Recensione a: Chiara Pagano, La politica berbera nella Libia coloniale. Identità, reti e conflitti (1835-1924), Carocci, Roma 2025, pp. 268, 29 euro (scheda libro)
Scritto da Federico Perini
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Il volume di Chiara Pagano, La politica berbera nella Libia coloniale. Identità, reti e conflitti (1835-1924), si inserisce in una tradizione storiografica che negli ultimi anni ha cercato di restituire voce e agency alle popolazioni del Nord Africa, troppo a lungo raccontate quasi esclusivamente attraverso lo sguardo coloniale europeo o attraverso la lente delle potenze ottomane e arabe. Pubblicato da Carocci nella collana Studi storici, il saggio affronta un tema poco esplorato dalla storiografia: il ruolo e la rappresentazione dei Berberi (Amazigh) nella storia contemporanea della Libia, con particolare riferimento al delicato passaggio dal dominio ottomano a quello italiano.
L’interesse dell’opera sta nel non limitarsi a raccontare “cosa” accadde agli Amazigh durante l’occupazione coloniale, ma nel cercare di comprendere “come” e “perché” si costruì una determinata identità berbera, nonché di analizzare in quali circostanze essa venne rivendicata, imposta o manipolata dalle autorità. In questo senso, l’autrice si muove lungo il crinale tra storia politica, storia sociale e storia culturale, fornendo strumenti preziosi non solo agli storici del colonialismo, ma anche a chi oggi studia i conflitti identitari che continuano a caratterizzare la Libia post-gheddafiana e più in generale il Nord Africa.
Il libro copre un arco cronologico ampio, dal 1835, anno in cui l’Impero Ottomano riorganizzò il proprio controllo sulla Libia, fino al 1924, cioè alle prime fasi di consolidamento del potere coloniale italiano e alla successiva svolta fascista. Questa scelta temporale permette di comprendere la continuità e la rottura tra due forme di dominio esterno – quello ottomano e quello italiano – e di mostrare come le comunità berbere abbiano dovuto ridefinire la propria posizione politica, sociale e culturale in contesti mutevoli.
Dal punto di vista delle fonti su cui poggia il lavoro, è possibile notare come l’autrice riesca a far dialogare un insieme eterogeneo di documenti. Non solo materiale archivistico di epoca coloniale – ottomano e italiano – bensì anche corrispondenze locali, fonti memoriali e testimonianze indirette di osservatori dell’epoca. La metodologia con cui è stato approcciato lo studio di tali fonti è quella tipica della microstoria con attenzione alle dinamiche locali, intrecciata però con una visione macro di lungo periodo, attenta a restituire i nessi che intercorsero tra il particolare e il globale. Non si tratta quindi solo di ricostruire i grandi processi di conquista e amministrazione, ma di capire come questi furono percepiti e negoziati da soggetti concreti – notabili, comunità, mediatori politici – in una realtà sociale complessa e stratificata.
Tutto ciò viene studiato a partire da un approccio critico all’identità etnica e al concetto di frontiera, il quale poggia su un’ampia bibliografia di riferimento. Nello specifico, lo studio affronta l’identità etnica come «il risultato di processi culturali che investono, innanzitutto, l’universo simbolico e, di riflesso, le esistenze concrete di individui e gruppi» (p. 17). Mutuata dalla lezione di Ugo Fabietti[1], tale metodologia consente altresì di affrontare la frontiera quale spazio liminare e mutevole sia sul piano propriamente geografico che etnico. In altre parole, un luogo di resistenza politica e culturale, fatto di «bordi mutevoli» in grado di dare forma ad un laboratorio identitario. Una delle conseguenze di tale approccio, infatti, consiste nel considerare il “berbero” non come una categoria naturale e immutabile, bensì come il risultato di interazioni storiche sul piano della località e della globalità. Così facendo, il volume evidenzia come l’identità berbera venne talvolta assunta come autodefinizione, altre volte come essa venisse imposta come categoria dalle autorità, con scopi gerarchici e di controllo. Guardandolo nel suo complesso, il lavoro consente al lettore di comprendere tutta la complessità insita nei meccanismi di riproduzione dell’identità in contesti coloniali, che nel caso degli Amazigh dipese dalle differenti reti culturali, politiche e conflittuali presenti durante la delicata transizione dalla dominazione ottomana a quella italiana. In sintesi, questo bisogno di una storicizzazione continua delle dinamiche identitarie berbere agisce quale dispositivo il cui fine risulta essere quello di scardinare una visione monolitica delle identità etniche, le quali, lungi dall’essere considerate come realtà definite, risultano essere, invece, come caratterizzate da una irriducibile dialettica di fondo, la cui comprensione è fondamentale per un’analisi della resistenza locale ai poteri ottomano e italiano.
Se si analizza la struttura del lavoro, è possibile notare come esso trascenda le periodizzazioni tipiche delle storie del colonialismo italiano in Africa settentrionale, tipicamente articolate nell’arco cronologico 1911-1943. Partendo dall’affermazione del dominio ottomano sulle provincie di Tripolitania e Cirenaica (1835), i ragionamenti proposti dall’autrice identificano la Guerra italo-turca del 1911-12 come il turning point decisivo per il passaggio delle componenti berbere da un orizzonte imperiale ad uno coloniale. Nell’approfondire le caratteristiche tipiche del controllo ottomano sulla Libia, la trattazione si concentra dapprima sui processi di arabizzazione e islamizzazione, per poi soffermarsi sulle vie di realizzazione e di resistenza al «governo delle differenze» (p. 35) attuato da Istanbul coerentemente ai processi di riforma delle tanzimāt. «Spazio transculturale per eccellenza»[2], l’Impero Ottomano viene indagato quale cornice in cui notabili e intellettuali attuarono «prassi di mobilità per motivi di studio e formazione», le quali risultarono funzionali, soprattutto nel caso della famiglia al-Bārūnī, alla maturazione di una spinta modernizzatrice e riformista tanto propria quanto originale (p. 58). Esponente di spicco in tal senso fu Sulaymān al-Bārūnī, che, da deputato al parlamento ottomano per il Jabal Nafūsa, operò allo scopo di propagandare un’indipendenza delle provincie dell’Impero che risultasse in grado di preservarne tanto l’unità quanto l’eterogeneità. Nei confronti delle spinte coloniali europee, si trattò di una strategia il cui scopo sarebbe dovuto consistere nella resistenza alla «spinta assimilazionistica» delle ideologie coloniali, alle quali venne opposta l’idea di un ordine imperiale in grado di salvaguardare «le specificità» etniche delle singole località (p. 64).
Tuttavia, con la conquista italiana, tali formulazioni persero ogni significato. Infatti, consapevoli delle eterogeneità etnico-culturali del territorio libico, le autorità di Roma adottarono una politica di divide et impera tale da generare dinamiche di resistenza e di collaborazione con le élite locali. Funzionale a rafforzare la presa del potere coloniale, tale pratica trasse legittimità da una convinzione più ampia, in base alla quale spettasse alla missione civilizzatrice italiana sostituire ai sistemi di governo d’ancien régime ottomani un nuovo ordine politico e sociale, in linea con i tratti caratteristici del modus vivendi europeo.
Lungi dall’interpretarla solo come una politica eterodiretta, la cooptazione di interlocutori locali viene analizzata quale pratica cavalcata da alcune componenti berbere per poter indirizzare a proprio favore i meccanismi della dominazione coloniale. Esemplificativo in tal senso fu lo sfruttamento della «competizione franco-italiana per organizzare la resistenza» sul Jabal Nafūsa. Protagonista fu, ancora una volta, al-Bārūnī, che, attraverso una fitta rete di contatti sia con le autorità italiane sia con quelle francesi, lavorò allo scopo di disorientare il potere coloniale su tematiche di ordine internazionale. Ad esempio, egli avvalorò l’ipotesi di un riconoscimento della sovranità sul Jabal al protettorato francese di Tunisia: una retorica che indusse il potere coloniale italiano a ipotizzare azioni armate e ad intrattenere contatti diplomatici. Inoltre, riconoscendo quale legittimo interlocutore “interno” non il governo italiano a Tripoli, bensì il Ministero delle Colonie, al-Bārūnī riuscì ad alimentare divergenze tra le autorità che operavano a Roma e quelle che lavoravano in colonia, ricercando consensi in quello che si configurò come «un network trans-imperiale e panislamico che, attraverso la frontiera, supportava il proseguimento della resistenza tripolitana» (pp. 122-123).
Tale «dialettica delle appartenenze» proseguì anche negli anni della Prima guerra mondiale, i cui rivolgimenti vennero colti sia da al-Bārūnī che da altri notabili di Tripolitania e Cirenaica, allo scopo di realizzare dei tentativi di rivolta anticoloniali. Accogliendo l’appello al jihād panislamico profuso dal Sultano ottomano, anche capi che fino allo scoppio del conflitto erano stati propensi a trattare con le autorità italiane si mobilitarono per dar vita ad un sempre più compatto schieramento resistenziale. Fu così che entro la prima metà del 1915 sempre più élite aderirono a sollevamenti tanto in Cirenaica quanto in Tripolitania. Se nel primo contesto la resistenza venne egemonizzata dalla leadership senussita, nel secondo essa si sviluppò grazie all’apporto di componenti eterogenee, tra le quali non mancarono rivalità e scontri interni (pp. 164-169).
Spostando l’attenzione sulla fine del primo conflitto mondiale, il volume si concentra sui tentativi di internazionalizzazione della questione tripolitana promossi dai capi locali. Convenuti il 15 novembre 1918 ad al-Qusbāt, i notabili tripolitani convennero sulla necessità di emanare una dichiarazione da inoltrare ai consolati britannico e francese, e, in seconda battuta, alle autorità di Tripoli e di Roma. Dal punto di vista dei riferimenti culturali e ideologici, il documento proclamante la nascita della Repubblica di Tripolitania (Jumhūriyya al-Tarābulusiyya) si richiamava tanto ai valori rivoluzionari francesi quanto al principio di autodeterminazione dei popoli affermato dal dodicesimo punto wilsoniano, a testimonianza di come tali figure avessero piena consapevolezza dei temi più recenti del dibattito internazionale.
Inoltre, nello sviluppare la propria analisi, il volume riesce efficacemente ad inquadrare tali dinamiche sia dal punto di vista della località libica che da quello del contesto emerso in seguito alla fine della Grande guerra. Nello specifico, ampliando lo sguardo all’intero contesto coloniale euro-africano, l’autrice nota come «i capi della resistenza tripolitana [inaugurarono] una prassi che si sarebbe diffusa tra i movimenti anticoloniali» presenti nei territori degli altri imperi solo a partire «dal gennaio 1919». Contemporaneamente e successivamente alle discussioni di pace occorse a Versailles, infatti, è possibile notare come la causa anticoloniale si appropriò», trasversalmente ai contesti, dei dispositivi retorici che si stavano affermando» in seno al «momento wilsoniano», allo scopo di acquisire legittimità nei consessi internazionali. Si trattava di una strategia di ricerca di consensi che, trascendendo la «dimensione coloniale», ambiva a generare e rinforzare i network trans-imperiali nordafricani, al fine di consolidare una più ampia rete di resistenza (pp. 191-200).
Giungendo ad approfondire gli esordi della colonizzazione fascista, il volume si conclude valutando l’impatto che i processi di distinzione identitaria tra «“arabi” e “berberi”» ebbero nella definizione della politica coloniale italiana, la quale strumentalizzò l’«appartenenza berbera» nella misura in cui essa aderì ad una strategia volta «a guadagnarsi intermediari, in cambio di privilegi etnicamente motivati dall’ordine stabilito» (p. 235). Condividendo la definizione secondo cui il sistema coloniale italiano operò in Tripolitania alla stregua di un «dominio senza egemonia»[3], l’autrice rileva come i notabili tripolitani «accettarono in maniera intermittente di “recitare” una parte conforme ai copioni identitari imposti dalla potenza coloniale, con il fine precipuo di ritagliarsi spazi di sovversione rispetto alle gerarchie».
Si trattò di una dinamica la cui crisi venne sancita dai processi di «pacificazione» intrapresi dal fascismo, la cui violenza portò «sotto il controllo italiano» quella «frontiera geografica, linguistica e religiosa che aveva fornito rifugio alle forze della resistenza anti-italiana». In tal senso, conclude l’autrice, la promozione di una «politica berbera» non bastò alle élite politiche tripolitane per arginare e rivolgere a proprio favore le dinamiche coloniali fasciste. Una dinamica questa, che concorse a far inabissare la questione dell’appartenenza berbera fino all’indipendenza della Libia, nello specifico fino al periodo post-Gheddafi, quando la repressione di qualsiasi espressione linguistico-culturale non araba «portò a compimento quel processo di affermazione separata e conflittuale dell’identità etnica berbera che era stato avviato proprio dalle autorità italiane a partire dall’occupazione coloniale» (p. 237)[4].
Nello scenario attuale di politica internazionale, caratterizzato dall’invocazione di una rinnovata politica italo-euro-africana, sembra possibile affermare come questo volume costituisca un esempio della necessaria storicizzazione a cui dovrebbe essere sottoposta l’analisi delle dinamiche libiche, spesso affrontare in modo troppo semplicistico dall’opinione pubblica e dalla disciplina geopolitica. In altre parole, lo studio condotto da Chiara Pagano contribuisce ad approfondire molto di ciò che si cela dietro alle definizioni tanto veloci quanto abusate di “lotta tra clan”, di “conflitti tra tribù” o di “guerre tra capi” che caratterizzano alcune delle opinioni odierne sulla situazione della Libia post-2011. Delle categorie, queste, che nel proporre una visione semplicistica e cristallizzata della situazione libica non consentono di acquisire una consapevolezza della complessità quanto mai necessaria a elaborare una visione critica dei processi storici e politici in atto, talvolta interpretati con fallaci schematizzazioni occidentali o edulcorati secondo particolari retoriche securitarie.
[1] Ugo Fabietti, L’identità etnica. Storia e critica di un concetto equivoco, Carocci, Roma 1995 / 2013.
[2] C.R. Pennel, Political Loyalty and the Central Government in Precolonial Libya, in E.G.H. Joffé, K.S. McLachlan (a cura di), Social & Economic Development, Middle East & North African Studies Press, Wisbech 1982, pp. 1-18, cit. a p. 36.
[3] Ranajit Guha, Dominance without Hegemony. History and Power in Colonial India, Harvard University Press, Cambridge 1997.
[4] Per approfondire, sempre della stessa autrice, si rimanda a Chiara Pagano, Militanza amazigh e questione nazionale in Libia. La costruzione di un immaginario, «Zapruder», n. 49, maggio-agosto 2019, pp. 92-104.