalismo, della tolleranza e del pluralismo. L’aspetto probabilmente più significativo dell’analisi di Sternhell è proprio la sottolineatura del carattere progettuale, propositivo del fascismo in quanto ideologia con una propria visione della società del XX secolo. Per poter essere contrastato, il fascismo va anzitutto analizzato seriamente per quello che storicamente ha rappresentato: una proposta politico-culturale autonoma e alternativa tanto al liberalismo democratico quanto al socialismo.

Zeev Sternhell è stato uno dei più lucidi intellettuali contemporanei. La sua voce ci mancherà. La sua opera, fortunatamente, resta a disposizione di tutti coloro che sono interessati ad approfondire non solo il tema del fascismo, ma più in generale la storia e il significato del XX secolo.


[1] Z. Sternhell, La Droite révolutionnaire, 18851914. Les origines françaises du fascisme, Paris, Seuil, 1978 (Trad. It. La Destra Rivoluzionaria. Le origini francesi del fascismo, Milano, Corbaccio, 1997). Id., Ni droite ni gauche. L’idéologie fasciste en France, Paris, Seuil, 1983 (Trad. It. Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia, Milano, Baldini & Castoldi, 1997). Id., Nassaince de l’idéologie fasciste, Paris, Fayard, 1989 (Trad. It. Nascita dell’ideologia fascista, Milano, Baldini & Castoldi, 2002). Tutti i riferimenti successivi rimandano a queste tre pubblicazioni.

Scritto da
Gianluca Panciroli

Laureato in Antropologia e Storia del mondo contemporaneo presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla storia delle culture politiche e sindacali dell’Italia repubblicana.

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