Scritto da Carlotta Mingardi
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La mattina del 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno dato via all’operazione “Epic Fury”, tramite un massiccio bombardamento sulla capitale iraniana Teheran e su altre città del Paese, con il dichiarato obiettivo di provocare un cambio di regime. Sempre nella giornata di sabato 28, le autorità iraniane hanno confermato la morte della Guida suprema Ali Khamenei. Il regime iraniano ha risposto con attacchi che hanno colpito obiettivi in Israele e nei Paesi del Golfo, ampliando l’area coinvolta nelle operazioni militari.
Ma come si è giunti ad un nuovo conflitto in Medio Oriente? Quali erano gli equilibri regionali che rischiano di essere nuovamente sconvolti? E come si è trasformato l’Iran negli ultimi anni caratterizzati da tensioni interne ed esterne? Che ruolo hanno giocato il programma atomico iraniano e le sanzioni imposte al Paese? Quali dinamiche hanno inciso nei rapporti diplomatici tra Iran, Stati Uniti e Unione Europea?
In questa lunga intervista raccolta il giorno precedente all’avvio dell’intervento militare israeliano e statunitense, Riccardo Alcaro – coordinatore delle ricerche e responsabile del programma “Attori globali” dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) – prova a rispondere a queste domande, offrendo un quadro complessivo della storia iraniana recente, prezioso per provare a capire le origini e le possibili evoluzioni di questa “terza guerra del Golfo”.
Negli ultimi anni, anche in Europa e in Italia abbiamo ricominciato a parlare di Iran, soprattutto in seguito alle proteste del settembre 2022, alla loro violenta repressione, alla guerra tra Iran e Israele nel 2025 e ultimamente per via del ritorno delle proteste e della loro ancora più massiccia repressione da parte della Repubblica Islamica. Cerchiamo di tracciare un quadro generale: come si è trasformato il Paese negli ultimi anni?
Riccardo Alcaro: Per tracciare una panoramica del Paese è necessario guardare soprattutto ai cambiamenti interni. Il regime iraniano possiede due anime principali: quella ideologico-religiosa, conservatrice e clericale; e quella sempre conservatrice, ma dedita a questioni di sicurezza, prevalente in particolare nelle Guardie rivoluzionarie. Il corpo dei guardiani della rivoluzione islamica o sepah-e pasdaran è una struttura paramilitare creata per difendere la rivoluzione e conseguentemente la Repubblica Islamica: è il corpo che controlla la politica regionale dell’Iran, ma che ha anche grandissimi interessi nell’economia. Dal 2022, in seguito alla violenta e brutale repressione delle proteste in occasione della morte di Mahsa Amini mentre era detenuta dalla polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, avevamo assistito a qualche timido segnale di moderazione, incarnato soprattutto dalle elezioni vinte dal candidato Mahmoud Pezeshkian, che in campagna elettorale aveva promesso di provare a riallacciare i rapporti con l’Occidente e si era inoltre espresso in modo relativamente critico nei confronti della repressione delle proteste. Nell’aprile 2024 vi è stato però il primo attacco missilistico iraniano contro Israele in rappresaglia al bombardamento del consolato iraniano di Damasco da parte israeliana, nonché all’uccisione di una serie di ufficiali delle guardie rivoluzionarie in Siria. Successivamente, proprio il giorno dell’inaugurazione di Pezeshkian, Israele ha ucciso l’allora leader di Hamas Ismail Haniyeh, che si trovava a Teheran per partecipare alla cerimonia. Questo ha portato a un irrigidimento e a un progressivo incremento della paranoia del regime, del governo e della leadership. Abbiamo poi assistito all’offensiva israeliana contro Hezbollah, alle operazioni militari israeliane in Libano e al secondo attacco missilistico iraniano del 1° ottobre 2024. Un mese dopo c’è stato l’attacco di Israele contro le difese antiaeree iraniane, decisivo e funzionale alla guerra che Israele ha scatenato contro l’Iran otto mesi dopo, nel giugno 2025. Infine, l’aggressione israeliana all’Iran ha anche visto la partecipazione degli Stati Uniti, con un bombardamento breve ma massiccio dei siti più importanti del programma nucleare iraniano, che è sospettato di servire una segreta destinazione militare, nonostante Teheran affermi il contrario.
È in questo contesto di irrigidimento, dovuto anche alla riadozione delle sanzioni ONU e UE contro l’Iran dall’autunno 2025 di cui parleremo poi, che nel gennaio 2026 comincia una nuova serie di proteste nel Paese. Queste prendono la forma di proteste generalizzate come era accaduto nell’autunno 2022. A differenza di queste ultime, le proteste di gennaio 2026 hanno origine nelle condizioni sempre più precarie dell’economia, ma hanno rapidamente assunto anche un carattere politico di protesta radicale: i protestanti chiedono nient’altro che la fine della Repubblica Islamica. Anni e anni di sanzioni, unite alla mala gestione economica e alla corruzione diffusa nel regime clericale, hanno prodotto l’impoverimento di milioni di iraniani. La classe media iraniana, che fino ai primi anni Dieci di questo secolo era stata in espansione, si è man mano contratta e il numero di iraniani scesi sotto la soglia di povertà è aumentato. Si è arrivati dunque a una situazione in cui, soprattutto a causa dell’inflazione galoppante, effetto delle sanzioni americane che impediscono alla Banca centrale iraniana di compensare e influenzare il tasso di cambio utilizzando dei fondi – circa 120 miliardi di dollari – congelati all’estero, il costo della vita è divenuto inaccessibile. In questo senso, la differenza con le proteste del 2022 risiede nel fatto che se anch’esse furono proteste con un chiaro carattere politico, portatrici di una richiesta di riforma radicale di abbattimento della Repubblica Islamica, nel 2024 era stato eletto un candidato Presidente dal profilo riformista dal quale si evinceva la speranza di una possibilità di cambiamento interno. Questa svolta moderata non ha dato alcun frutto, tuttavia, anche perché alla luce del progressivo peggioramento delle condizioni geopolitiche in cui si trova l’Iran, la leadership – sia quella clericale sia quella di sicurezza – ha stretto ancor di più il controllo sullo Stato. Nel caso delle proteste recenti, la richiesta di un miglioramento delle condizioni socioeconomiche e la richiesta di cambiamento politico radicale sono state così poste a un governo sempre più paranoide e sempre più spostato su posizioni oltranziste di resistenza antimperialista, di ispirazione islamica e che vede le proteste come una minaccia esistenziale. Per questo, diversamente dagli anni precedenti, a fronte della reazione del regime, la speranza di un cambiamento interno della Repubblica Islamica sembra essere morta, almeno nel medio periodo.
Abbiamo parlato della componente interna. Quanto impatto ha, o ha avuto, invece la componente esterna sugli sviluppi interni al Paese?
Riccardo Alcaro: Negli ultimi vent’anni la componente esterna sicuramente ha avuto un impatto significativo, e continua ad averlo. Pensiamo per esempio a come alla fine del 2001, nel periodo in cui gli Stati Uniti erano impegnati nell’Afghanistan post-talebani, l’Iran sotto la guida del Presidente riformista di allora Mohammad Khatami partecipò positivamente al processo di stabilizzazione dell’Afghanistan e contribuì in maniera decisiva affinché quel processo generasse consenso attorno alla figura di Hamid Karzai, che poi divenne il primo Presidente dell’Afghanistan post-talebano. Tuttavia, già alla fine del gennaio 2002 l’allora Presidente americano George W. Bush incluse l’Iran nel famoso “asse del male” insieme alla Corea del Nord e all’Iraq, contribuendo così a uno shock nell’ala riformista e in quella pragmatica della Repubblica Islamica e favorendo l’ascesa dell’ala più oltranzista, che avrebbe poi vinto le elezioni del 2005 con Mahmud Ahmadinejad. Un secondo esempio fu quando nel 2018 Donald Trump, al suo primo mandato, ritirò unilateralmente e ingiustificatamente gli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Questo tagliò le gambe alla fazione pragmatica dell’allora Presidente Hassan Rohani e del suo Ministro degli Esteri Javad Zarif, che avevano speso tutto il loro capitale politico nell’accordo nucleare, nella promessa di stabilizzazione della posizione regionale dell’Iran e di normalizzazione delle sue relazioni economiche con l’Europa. Ciò portò la fazione più oltranzista ad avere nuovamente vantaggio: perché questa, che si era sempre opposta all’accordo nucleare sostenendo che degli Stati Uniti non ci si poteva fidare, aveva avuto ragione.
Infine, da quando Pezeshkian si è insediato, la spregiudicatezza con cui Israele ha aggredito l’Iran e i suoi alleati nella regione ha contribuito a ridurre enormemente il margine di manovra della fazione più pragmatica e riformista. Di fatto, negli scontri con Israele, l’Iran non è stato in grado di difendersi efficacemente, ma solo di contrattaccare, con risultati relativamente modesti anche se non irrilevanti. Quindi quella promessa di sicurezza da parte della Repubblica Islamica, dopo quella di prosperità, è sfumata. Certo, la scorsa primavera l’attacco israeliano ha comunque generato il cosiddetto effetto rally around the flag: ma la popolazione si è stretta non attorno alla Repubblica Islamica, bensì attorno alla nazione, sotto le bombe di Israele in un attacco non giustificato da un piano di aggressione imminente e che ha portato alla morte di un migliaio di persone e terrorizzato intere città e che ha distrutto, inoltre, l’infrastruttura nucleare che l’Iran era riuscito a mettere in piedi praticamente in autonomia e che era fonte di grande orgoglio nazionale. In questo contesto, aggiungiamo gli ultimi sviluppi: la riadozione, innescata da tre Paesi europei, il Regno Unito, la Francia e la Germania, delle sanzioni ONU sospese in seguito alla conclusione dell’accordo sul nucleare del 2015, e la conseguente riadozione da parte del Consiglio europeo a fine settembre di tutte le sanzioni che aveva revocato in ottemperanza all’accordo nucleare del 2015.
Ampliamo ora il quadro agli equilibri regionali. Dopo lunghissimi anni di guerra civile, nel dicembre del 2024 cade in pochi giorni il regime di Bashar al-Asad in Siria, alleato storico dell’Iran e della Russia. Nel 2024 avevamo anche assistito al primo scambio cospicuo di attacchi tra Iran e Israele, di cui parlava prima. In che posizione si trova ora l’Iran a livello regionale?
Riccardo Alcaro: Occorre una premessa. Dobbiamo ricordare che non vi è stato un ordine di sicurezza stabile in Medio Oriente almeno dall’invasione statunitense e dalla successiva occupazione dell’Iraq del 2003. Vi è stata invece un’instabilità sistemica, a cui si è tentato di rimediare, ma mai in modo del tutto inclusivo. Alla guerra civile in Iraq, che ha coinvolto fino al 2011 anche truppe della coalizione a guida statunitense, si sono sommate nello stesso tempo le violenze della seconda intifada in Palestina dei primi anni Duemila e la guerra in Libano che Israele scatenò contro Hezbollah nel 2006, e tutte le altre operazioni di antiterrorismo nell’area. A tutto questo dobbiamo aggiungere almeno altri due grandi sconquassamenti: quello delle cosiddette “primavere arabe”, tutte fallite; e il fallimento dell’accordo sul nucleare iraniano. Riguardo alle prime, ricordiamo che la Libia dal 2014 è sprofondata in una frammentazione nazionale dalla quale non è più riemersa. In Siria vi è stata una guerra civile terrificante durata dieci anni, che ha visto l’ex Presidente Bashar Al-Asad prevalere per poi crollare miseramente qualche anno dopo proprio per la debolezza dei suoi alleati, l’Iran e soprattutto la Russia. Il secondo grande sconquassamento è stato il già menzionato ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano del 2015 raggiunto fra Iran, Europa, Stati Uniti, Russia e Cina, che conteneva una promessa di stabilizzazione fra Iran e Stati Uniti, che aveva il potenziale di essere trasformativa sul piano sistemico, ma a cui non è mai stato dato il tempo di svilupparsi. Era un accordo che aveva nemici potentissimi in Israele, in Arabia Saudita, negli Emirati Arabi Uniti e negli Stati Uniti, dove l’intero Partito Repubblicano vi era avverso, insieme a una parte del Partito Democratico. Il JCPOA fu fortemente voluto solo da Barack Obama e da pochi altri. Quando gli Stati Uniti sotto l’amministrazione di Donald Trump si ritirarono dall’accordo nonostante l’Iran fosse adempiente, l’Iran continuò a rispettare l’accordo per un anno, nella speranza che gli europei continuassero a fornire i benefici economici previsti. Quando questo risultò impossibile, avvenne il clamoroso attacco iraniano contro le infrastrutture di Aramco, la grande compagnia energetica saudita. Questo portò prima gli Emirati Arabi Uniti e poi l’Arabia Saudita, nel frattempo impantanatisi in un’inutile e brutale guerra contro gli Houthi, i ribelli yemeniti pro-Iran, a cercare una forma di distensione con l’Iran che è tuttora in corso.
Ma l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, e soprattutto la risposta israeliana che si è estesa da Gaza all’intera regione ha cambiato tutto. Non c’è dubbio che oggi l’Iran sia più debole rispetto a qualche anno fa. Dal canto suo, Israele è nettamente più forte, anche se gode di una posizione di vantaggio esclusivamente grazie alla potenza militare. Tuttavia, anche un Iran debole resta un tassello fondamentale nell’ordine regionale. Il Medio Oriente in senso lato, includendo quindi anche la regione del Golfo, non avrà mai una stabilità di lungo periodo se il sistema di governance regionale sarà fondato sull’esclusione dell’Iran. Una qualche forma di inclusione dell’Iran è dunque necessaria. Naturalmente questa è una proposizione accettata da tutti: quello che non tutti accettano è che un qualunque Iran possa far parte di questo sistema regionale. Secondo Israele, un Iran autoritario ma filoccidentale, o quantomeno non apertamente ostile a Israele, sarebbe un interlocutore più idoneo della Repubblica Islamica. Tuttavia, la Repubblica Islamica ha dimostrato di essere resiliente. E i fattori esterni, in particolar modo la belligeranza americana e israeliana, salita alle stelle dopo il 7 ottobre quando Israele ha ritenuto di dover ridefinire militarmente i rapporti con i suoi nemici disconoscendo i limiti della politica, del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario, hanno contribuito a rendere una potenziale trasformazione della Repubblica Islamica più difficile. Quindi l’area rimane sistemicamente più insicura.
Rimanendo sul tema dell’accordo sul nucleare, abbiamo visto come rispetto al 2015 anche l’Europa abbia progressivamente cambiato postura nei confronti dell’Iran.
Riccardo Alcaro: Non c’è dubbio. In questo caso, per Europa intenderei i tre Paesi europei facenti parte dell’accordo nucleare, ovvero Francia, Germania e Regno Unito, i cosiddetti E3 (alla firma dell’accordo, il Regno Unito era ancora membro dell’UE). Anche l’Unione Europea, in particolar modo tramite l’Alto rappresentante, svolse un importante ruolo di mediazione e di negoziazione nella diplomazia nucleare: a partire dall’Alto rappresentante Javier Solana, seguito da Catherine Ashton e da Federica Mogherini che era Alto rappresentante nel momento in cui l’accordo fu siglato, fino al suo successore Josep Borrell. L’Europa dunque, intesa come gli E3 più l’Alto rappresentante, ha avuto un ruolo speciale nella più che ventennale disputa sul nucleare iraniano. Furono gli E3, presto coadiuvati dall’Alto rappresentante Javier Solana che coraggiosamente, contro l’opinione dell’amministrazione Bush, nel 2003 avviarono il processo diplomatico che dodici anni dopo portò all’accordo nucleare. Se osserviamo le evoluzioni successive al ritiro da parte di Trump nel 2018, vediamo che gli europei continuarono in qualche modo a sostenere l’accordo nucleare, ma divennero allo stesso tempo sempre più critici e più rigidi nei confronti dell’Iran. Perché questo? Perché il ritiro americano li mise in una posizione impossibile: da una parte, desideravano salvaguardare un dispositivo diplomatico di non-proliferazione che era stato non solo un grande successo dell’Europa, ma anche un successo del multilateralismo. Dall’altra, nel momento in cui l’Iran cominciò a violare quell’accordo alla luce del fallimento europeo nel proteggere il legittimo commercio UE-Iran dalle sanzioni extraterritoriali USA, assistettero al riemergere della crisi di non-proliferazione a cui l’accordo aveva ovviato, in un momento peraltro in cui l’Iran diventava più aggressivo sul piano regionale e repressivo su quello interno. Quindi gli europei si trovarono a adottare una posizione ambivalente verso l’Iran, dalla quale poi scivolarono verso una sempre più intransigente.
Ora, in seguito alla guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele della primavera 2025, Regno Unito, Francia e Germania erano ancora parte del JCPOA e avevano ancora in mano una carta di pressione nei confronti dell’Iran, chiamata meccanismo di snapback. In cosa consiste lo snapback? Nell’ambito del complicato negoziato che era stato l’accordo nel 2015, lo snapback era un meccanismo per dissuadere o punire un’eventuale violazione da parte dell’Iran. In particolare, prevedeva che se uno dei Paesi parte dell’accordo avesse avuto legittimi dubbi sul fatto che l’Iran fosse in violazione dei termini dell’accordo, avrebbe potuto innescare questo processo che avrebbe poi portato a un voto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla continua estensione della revoca delle sanzioni, dando così ai Paesi con diritto di veto il potere di far ri-scattare tutte le sanzioni che erano state revocate a livello ONU quando l’accordo fu concluso nel 2015. Nel 2025, gli europei dissero agli iraniani che, per non far scattare il meccanismo di snapback, avrebbero dovuto soddisfare tre condizioni: ricominciare a negoziare con gli statunitensi sulla questione nucleare; dare piena collaborazione all’Agenzia internazionale per l’energia atomica e attivare tutti i procedimenti di ispezione; infine, dare conto immediatamente di che fine avessero fatto i 400 chili di uranio arricchito al 60%, per cui non c’è alcuna applicazione civile e che quindi era pensato come potenziale materiale che potesse essere arricchito ulteriormente al 90% per fabbricare una bomba. Dobbiamo infatti ricordare sempre che il programma nucleare civile ha un’anima da Giano bifronte, perché può essere dirottato ad usi militari attraverso un maggiore livello di arricchimento dell’uranio, un procedimento centrale sia per la creazione del materiale da utilizzare in un reattore, sia per la creazione del materiale necessario per una bomba. Inoltre, dal processo di arricchimento dell’uranio si può ottenere anche il plutonio, un altro materiale che può essere impiegato nella costruzione delle bombe. A mio avviso, mettere tutto ciò come condizione preliminare a un Paese che era stato da poco attaccato pur non presentando una minaccia diretta nei confronti dei Paesi aggressori, sulla base di violazioni che quel Paese, l’Iran, stava effettuando successivamente alle violazioni continue perpetuate da parte degli Stati Uniti, è stata diplomaticamente una posizione poco saggia. Questo perché si sapeva che gli iraniani non avrebbero ceduto. Così è stato: il Consiglio di sicurezza ONU ha votato grazie al veto di Regno Unito, Francia e Stati Uniti la reimposizione delle sanzioni o, tecnicamente, la fine della revoca delle sanzioni. In seguito, l’Unione Europea ha riadottato tutte le sanzioni settoriali che colpivano interi comparti dell’economia iraniana.
Se vogliamo provare a comprenderne le ragioni di questa scelta da parte dei Paesi europei, potremmo dire che in parte derivi da una sempre maggiore dipendenza psicologica e strutturale dagli americani. Ma a mio avviso deriva anche, e in maniera decisiva, dal fatto che l’Iran abbia commesso dal punto di vista degli europei un colossale errore: quello di fornire droni e conoscenza su come produrli alla Russia, che li ha poi utilizzati nella sua guerra contro l’Ucraina. Naturalmente, l’altro grande errore dell’Iran dal punto di vista europeo è stato la brutale repressione delle proteste di piazza. Infine, aggiungiamo che la Repubblica Islamica utilizza la politica deprecabile di arrestare cittadini europei con doppio passaporto iraniano per usarli poi come merce di scambio, attuando una politica degli ostaggi. E non sempre si tratta di persone con doppia cittadinanza, come nel caso delle nostre concittadine Cecilia Sala e prima di lei Alessia Piperno. Tra tutti questi aspetti, il sostegno che l’Iran dà alla Russia nella guerra contro l’Ucraina e l’enorme eco che la repressione delle proteste ha avuto in Europa sono risultati decisivi nel portare gli europei su posizioni ostili nei confronti dell’Iran.
Ha menzionato più volte le sanzioni contro l’Iran: come funzionano e che tipo di impatto hanno sull’economia del Paese?
Riccardo Alcaro: Vi sono diversi tipi di sanzioni. Le sanzioni ONU, per esempio, furono adottate esclusivamente a causa della mancata trasparenza e collaborazione da parte dell’Iran riguardo alla destinazione ultima del suo programma nucleare: solo civile o anche militare? Queste sanzioni furono revocate nel 2015 e poi, come detto poco fa, riadottate nell’autunno 2025. Vi sono poi le sanzioni settoriali adottate dall’Unione Europea sempre riguardo alla questione del nucleare, anche queste revocate in base all’accordo del 2015 e reintrodotte lo scorso autunno in seguito alla riedizione delle sanzioni ONU. Poi vi sono le sanzioni mirate, anch’esse europee, alcune preesistenti e molte successive all’accordo sul nucleare e riguardanti i diritti umani. Infine, vi sono le sanzioni statunitensi e queste sono le sanzioni che contano: è dalla metà degli anni Novanta che gli Stati Uniti hanno imposto un embargo sul commercio USA-Iran. Inoltre, grazie alla loro posizione dominante nei mercati finanziari e al ruolo fondamentale del dollaro nelle transazioni commerciali globali, gli Stati Uniti possono adottare le cosiddette “sanzioni secondarie”, il cui meccanismo è il seguente. Anche se gli statunitensi non possono impedire a compagnie o banche estere di fare affari con l’Iran, possono far sì che le aziende che fanno affari con l’Iran rischino multe salatissime sui loro interessi negli Stati Uniti o altri tipi di restrizioni. La scelta che si pone davanti alle compagnie straniere è dunque puramente accademica, dato che il mercato statunitense è infinitamente più redditizio di quello iraniano. Queste sanzioni erano state sospese, non revocate, nel 2015. Trump le riadottò tra il 2018 e il 2019: sono queste le sanzioni che pesano realmente. Le sanzioni ONU hanno un impatto più politico che economico, in quanto non aggiungono molto a quanto già non facciano le sanzioni unilaterali statunitensi con effetto extraterritoriale. Quello che le sanzioni ONU fanno, invece, è portare nuovamente il programma nucleare iraniano in una posizione di totale illegittimità e ridurre nuovamente l’Iran, almeno formalmente, alla condizione di Stato paria.
Come si sono evoluti i rapporti tra Iran e Stati Uniti dal ritiro dall’accordo da parte statunitense? Si può dire che si sia giunti alla parola “fine” sul dossier della diplomazia nucleare con l’Iran?
Riccardo Alcaro: Ricapitoliamo. Nel dicembre del 2020, poco prima dell’insediamento di Joe Biden che aveva fatto campagna elettorale anche sulla promessa di riattivare l’accordo nucleare con l’Iran, gli israeliani assassinarono a Teheran il principale scienziato nucleare iraniano. Questo portò il Parlamento iraniano a decidere di ridurre la collaborazione con l’agenzia ONU per il nucleare, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), complicando il tentativo di una riattivazione dell’accordo. Quando i negoziati ricominciarono nell’aprile 2021, ci fu un sabotaggio in uno dei principali siti nucleari iraniani, nuovamente a opera di Israele. In questo quadro, Europa e Stati Uniti si sono trovati sempre più in difficoltà: da un lato perché la fazione oltranzista iraniana doveva rispondere a queste operazioni; dall’altro perché questa stessa fazione continuava ad appoggiare Hamas e Hezbollah. Alla fine, nonostante gli E3, l’Alto Rappresentante UE Borrell e l’Amministrazione Biden avessero concordato un testo di riattivazione del JCPOA nell’agosto 2022, l’Iran puntò i piedi e non se ne fece niente. La situazione rimase in uno stallo di “no accordo, no guerra”. All’inizio della seconda amministrazione Trump si aprì la prospettiva di una nuova intesa nucleare e cominciarono dei colloqui diretti fra iraniani e amministrazione statunitense. Questi si rivelano essere dei colloqui molto difficili: l’amministrazione Trump si irrigidì su di una posizione che gli osservatori già sapevano che gli iraniani non avrebbero accettato, ovvero la richiesta di rinunciare permanentemente alle attività di arricchimento dell’uranio, che è la più importante componente di un programma nucleare, che sia civile o militare. In quel contesto, mentre i negoziati sono ancora in corso e a tre giorni dal sesto round negoziale, Israele attacca l’Iran e il gioco cambia del tutto. Che reazione arrivò dagli europei? Gli europei reagirono come abbiamo descritto prima, ponendo delle condizioni al fine di evitare di far scattare lo snapback, che gli iraniani non hanno accettato. Quindi, di fatto, gli europei si sono tagliati fuori. Al prezzo di mettere ulteriore pressione sull’Iran, hanno ottenuto un irrigidimento maggiore da parte di un governo già paranoico come quello iraniano. Oltretutto, hanno ottenuto anche un’ulteriore delegittimazione del Consiglio di sicurezza: lo scorso autunno, infatti, la Russia e la Cina hanno firmato una comunicazione congiunta in cui dichiaravano il voto sullo snapback illegittimo sulla base delle circostanze in cui si è arrivati al voto. Questo perché il meccanismo di snapback originariamente concepito prevedeva uno scenario diverso: uno in cui vi fossero seri dubbi che l’Iran stesse violando l’accordo nucleare del 2015 e in cui si intervenisse per mettere pressione sul Paese nel caso in cui l’indagine accertativa non avesse fugato i dubbi su queste violazioni. Invece, questo snapback è arrivato in un quadro dove l’Iran aveva già visto gli Stati Uniti uscire dall’accordo unilateralmente nel 2018, quando l’Iran era adempiente e poi riadottare tutte le sanzioni che erano state sospese con effetto extraterritoriale, di fatto nullificando i benefici economici che l’accordo nucleare aveva loro promesso. L’Iran ha inoltre visto fallire gli europei e gli altri Stati membri dell’accordo, la Russia e la Cina, nel fornirgli una forma di compensazione a fronte del ritiro statunitense e si è poi visto attaccare da Israele e Stati Uniti. Questo non è per dire che l’Iran non abbia responsabilità: ma che siamo ben lontani dal contesto pensato originariamente per la messa in atto dello snapback.
Ecco, in questo contesto di estraniazione e tale mancanza di fiducia reciproca a livello diplomatico comincia una nuova ondata di proteste all’interno del Paese. Vediamo Trump prima promettere aiuto ai manifestanti via social network e poi annunciare una tariffa del 25% per tutti gli Stati che commerciano con l’Iran. In seguito, assistiamo all’ordine, da parte degli Stati Uniti, di un massiccio dispiegamento navale nell’area del Golfo, creando perciò l’aspettativa di un attacco imminente da parte americana con un indefinito obiettivo di caduta del regime, mai articolato del tutto. Poi il messaggio americano cambia nuovamente e si arriva a una rinnovata insistenza sull’apertura di un canale diplomatico, i cui contenuti appaiono però non definiti. Questo canale avrà chiaramente al suo interno la questione nucleare, che troverebbe apertura da parte iraniana. Tuttavia, le diverse voci all’interno dell’amministrazione non hanno dato una linea comune. Trump ultimamente ha parlato dell’obiettivo di evitare una bomba atomica iraniana, con cui gli iraniani si sono sempre detti d’accordo. Tuttavia, per Trump questo potrebbe anche implicare la richiesta di porre fine al programma di arricchimento dell’uranio in Iran, che è un processo che serve anche scopi pacifici, anche se l’Iran per ora non è mai stato in grado di utilizzarlo. Questo secondo elemento per l’Iran sarebbe una linea rossa. Lo era prima della guerra dei 12 giorni e lo sarebbe tuttora. Infine, in passato Trump ha parlato anche del programma iraniano balistico e dei rapporti dell’Iran con milizie non statali della regione, comunemente note come “asse della resistenza”. Il Segretario di Stato Marco Rubio, in una recente audizione al Congresso, ha aggiunto a questi dossier anche il capitolo delle proteste, di cui Trump non aveva parlato. Vi è dunque una certa incertezza su che cosa l’amministrazione voglia. Al primo incontro a Muscat in Oman fra il Ministro degli Esteri iraniano e gli inviati di Trump Steve Witkoff e l’inviato non ufficiale, nonché suo genero, Jared Kushner, non sappiamo bene che cosa si sia deciso. Le parti hanno dichiarato che è stato un buon incontro e che ci sarebbe stata una prosecuzione, com’è avvenuto per due volte a Ginevra a febbraio 2026. Per quanto ne sappiamo, si è parlato solo di nucleare. Ecco, se si parlasse solo di nucleare, le prospettive di un accordo crescerebbero per quanto restino, a mio avviso, inferiori al 50%. Però sarei molto sorpreso se si parlasse solo di nucleare. La repressione ha compromesso, dal mio punto di vista, definitivamente la residua e già traballante legittimità interna della Repubblica Islamica stessa. Noi sappiamo che il governo ammette più di 3.000 morti e che agenzie per i diritti umani all’estero che tendono a verificare il numero di morti dandovi nome e cognome, parlano di oltre 7.000 morti accertati, con circa 10-12.000 casi ancora sotto indagine. Siamo di fronte a un bagno di sangue da cui, a mio parere, la Repubblica Islamica sul piano della legittimità interna non si può più risollevare. La sua tenuta rimane quindi esclusivamente legata alla sua capacità repressiva, che però resta intatta.
Qual è quindi la situazione oggi?
Riccardo Alcaro: La situazione è la seguente: la diplomazia con gli Stati Uniti è stata riavviata sul nucleare, ma non conosciamo bene ancora i termini specifici dei negoziati. Sappiamo che l’obiettivo è prevenire la costruzione di una bomba atomica iraniana, e forse prevenire il programma di arricchimento. Non sappiamo se gli Stati Uniti, come vorrebbe Israele, spingeranno per limitazioni al programma balistico, una condizione irricevibile per gli iraniani, perché i missili sono rimasti la loro unica capacità di rappresaglia. Non vi è nessun accenno all’asse della resistenza, nessuno alla dimensione interna. Tuttavia, la domanda rimane: si può fare un accordo nucleare con questo Iran? Con l’Iran non del 2015 e nemmeno del 2024, ma con l’Iran del 2026, che ha appena ammazzato fra i 3.000 e i 20.000 manifestanti? È una situazione tale da far pensare che i margini per una manovra diplomatica risolutiva siano estremamente ridotti.
Tuttavia, dobbiamo anche tenere a mente che oggi l’alternativa all’accordo non è più, come fino al 2024, una situazione di tensione sostenibile (no accordo, no guerra): l’alternativa all’assenza di un accordo è un nuovo attacco americano contro l’Iran con le motivazioni più varie, basato sul fatto che l’Iran è diventato un problema al quale non si riesce a trovare una soluzione. Quale obiettivo potrebbe avere questo attacco? Trump è notoriamente restio a impegnare gli Stati Uniti in operazioni militari lunghe e con obiettivi eccessivamente ambiziosi. L’ideale sarebbe qualcosa di simile ad una “operazione Maduro”, che è stata sostanzialmente un’operazione chirurgica. Possono gli Stati Uniti replicare qualcosa del genere con l’Iran? Io penso che non sia possibile, perché anche decapitandone la leadership, la Repubblica Islamica non è un sistema verticale in cui basta sostituire il vertice per cambiare tutto. La rimozione della guida Suprema Ali Khamenei non sarebbe l’equivalente della rimozione di Nicolás Maduro, perché Khamenei è anche un leader religioso, oltre che politico, e la sua uccisione potrebbe indignare anche alcuni fra quelli che ne vorrebbero l’uscita di scena, oltre a far infuriare i suoi sostenitori. Quindi, quale potrebbe essere lo scopo di questa azione militare? Se lo scopo fosse rovesciare la Repubblica Islamica, dovrebbe essere un intervento massiccio, un bombardamento esteso su tutto il Paese per settimane, mesi. Sarebbe un’operazione molto costosa, che devasterebbe probabilmente le capacità militari dell’Iran, ma che non darebbe quasi nessuna garanzia in termini di un cambio di regime. Questo perché in Iran al momento non c’è un’opposizione interna, organizzata, unita da un’agenda condivisa, con una leadership riconoscibile. Anche all’estero, la diaspora è divisa, litigiosa e spesso altrettanto radicale. Basta vedere l’incapacità di Reza Pahlavi, il figlio dello scià cacciato dalla rivoluzione del ‘79, che pretende di accreditarsi come leader unificante dell’opposizione e che però non è mai riuscito a unirla, nemmeno in questo frangente. Per non parlare dei gruppi più controversi come il Consiglio Nazionale per la Resistenza dell’Iran basato a Parigi, dietro al quale c’è l’organizzazione il Mek, o del Mojadin-e Khalq, organizzazione che è figurata nelle liste terroristiche di Stati Uniti ed Europa fino a una decina d’anni fa e che possiede certi aspetti di culto nei confronti della sua leader, Maryam Rajavi, che lasciano molti interdetti e dubbiosi che possano porsi come alternativa credibile. Questo per dire che si può destabilizzare l’Iran, ma difficilmente se ne può abbattere il regime e ancor più difficilmente promuoverne uno alternativo. Un Iran destabilizzato per Israele andrebbe bene, perché non sarebbe più una minaccia e tutti gli scenari di medio termine in cui l’Iran potrebbe diventare uno sfidante strategico per Israele verrebbero meno. Per altri Paesi della regione invece, come Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Qatar, Oman, Kuwait e anche Pakistan, il vuoto sistemico a cui un Iran destabilizzato porterebbe è motivo di grande preoccupazione: loro preferirebbero un Iran contenuto a uno destabilizzato, perché hanno paura del vuoto di potere che verrebbe a crearsi nella regione. Ricordiamoci cosa accadde in Iraq dopo l’invasione americana, che fu seguita da un’occupazione con centinaia di migliaia di soldati americani sul terreno e con una capacità di controllo del territorio molto maggiore rispetto a ciò che si potrebbe ottenere semplicemente con una campagna aerea e missilistica sull’Iran. Quindi al momento l’amministrazione americana sta subendo pressioni da un lato e dall’altro.
Quindi, dove restiamo? Secondo me resteremo all’interno di questo negoziato complicatissimo in cui, fra l’altro, gli iraniani non si stanno aiutando, fingendo di essere altrettanto forti di quanto lo erano prima che Israele degradasse l’asse della resistenza e prima che gli americani bombardassero il loro programma nucleare. Dal canto loro, gli iraniani vogliono convincere gli americani che, contrariamente al passato, non utilizzeranno cautela e misura in un’eventuale rappresaglia, ma che interpreteranno un attacco americano come l’ultimo capitolo di una battaglia che è diventata per la vita e per la morte e che le Guardie della rivoluzione islamica, se non si troverà una via d’uscita, combatteranno fino alla morte esternalizzando il conflitto alla regione. Io credo che vi sia un serio rischio di questo, nonostante gli iraniani non abbiano poi tante carte da giocare. Quindi abbiamo questi due scenari: uno in cui il negoziato va avanti e produce una qualche forma di accordo sul nucleare, che viene utilizzata come strumento di de-escalation e si continua un processo diplomatico per aggiungere pezzi a sostegno di questo processo. L’altro scenario, più probabile, non scontato ma più probabile, è che a un certo punto il negoziato si interrompa per rigidità americana, per rigidità iraniana, perché gli americani rimetteranno sul piatto delle condizioni irricevibili per gli iraniani, come lo smantellamento e la riduzione delle capacità balistiche iraniane, o che gli iraniani rifiutino compromessi ragionevoli sull’arricchimento dell’uranio, e che questo porti a un’escalation militare. Qui la domanda diventa: se il negoziato dovesse interrompersi, che tipo di azione armata ci sarà? Forse Trump spingerà per una variante del “modello Maduro”, utilizzando quindi il dispiegamento navale per interdire il trasporto marittimo del petrolio iraniano, che ora viene esportato praticamente solo verso la Cina, creando un ulteriore aggravio alle finanze pubbliche iraniane. Ci sarebbero attacchi mirati, a scopo intimidatorio e punitivo nei confronti delle guardie rivoluzionarie. Si può pensare a un tentativo di decapitazione della leadership, con l’obiettivo di creare un’alternativa interna alla leadership iraniana che accetti le condizioni americane come è avvenuto per Delcy Rodríguez, la vice di Maduro in Venezuela. Questa è una soluzione che a mio avviso Trump vedrebbe di buon occhio, ma che rimane di difficile realizzazione: anche perché non scordiamoci che c’è una delegittimazione talmente profonda della Repubblica Islamica, interna ed esterna, che se non avessimo a che fare con un Presidente così esplicitamente insensibile come Trump, direi che sarebbe politicamente impossibile.
In questo contesto, che cosa può fare l’Europa?
Riccardo Alcaro: L’Europa in questo quadro non c’è, perché gli europei come si direbbe in inglese managed to negotiate themselves out of the negotiation. Quando gli europei hanno deciso di attivare lo snapback, hanno perso la loro ultima leva. Se avessero deciso, per esempio, di spingere per un’estensione di sei mesi della scadenza dello snapback lo scorso ottobre 2025, in modo da dare tempo per intavolare un negoziato tra iraniani e americani e vedere se si fosse riusciti a ottenere qualcosa sul fronte della trasparenza e della collaborazione con l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, sarebbero rimasti almeno un po’ dentro al negoziato. Gli europei non solo non hanno fatto questo, ma hanno anche riadottato le sanzioni e dichiarato le Guardie rivoluzionarie un’organizzazione terroristica. Ora, le Guardie rivoluzionarie sono un’organizzazione sanguinaria, ma sono state dichiarate terroristiche dagli europei non tanto sulla base di azioni davvero terroristiche, ma sull’onda dello sdegno per il massacro delle proteste. Questo, oltre a dare una veste impropria sul piano legale, comporta anche la ricezione del fatto che evidentemente l’Unione Europea non ritiene più la Repubblica Islamica un interlocutore “legittimo”, visto che ne ha criminalizzato una struttura statale, ovvero le Guardie rivoluzionarie, che sono tra le istituzioni più importanti dello Stato iraniano. Di conseguenza, gli europei hanno esaurito gli strumenti di pressione a loro disposizione. Solo gli americani, al momento, hanno elementi di pressione. Gli europei potrebbero, come incentivo, mettere sul tavolo il ritorno del commercio con l’Europa, che per gli iraniani sulla carta sarebbe qualcosa di enorme. Tuttavia, vi sono enormi difficoltà politiche da parte europea per realizzare una cosa del genere e gli iraniani stessi, ormai, hanno perso ogni fiducia in loro. Il fronte del supporto diplomatico è dunque tenuto in piedi solo dagli attori regionali: questa è un po’ un’inversione rispetto a quanto era successo nel 2015, quando l’accordo nucleare era stato fatto certamente grazie all’iniziativa e all’impegno dell’amministrazione Obama, ma all’interno di un processo diplomatico che nei dodici anni precedenti era stato aperto e sostenuto senza riserve dai tre Paesi europei con il sostegno dell’Unione Europea. Una posizione che nel tempo si è rovesciata, con gli europei che sono diventati sempre più rigidi nei confronti dell’Iran, soprattutto dopo le proteste del 2022 e adesso dopo le proteste del 2026, e i Paesi della regione che hanno cominciato a sperimentare le potenziali conseguenze di equilibri regionali completamente stravolti con Israele a capo e che invece spingono per una distensione.