“Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti” di Simone Pieranni
- 09 Aprile 2026

“Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti” di Simone Pieranni

Recensione a: Simone Pieranni, Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti, Mondadori, Milano 2026, pp. 204, 18,50 euro (scheda libro)

Scritto da Laura Laportella

9 minuti di lettura

Reading Time: 9 minutes

C’è un modo pigro di leggere il rapporto tra Cina e Stati Uniti: considerarlo una rivalità lineare tra due potenze, una sequenza di dazi, chip, sanzioni, Taiwan, muscoli e propaganda. È il modo più rassicurante, perché converte una relazione vasta e contraddittoria in una partita di forza facilmente leggibile e facilmente gestibile. Pieranni invece, in Lo specchio americano, sceglie una via probabilmente difficile ma sicuramente funzionale: rifiuta quella visione riduzionista e racconta il legame tra Pechino e Washington come un rapporto che parte da molto lontano, intimo e carico di conseguenze: una storia di fascinazione, apprendimento, imitazione, desiderio, delusione e infine rivalità. Prima ancora che un confronto strategico, quella tra Cina e Stati Uniti appare qui come una relazione storica densissima, dentro la quale si è giocata una parte decisiva della modernità cinese.

L’idea alla base del libro è tanto chiara quanto feconda: per capire davvero la Cina contemporanea non basta osservare cosa pensa di sé, bisogna capire che cosa abbia visto per decenni negli Stati Uniti. L’America, nello sguardo cinese, è stata insieme un avversario, un modello di sviluppo e soprattutto una promessa: un luogo mentale prima ancora che geografico, un archivio di immagini, oggetti, merci, suoni, consumi e libertà possibili. In questo senso il titolo scelto da Pieranni racconta già molto dello sguardo che vuole proporre: lo “specchio americano” riflette sì gli Stati Uniti, ma soprattutto l’immagine di una Cina che, guardando dentro quel riflesso, ha cercato a lungo se stessa.

È questo il primo punto di forza del volume. Pieranni racconta una vicenda enorme senza schiacciarla subito nella lingua della geopolitica. Prima di arrivare alla competizione tra superpotenze passa per la cultura di massa, per i simboli popolari, per gli oggetti minori che rivelano però mutamenti profondi. L’America entra in Cina anzitutto come atmosfera. La prima parte del libro, significativamente intitolata Il fascino, mostra con precisione che il soft power fu un’esperienza concreta prima ancora che una formula astratta: qualcosa che si guardava, si ascoltava, si imitava, si comprava, si desiderava.

L’arrivo delle prime serie televisive americane nella Cina post-maoista è trattato come un trauma culturale, non come semplice colore d’epoca. L’uomo di Atlantide, prima serie americana trasmessa nel 1980, produce effetti quasi surreali: occhiali da sole copiati in massa, giovani che provano a imitare nelle piscine il nuoto del protagonista, entusiasmo diffuso per tutto ciò che circonda la storia più ancora che per la storia stessa. Poco dopo Garrison’s Gorillas offre ai ragazzi cinesi, cresciuti con gli eroi marmorei della propaganda, una galleria di antieroi, irregolari e spregiudicati, tanto da provocare reazioni di imitazione e infine un brusco stop politico. Il punto sottolineato dall’autore è che l’americanizzazione dell’immaginario cinese passa anzitutto da stili, posture, desideri, gesti, ben prima che dalla ricerca esplicita di adesione ad un diverso modello culturale. Gli Stati Uniti, in quella fase, seducono molto più che convincere.

Lo stesso accade con la musica. Il racconto del concerto degli Wham! a Pechino nel 1985 è uno dei passi più riusciti del libro perché tiene insieme euforia, spaesamento e distanza culturale. Da una parte c’è il tentativo cinese di tradurre, spiegare, rendere presentabile il pop occidentale; dall’altra irrompe una fisicità nuova, un’energia che il pubblico avverte immediatamente anche quando non la possiede ancora fino in fondo. Pieranni evita però il cliché della semplice imitazione: il punto non è che la Cina copi l’Occidente, ma che nel momento stesso in cui lo assorbe comincia già a trasformarlo. L’emergere poco dopo di Cui Jian, il pioniere della musica rock in Cina, dice esattamente questo, il fascino per l’America genera una risposta cinese, non una copia sbiadita dell’originale. È una dinamica che attraversa tutto il libro, l’imitazione è sempre anche una riscrittura e dentro quella riscrittura c’è già in nuce la futura rivalsa.

Anche le pagine dedicate a KFC, Coca-Cola e NBA sono molto più di un mero repertorio di curiosità. Servono a mostrare come l’America abbia incarnato per larghi settori della società cinese il volto concreto del moderno. Il primo KFC di Pechino nel 1987 vende l’esperienza di un altro mondo, non soltanto il pollo fritto. La Coca-Cola, inizialmente percepita come una bevanda strana, quasi medicinale, diventa nel giro di pochi anni oggetto di desiderio e simbolo di distinzione, fino al culto domestico delle lattine vuote da esibire in casa. L’NBA entra in Cina quasi per caso, grazie a videocassette offerte alla televisione di Stato, e finisce per trasformarsi in linguaggio generazionale. In tutte queste storie si vede bene che il capitalismo americano non viene percepito soltanto come sistema economico, ma come grammatica del prestigio, del movimento, della libertà, del futuro. Il moderno, in quegli anni, ha davvero un accento americano.

Il pregio del libro sta però nel non fermarsi mai alla superficie pop. Accanto alla cultura di massa, Pieranni ricostruisce con attenzione il modo in cui la Cina degli anni Ottanta assorbe anche idee, teorie, letteratura, strumenti concettuali. Arrivano Kerouac, Salinger, Naisbitt, Keynes, Friedman, persino Freud. L’Occidente, e in particolare l’America, diventano per una parte dell’élite culturale cinese il laboratorio attraverso cui pensare l’individuo, la tecnica, il desiderio, l’economia, il futuro. Riviste come Dushu, che tratta di letteratura e filosofia, diventano luoghi di esplorazione febbrile, e l’America smette di essere il nemico di cartapesta del maoismo per trasformarsi in una miniera da studiare. La necessità è ben lontana da una “conversione” all’Occidente, serve però per capirne il meccanismo interno, appropriarsene, usarlo.

In questa traiettoria un ruolo importante lo gioca anche la nascita degli studi americani in Cina. Pieranni chiarisce che non è solo una questione accademica, bensì siamo nel campo di una scelta strategica: il Partito comprende che per modernizzare il Paese bisogna andare oltre la denuncia dell’America, è necessario decifrarla davvero. Figure come Li Shenzhi e Zi Zhongyun incarnano una stagione in cui studiare gli Stati Uniti significa anche aprire spazi di discussione su costituzionalismo, libertà, istituzioni, limiti del potere. È uno degli snodi più interessanti del libro, perché rende evidente una delle sue tesi di fondo: la Cina ha guardato l’America con un’intensità che in Occidente raramente è stata ricambiata. La famosa asimmetria della conoscenza di cui parla l’autore è anche questo: mentre noi continuavamo spesso a descrivere la Cina attraverso etichette rigide, la Cina prendeva appunti su di noi.

Ed è proprio la comprensione di tale asimmetria a rendere l’opera necessaria anche per un lettore europeo. Lo specchio americano racconta sia che cosa la Cina abbia pensato degli Stati Uniti; sia l’obbligo per noi a spostarci di prospettiva, a vedere l’Occidente dal di fuori, a capire come i suoi miti, le sue promesse e le sue contraddizioni siano stati letti da una storia diversa, da una modernizzazione diversa, da una società che per decenni ci ha osservati con un’attenzione che non siamo mai veramente stati in grado di restituire. In questo senso il libro è anche una lezione di metodo: corregge il punto d’osservazione, prima ancora che i contenuti.

Dentro questa dinamica si inserisce un altro passaggio cruciale, che Pieranni rende con efficacia: il rapporto fra fascinazione per l’Occidente e crisi della tradizione cinese. Le pagine dedicate a Heshang (L’elegia del fiume), la celebre miniserie del 1988, sono significative. Il “giallo” della civiltà fluviale, chiusa e tradizionale, viene contrapposto al “blu” dell’Occidente marittimo, aperto, scientifico, dinamico. La Grande Muraglia smette di essere solo emblema di grandezza e diventa simbolo di chiusura; il drago viene reinterpretato come figura del dispotismo. È una lettura radicale, quasi brutale, che va oltre l’ammirazione dell’Occidente, lanciando un vero atto d’accusa contro la tradizione cinese. Modernizzarsi, in quella fase, sembra equivalere a occidentalizzarsi. Ed è precisamente da questa tensione che nascerà, più avanti, il contraccolpo.

Il punto decisivo, infatti, è che questa lunga fascinazione non resta intatta. Alcune immagini usate da Pieranni sono particolarmente riuscite nel condensare l’ambivalenza di fondo. C’è quella, ormai proverbiale, del pechinese a New York: “Se ami qualcuno mandalo a New York, perché lì è il paradiso. Se odi qualcuno mandalo a New York, perché lì è l’inferno”. C’è la metafora della mela americana, bella e desiderabile, ma segnata da macchie che si imparano a vedere solo col tempo. Ed è qui che emerge la formula più forte del libro: quella dell’amante tradita. È una chiave interpretativa diretta, non una trovata decorativa, perché suggerisce che la visione della rabbia cinese verso gli Stati Uniti ha quale suo innesco il fatto che quella competizione arriva dopo una lunga fase di investimento emotivo, simbolico e culturale. Si potrebbe quasi affermare che l’America è stata per molto tempo il nome cinese del futuro. Proprio per questo la delusione ha tanta intensità: si radicalizza solo ciò che si è davvero desiderato.

La metafora dell’amante tradita funziona inoltre perché evita due errori opposti: da una parte la lettura freddamente strutturale che vede solo due Stati in conflitto, dall’altra una lettura ingenuamente psicologica della politica internazionale. Pieranni resta sempre ancorato a fatti, contesti, immagini storiche molto precise, ed è proprio questa concretezza a dare forza alla metafora. La Cina ha studiato l’America, ne ha assorbito il lessico della modernità, ha mandato lì i suoi studenti migliori, ha guardato a quel mondo come a un orizzonte desiderabile. Quando quel rapporto si incrina, il risentimento porta con sé qualcosa di più profondo del conflitto ideologico: il sentimento di una promessa mancata, di una relazione spezzata, di una prossimità che improvvisamente si rivela illusoria.

Questa lettura diventa ancora più convincente quando il libro arriva al 1999, al bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado. Nella ricostruzione di Pieranni quello è molto più di un episodio internazionale traumatico: è una rottura simbolica, la prova che il Paese ammirato, studiato e interiorizzato può anche colpire, umiliare, ferire. Da quel momento il rapporto tra le due forze sembra rompersi, nella realtà dei fatti cambia di qualità. “L’intimità” lascia spazio alla diffidenza, il desiderio si rovescia in sospetto, la fascinazione si incrina e resta in piedi solo come termine di confronto obbligato. Questo passaggio è cruciale perché permette di leggere la svolta nazionalista cinese come l’esito di una relazione che si è spezzata proprio dopo essere stata intensissima. La formula dell’amante tradita condensa in poche parole la genealogia emotiva dell’intera rivalità sino-americana.

Ed è qui che Lo specchio americano arriva ad offrire una finestra sul presente, in quanto mostra come quello sguardo storico continui a strutturare le percezioni di oggi. Il prologo ambientato nella Pechino del 2025, in piena guerra delle sanzioni seguita al “Liberation Day” di Trump, serve a chiarire che il clima contemporaneo di rivalità, sospetto e risentimento diventa leggibile solo se lo si riconduce a una storia lunga. Lo stesso vale per il sondaggio della Tsinghua University richiamato nelle pagine iniziali, dove emerge una forte sfiducia verso le politiche americane, ma non una semplice ostilità generalizzata verso gli americani in quanto tali. L’aspetto più importante diventa: la Cina di oggi ha smesso di guardare agli Stati Uniti dal basso verso l’alto, ma non ha smesso di guardarli. Li osserva ancora con intensità, solo da una posizione ormai mutata, quella di un soggetto che si percepisce “alla pari”.

Arriviamo ad uno dei punti più rilevanti del volume: evitare sia l’immagine di una Cina monoliticamente nazionalista, sia la nostalgia per il tempo dell’innamoramento americano. L’autore guarda il tutto in modo più sottile. Mostra che tra Cina e Stati Uniti il rapporto continua a essere decisivo proprio perché non si è mai davvero chiuso. Anche quando lo specchio si deforma, resta uno specchio; anche quando l’America viene criticata, resta il riferimento fondamentale. Ed è proprio per tale motivo che dopo questo viaggio si riesce a leggere meglio il presente, perché si va oltre la cronaca dell’ultima crisi, ripercorrendo invece la genealogia dello sguardo con cui la Cina entra nelle crisi contemporanee.

La seconda parte del volume, dedicata alla rivalsa, ai “demistificatori” e agli “strateghi”, porta questa tesi fino alle sue conseguenze più nette. Per traghettare dal processo descritto nella parte precedente, verso la nascita di una contro-lettura sistematica del modello americano, è necessario passare per la figura emblematica di Wang Huning, oggi uno dei principali architetti della narrativa politica cinese. Un uomo che ha viaggiato molto negli Stati Uniti ed elabora una visione su di essi nel suo libro America Against America, che diventa un classico per gli americanisti cinesi. Da qui in poi gli Stati Uniti cessano di apparire come sintesi riuscita di libertà e progresso e vengono riletti quale sistema attraversato da individualismo, frammentazione, materialismo e crisi del legame collettivo. Siamo già oltre la propaganda antiamericana, e dentro qualcosa di più sofisticato: la costruzione di una critica cinese dell’America capace di trasformare le crepe interne del modello avversario in argomento di auto-legittimazione. È uno dei punti centrali in cui il libro si fa più utile per capire il presente politico e ideologico di Pechino.

Ancora più interessante è il fatto che Pieranni non riduca questa svolta a un semplice irrigidimento nazionalista. La tesi è più sottile e più convincente: anche quando la Cina si emancipa dal fascino americano, continua a misurarsi con l’America. Persino la critica più dura conserva qualcosa dell’antica centralità di quel modello. Gli Stati Uniti, nella storia raccontata da Pieranni, smettono di essere il paradiso possibile, ma restano il termine decisivo del confronto. Ed è proprio questo a fare del libro qualcosa di più di una storia della rivalità sino-americana: mostra che tra i due Paesi la lotta per il potere globale si intreccia con una contesa più vasta, quella per il significato stesso della modernità.

In un dibattito pubblico che tende a raccontare Pechino come un blocco compatto, opaco e in fondo già spiegato, Lo specchio americano restituisce profondità storica a ciò che troppo spesso viene trattato come semplice cronaca della rivalità. Pieranni mostra che la competizione tra Cina e Stati Uniti non nasce con i dazi, la guerra tecnologica o il confronto militare, ma molto prima: dentro un rapporto di fascinazione asimmetrica, di studio ostinato, di appropriazione selettiva e poi di crescente disincanto. La Cina che oggi sfida l’America, in altre parole, non emerge in opposizione lineare agli Stati Uniti, ma anche attraverso una lunga familiarità con il loro immaginario, i loro codici, le loro promesse e le loro crepe.

Da questo punto di vista, il libro non si limita a descrivere una rivalità: ne ricostruisce le premesse culturali e simboliche. Ed è questo che lo rende utile anche per leggere il presente. Perché aiuta a capire un dato che in Europa continua spesso a sfuggire: la Cina non si è limitata a reagire all’Occidente, lo ha studiato con un’intensità che l’Occidente non è riuscito a ricambiare. Mentre da questa parte si è spesso guardato a Pechino come a un problema da classificare o contenere, la Cina osservava gli Stati Uniti come un sistema da capire, da usare e infine da oltrepassare. In tempi in cui la Cina viene raccontata quasi solo come minaccia o avversario sistemico, Pieranni costringe invece a leggerla anche quale prodotto di un confronto lunghissimo con la modernità americana.

Scritto da
Laura Laportella

Digital strategist e analista della comunicazione digitale. Nel suo lavoro collabora con istituzioni, università, enti non profit e realtà della comunicazione politica e pubblica. A livello di ricerca si occupa di come media, piattaforme e narrazioni contribuiscano a plasmare il modo in cui interpretiamo l’attualità e gli equilibri geopolitici.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila!

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, è anche possibile regalare l’abbonamento. Grazie!

Abbonati ora

Seguici