Recensione a: Alessandro Aresu, La Cina ha vinto, Feltrinelli, Milano 2025, pp. 144, 16 euro (scheda libro)
Scritto da Giacomo Centanaro
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A partire dalla dedica «ai ricercatori e agli operai cinesi e taiwanesi che hanno reso possibile la nostra vita digitale», La Cina ha vinto evidenzia come analizzare ed esporre fenomeni dall’enorme complessità, che occuperebbero enciclopedie intere, richieda innanzitutto la capacità di scrivere poco. Razionalizzare ciò che è apparentemente incomprimibile nella pluralità di aspetti, voci, soggetti e discipline coinvolte è possibile e necessario, per trovare un senso nella sconvolgente quantità di informazioni disponibili, rintracciando alcune chiavi interpretative, e quali aspetti privilegiare. Come si legge: «il sapere essenziale è sapere cosa escludere» (p. 17). Lo sguardo che Alessandro Aresu – consigliere scientifico di Limes, saggista e a lungo civil servant per diverse amministrazioni centrali – ha scelto per guardare alla Cina di oggi è quello di uno stimato professore dell’Università Fudan di Shanghai prestato ad alti servizi per il Partito Comunista Cinese, un erede della lunga dinastia cosmopolita di intellettuali che hanno intessuto legami con il potere nella sua forma più pura, quella della politica. Nel libro, però, si specifica: non è un’eminenza grigia, un consigliere, e non è nemmeno un Rasputin. Wang Huning è infatti salito al quarto posto nei ranghi del Comitato permanente del Politburo del Partito Comunista Cinese.
Aresu prosegue così il progetto della trilogia[1] di fortunati saggi dedicata al capitalismo politico e alle sue declinazioni tecnologiche contemporanee cui si tenta di dare dei punti di riferimento interpretativi. Una trilogia che però non si era solo concentrata a indagare il rapporto bidirezionale tra politica e tecnica o tecnicismi normativi ed economici. In Le potenze del capitalismo politico (La Nave di Teseo 2020), per delimitare il perimetro di azione del fenomeno e darne una definizione, Aresu aveva indagato a fondo il pensiero di uno dei più influenti pensatori dell’epoca moderna, l’economista scozzese Adam Smith. Per avere gli strumenti necessari per comprendere cosa è davvero in discussione nella competizione tra Stati Uniti e Cina era stato necessario fare un apparente passo “di lato”, e indietro fino al Settecento. Con la sua ultima pubblicazione Aresu si concentra su Pechino, sulle sue percezioni e su aspetti importanti della sua classe dirigente politica ed economica, passata e presente (che passa anche, per esempio, dalla lettura del giuramento aziendale di Huawei).
E quindi, dove guardare per capire se “la Cina ha vinto”? A uno dei più influenti intellettuali della Cina contemporanea, a Wang Huning appunto. E nel farlo si sviluppa innanzitutto nel lettore la consapevolezza che, anche se il dibattito in merito al cambio degli equilibri di potere in seno al sistema internazionale sia florido di fonti, dati e occasioni di dibattito, questo manchi di sforzi reali per andare oltre la conoscenza superficiale che si ha delle posizioni interne agli altri “blocchi”. Tra l’altro, è questo quello che proprio Wang Huning ha fatto per tutta la sua vita: nel 1985 è il più giovane professore all’Università Fudan di Shanghai, si specializza nello studio della politica comparata, del pensiero politico, delle relazioni internazionali. E, soprattutto, si impegna nello studio e nella traduzione di classici del dibattito politologico occidentale: Jean Bodin, Robert Dahl e Raymond Aron. Nel 1995 viene chiamato da Jiang Zemin (segretario generale del PCC dal 1989 al 2002) e, da quel momento, metterà al servizio del Partito le capacità sviluppate nell’accademia, fino a divenirne uno dei decisori di vertice.
La Cina ha vinto di Aresu procede la sua narrazione seguendo i ragionamenti (e le nuotate) di Huning nelle sue due vite, i suoi commenti e le sue impressioni (vere, o verosimili, suffragate da fonti) su quanto è accaduto e accade sul sentiero che dalle montagne della resistenza maoista, fino alle zone economiche speciali di Deng Xiaoping, ha condotto la Cina fuori dal “secolo dell’umiliazione”, fino a nuovi affacci su un mondo meno occidentale e più alla portata delle nuove ambizioni cinesi. La competizione di cui il mondo è testimone è anche culturale, in senso profondo, e per questo il libro segue la narrazione di un intellettuale che finora ha servito tre Segretari generali del PCC (Jiang Zemin, Hu Jintao, Xi Jinping), e per cui ogni cosa, tutto, è politico, ed è la politica a comandare. Huning scrisse il saggio America contro America anche alla luce del suo viaggio di sei mesi negli Stati Uniti, iniziato nell’estate del 1988 e conclusosi con l’insediamento alla Casa Bianca di George H. W. Bush. È, questo, un periodo cruciale prima del crollo sovietico e in coincidenza con i fatti di Tiananmen, in cui si manifesta l’ammirazione per le capacità imprenditoriali e tecnologiche a cui il giovane studioso cinese assiste, rappresentate in modo simbolico anche dal Museo della Scienza e dell’Industria di Chicago. Individua però come anelli deboli di questi processi di crescita economica le profonde disuguaglianze e i grandi numeri della povertà, anche nelle zone più dinamiche e ricche. Erano queste contraddizioni a essere il vero e più temibile nemico dell’America. Un saggio che ha preceduto di trent’anni l’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 e l’inizio di una nuova fase di esposizione mondiale delle guerre culturali e delle divisioni interne agli Stati Uniti. Certo, nota Huning, anche nel socialismo con caratteristiche cinesi vi sono contraddizioni, ma i media economici internazionali si susseguono nei decenni annunciando imminenti crolli dell’economia cinese di lì a poco… che puntualmente non avvengono. Ma un conto sono i segni di debolezze reali (i rumori di fondo), un conto le debolezze estreme, che conducono al collasso.
Se la competizione è anche sul campo della formazione, della capacità di formare nuovi talenti e di orientarli, la Cina sta segnando risultati importanti. Già nel 1992, scrive Aresu, «inizia a emergere il concetto di valorizzazione della diaspora dei talenti. […] La Cina lancia una serie di “programmi per i talenti”, sia a livello centrale sia locale. È un processo in cui Jiang Zemin gioca un ruolo di primo piano […] Nel suo discorso al XV Congresso del Partito nel 1997, il leader incoraggia i cittadini cinesi all’estero a tornare in patria, anche solo per brevi visite. Prende forma quella che David Zweig ha chiamato la “guerra per i talenti cinesi” tra Washington e Pechino». Sempre nel 1992, Deng Xiaoping nel suo tour meridionale esortava «la Cina a imparare dal mondo, “soprattutto da Singapore”, la storia di successo che più l’ha impressionato nel 1978». Ad oggi, la metà o più dei ricercatori pubblici o privati in intelligenza artificiale sono cinesi; questa stima indica il peso della “produzione” di talento tecnico-scientifico, l’importanza di poter indirizzare queste risorse verso quelli che si reputano essere interessi prioritari, e soprattutto la capacità di attrarre i talenti.
E dunque, la democrazia è il sistema più efficiente? La libertà funziona? Per ora, si osserva, i tentativi di democratizzare la Cina dall’esterno hanno fallito, la sua entrata nella World Trade Organization nel 2001 non ha sortito gli effetti emulativi sperati, l’avvicinamento diplomatico iniziato da Nixon e Kissinger oramai mezzo secolo fa, come ha detto nel 2020 il Segretario di Stato della prima amministrazione Trump Mike Pompeo, ha alla lunga indebolito gli Stati Uniti. Nel gennaio 2024, in un discorso al Council for Foreign Relations, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan tiene la stessa posizione. Mentre numerosi osservatori occidentali si concentrano su singoli dettagli di debolezza della Cina, essa secondo osservatori come il diplomatico di Singapore Kishore Mahbubani potrebbe aver già vinto: non in termini militari o di egemonia politica, ma in termini di benessere, influenza internazionale, affermazione di un modello e, come hanno aggiunto altri, in termini di capacità di plasmare le regole del gioco economico a livello internazionale (protezionismi, politica industriale, intervento statale).
A inizio 2025, poi, ecco un altro “Sputnik moment” di shock tecnologico per gli Stati Uniti: l’intelligenza artificiale DeepSeek di un giovane team cinese, sostenuto dall’imprenditore Liang Wenfeng, supera ChatGPT sull’App Store in termini di download. Aresu illustra anche quali sono le attuali controparti di un mondo cinese in fermento, le figure dominanti nell’odierno dibattito statunitense, immaginando lo scherno che ne può venire da un personaggio come Wang Huning: alla corte del Presidente Trump, accanto, o davanti, ai variopinti membri dell’esecutivo ci sono grandi imprenditori digitali, alcuni con palesi ambizioni intellettuali, come Peter Thiel, che in virtù di studi e letture teologiche e filosofiche si diletta in citazioni sull’Apocalisse, ma che un imprenditore influente rimane, e come tale deve essere studiato.
Il testo di Aresu si colloca nella cornice della più ampia e internazionale discussione sul “secolo asiatico”, le cui dimostrazioni a sostegno si manifestano nella oramai conclamata centralità manifatturiera dell’Asia orientale – e del Sud-Est asiatico – nelle filiere del valore tecnologiche fondamentali per l’era digitale ma, come ha ricordato Aresu, anche nel peso dei talenti, del capitale umano di formazione tecnica. E questa ascesa si misura anche nel numero dei brevetti dei ricercatori cinesi, ormai nei primi posti delle classifiche anche per quanto riguarda l’intelligenza artificiale generativa.
Il lettore troverà in questo agile saggio anche una lista dei “personaggi” che ne popolano le pagine per aiutare a orientarsi tra i politici – e soprattutto i ricercatori, da anni protagonisti dei libri di Aresu –, e anche un’utile cronologia dei fatti che l’autore indica per avere una mappa di riferimento. In Il dominio del XXI secolo (Feltrinelli 2022) e nel recente Geopolitica dell’intelligenza artificiale (Feltrinelli 2024) Aresu aveva dedicato lunghe pagine alla biografia profonda, alla formazione e al pensiero degli uomini e delle donne che con le loro intuizioni imprenditoriali e le loro ricerche scientifiche sono stati effettivamente in grado di plasmare il mondo (tecnologico, ma non solo) in cui numerose competizioni di potere si stanno tenendo. In questo libro si osserva il peso anche di queste dinamiche in un’equazione più ampia e generale, che include la capacità di un sistema di governo di rigenerare la propria base di legittimità e di sostentamento nel corso di grandi cambiamenti. Non è da questo punto di vista “solo” un libro sulla Cina, ma un libro sul potere: «I politici dell’Iowa gli hanno chiesto una volta del ruolo di Gorbacev e delle sue riforme. […] Andrà a finire male o malissimo: il professore ne è convinto. Le riforme di Gorbacev sono il preludio alla distruzione del valore supremo del sistema politico: l’ordine. […] Il vero partito, il Partito Comunista Cinese, non deve mai dimenticarlo, secondo il professore» (p. 13). Un ultimo elemento di riflessione: ad avere scritto per primi la citazione secondo cui “la Cina ha vinto” sono poi proprio intellettuali americani, su Foreign Affairs, non cinesi, non europei e neanche italiani.
[1] Composta da: Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (Nave di Teseo 2020); Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologica (Feltrinelli 2022); Geopolitica dell’intelligenza artificiale (Feltrinelli 2024).