Recensione a: Valentina Chabert, Guerre spaziali. Conflitti e competizione per le risorse nell’era delle società private, prefazione di Teodoro Valente, postfazione di Marcello Spagnulo, Ledizioni, Milano 2025, pp. 128, 18 euro (scheda libro)
Scritto da Luca Picotti
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A partire dagli anni Cinquanta le vicende relative allo spazio hanno sempre avuto come protagonisti gli Stati, in un contesto peraltro segnato in larga parte dalla Guerra Fredda e dalla relativa competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra miti, rappresentazioni e investimenti. Lo spazio come nuova frontiera da esplorare, come simbolo della superiorità tecnologica, come opportunità strategica da cogliere per il dominio militare o rischio di un dominio nemico da scongiurare. Da qui, lo stratificarsi di una cornice giuridico-politica squisitamente pubblicistica, un vero corpus iuris spatialis internationalis, ossia un diritto internazionale dello spazio composto da diverse convenzioni tra Stati, unici soggetti rilevanti, responsabili di ogni attività in ambito spaziale, nonché del rispetto del principio cardine: la libera esplorazione senza rivendicazione o appropriazione alcuna dello spazio e dei corpi celesti, qualificabili come res communis omnium. In altre parole, l’a-sovranità dello spazio (Outer Space Treaty, 1967).
Questo contesto è oggi profondamente mutato. Sono emerse nuove tecnologie, nuovi attori, nuove linee di faglia. C’è un libro pubblicato di recente, scritto da Valentina Chabert, analista di politica internazionale e dottoressa di ricerca in Diritto internazionale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, che coglie con estrema lucidità le trasformazioni in atto. Il titolo è piuttosto indicativo: Guerre spaziali. Conflitti e competizione per le risorse nell’era delle società private (Ledizioni 2025, prefazione del Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Teodoro Valente e postfazione di Marcello Spagnulo). I due elementi centrali, punto di partenza dell’analisi, sono, da un lato, l’ascesa delle società private e delle startup attive nel settore spaziale, ad affiancare l’originario monopolio pubblico, dall’altro l’inasprirsi di una competizione tra potenze non più regolata attraverso gli schemi binari della Guerra Fredda, né tantomeno sedata dalla indiscussa primazia di un solo attore come negli anni Novanta, ma calata invece in uno scacchiere caotico, con tratti di multilateralità tali da lasciare ben poche coordinate. Al centro, il fattore quantitativo, che vede sempre più attività spaziali (257 lanci nell’orbita bassa nel 2024), nuove infrastrutture private e pubbliche, l’accumularsi di detriti spaziali, il rischio di collisioni, le incognite sullo sfruttamento delle risorse e relativi titoli giuridici per effettuarlo. Queste rilevanti trasformazioni, a cornice giuridica immutata, pongono notevoli questioni sul tavolo. Il libro di Chabert ha il merito di affrontarle con rigore, basandosi su dati, fonti normative, documenti diplomatici e una particolare attenzione per la filiera.
Se la componente privata e commerciale rappresenta una delle novità di questa fase storica, si pensi ai servizi di comunicazione satellitare offerti da Starlink ai privati, in competizione con le tradizionali infrastrutture degli operatori terrestri, non si può prescindere dalla cornice che ha da sempre interessato lo spazio, ossia quella militare. Nessuna privatizzazione di tale frontiera può marciare isolata rispetto alle infrastrutture critiche e alle tecnologie intrinsecamente a duplice uso, civile e militare, che caratterizzano la dimensione spaziale. Tanto che lo stesso servizio di Starlink sopra menzionato unisce al volto civile-commerciale quello militare, ossia una garanzia di comunicazioni sicure per le forze armate in zone remote e di guerra, con minori rischi di interferenze.
«Se fin dal lancio del primo satellite sovietico durante l’era del bipolarismo i programmi spaziali sono stati guidati da questioni militari e di sicurezza, i terremoti che hanno scosso l’ordine liberale consolidatosi nel post-Guerra Fredda non hanno mutato gli imperativi strategici che ancora oggi guidano le potenze nello spazio. Ne è un esempio l’operazione Desert Storm guidata dagli Stati Uniti in Iraq durante la prima Guerra del Golfo, considerata il primo conflitto spaziale contemporaneo, così come il più recente conflitto tra Russia e Ucraina – in cui le orbite spaziali sono divenute veri e propri teatri attraverso cui i rispettivi eserciti hanno lanciato e condotto operazioni belliche sul campo di battaglia – o la guerra di Israele contro Hamas, in cui l’intelligence satellitare ha giocato un ruolo fondamentale» (pp. 13-14).
Proprio alla luce di questa inevitabile proiezione securitaria-militare, il volume traccia una preliminare panoramica del livello di sviluppo del settore spaziale dei principali attori statali, a partire dagli Stati Uniti, che rimangono dominanti sebbene inseguiti da altre potenze. Tra queste, la Russia gode ancora di un patrimonio importante figlio dell’epoca sovietica, ma la crisi dopo il crollo dell’URSS e l’attuale distrazione di risorse per la costosa e impegnativa guerra in Ucraina ci ritornano una immagine complessiva in chiaroscuro, con segni di arretramento difficilmente sanabili, attesa anche l’attuale architettura centralizzata e spesso farraginosa, nonché oggetto di pratiche corruttive, dell’economia russa. Importanti sono invece gli avanzamenti cinesi, certificati dal recente successo della missione sulla faccia oscura della Luna. Sul punto, la Cina ha beneficiato in parte del supporto del know-how russo, così come la Russia ha beneficiato della componentistica elettronica cinese dopo le sanzioni occidentali del 2022. Va detto però che tali condivisioni, sebbene importanti, non si inseriscono in una vera e propria alleanza, tanto che, ci dice l’autrice, sono ancora molte le ritrosie e reciproche diffidenze tra i due Paesi, che non possono dirsi uniti quanto lo sono invece gli Stati Uniti con i propri alleati, punto di forza della posizione di Washington, cui si unisce l’altro elemento determinante, anch’esso rinvenibile solo negli Stati Uniti e non in Cina o Russia: l’emergere di un vivace tessuto privato, fatto di colossi e startup, in grado di innovare, affiancare il settore pubblico, promuovere la circolazione di idee, nella cornice di uno Stato di diritto che offre garanzie sugli investimenti, certezza dei rapporti giuridici, tutela della proprietà intellettuale.
Ed è in questo contesto che si inserisce uno degli elementi cardine della trattazione: i nuovi attori, le società private, fattore che trasforma notevolmente gli assi della sfida spaziale, a partire dal corpo giuridico che l’ha storicamente disciplinata, rivolto esclusivamente agli Stati.
Siamo al cuore della cosiddetta space economy, sempre più in crescita, per un valore che nel 2021 si attestava a 469 miliardi di dollari, e che ricomprende l’intera filiera, upstream e downstream. Diverse le attività e i settori. Dai più noti colossi dell’accesso allo spazio (Blue Origin, Boeing Aerospace, Virgin Galactic e Space X) agli operatori attivi nella fornitura di dati e analisi satellitari, da coloro che si occupano della costruzione di stazioni spaziali alle nuove frontiere del turismo spaziale e del mining. In questo contesto, oltre ai citati colossi, si trovano sempre più startup, in particolare negli Stati Uniti, ambiente fertile per il capitale di rischio e l’innovazione. Comprendere il nuovo ruolo degli attori privati nel settore spaziale è fondamentale, ci dice Chabert, riportando l’esempio delle Compagnie delle Indie del Seicento, compagnie private autorizzate a operare in nuove frontiere (ai tempi, le colonie) tramite organizzazione, anche militare, propria, in un intreccio di diplomazia ibrida piuttosto articolato. Oggi, con le operazioni dei privati in un settore che, come si diceva, si presta per sua natura ad essere infrastruttura critica e terreno di tecnologie a duplice uso, tale rapporto torna attuale. «L’avvento dei privati nello spazio e l’erosione progressiva del monopolio statale nella filiera industriale spaziale sarebbe fortemente indicativo di come la governance globale si stia muovendo in una direzione di progressiva privatizzazione. Mentre l’autorità tradizionale a livello internazionale si presentava quasi sempre istituzionalizzata, assistiamo al rafforzamento di nuove forme di autorità che fanno capo a soggetti privati, il cui ruolo va a dipendere dalla propria competenza, credibilità, capacità di adempiere ad un determinato compito o disponibilità economica» (p. 71).
Da questo punto di vista, attesa anche la cornice regolatoria ad oggi immutata, diventa fondamentale l’individuazione delle relative geografie giuridiche, per tracciare un punto di congiunzione tra impresa privata leader e relativo potere sovrano – potere dal quale difficilmente potrà del tutto prescindere. Da qui le ibridazioni, in un rapporto di reciprocità: allo Stato serve la competenza tecnologica maturata dal colosso spaziale; questo, essendo una società costituita in tale Stato e regolata da tale ordinamento, con ivi presenti uffici, centri direttivi, basi di lancio e attività di ricerca e sviluppo, sarà sottoposto in ultima istanza a tale sovranità e alle direttive statali, in ispecie per quanto concerne autorizzazioni e profili di sicurezza nazionale. La reciproca contaminazione è evidente anche con riferimento alle nuove sfide. Chabert nel volume si occupa di una tematica ancora embrionale ma foriera di notevoli implicazioni, ossia lo sfruttamento delle risorse spaziali. La questione è estremamente interessante perché unisce l’attività di privati potenzialmente redditizia a livello commerciale e strategica in ordine all’accaparramento di certe risorse; i nodi giuridici relativi ai titoli di proprietà, attesa la qualifica dei corpi spaziali come res communis omnium (ma una volta estratte o lavorate le risorse ivi presenti? molte sono le questioni sollevate); e infine quel rapporto ibrido che si menzionava, ossia l’interesse degli Stati, che vedono localizzate nella propria geografia giuridica le società private titolate a dominare tali nuove frontiere, a promuovere letture giuridiche, o canali di influenza politica, funzionali ad aprire (alle proprie imprese) la possibilità di nuove primazie strategico-commerciali.
Guerre spaziali di Valentina Chabert, che non manca di ricordare poi gli storici punti di forza del settore spaziale italiano, si chiude evidenziando le due sfide principali su cui si dovrà lavorare nei prossimi anni, fermo restando la cornice di rilevanza militare che sempre caratterizzerà il dominio spaziale: da un lato, «la questione della regolazione giuridica degli attori privati che operano nello spazio»; dall’altro la cooperazione, area in cui l’Italia e l’Unione Europea hanno molto da offrire, che «risulta essenziale per forgiare o rafforzare alleanze in campo economico, industriale, politico e di difesa in grado di assicurare la sicurezza degli asset spaziali e proteggerne il carattere strategico».