Bannon alla Casa Bianca
- 30 Marzo 2020

Bannon alla Casa Bianca

Scritto da Alessandro Maffei

9 minuti di lettura

Quello che pubblichiamo di seguito è il terzo di una serie di articoli dedicati a Steve Bannon, alla sua vita e alla sue idee politiche. Si tratta di una figura che ha giocato un ruolo rilevante nell’ascesa della cosiddetta alt-right statunitense e in seguito come consigliere di Donald Trump, e che tuttora si propone come organizzatore e come ideologo delle nuove formazioni di destra a livello internazionale. La sua controversa figura resta tuttavia relativamente poco conosciuta, malgrado le implicazioni delle sue attività anche nel nostro Paese. Dopo il primo contributo dedicato alla biografia di Bannon e il secondo all’analisi del legame con il “finanziere nero” Robert Mercer, questo terzo contributo ripercorre i duecento giorni di Bannon come Capo stratega della Casa Bianca.


La 45ª presidenza degli Stati Uniti d’America, presieduta da Donald Trump, ha attirato fin dal primo momento un particolare interesse negli osservatori politici, nei giornalisti e nei nell’opinione pubblica. La squadra del Presidente è sempre stata abbastanza disorganica. Michael Fury sostiene che la particolarità dei vari soggetti, molto eterogenei tra loro ma tutti con poca esperienza politica, era determinata dalla convinzione di tutti (Trump e familiari compresi) che la vittoria sarebbe andata a Hillary Clinton e che il vero obiettivo fosse quello di minimizzare la sconfitta[1]. La spregiudicatezza con cui era stata gestita la campagna elettorale[2] e i soggetti che erano stati coinvolti[3] fa pensare che la ricostruzione di Wolf sia veritiera. Non solo: era unanimemente accettato il fatto che una sconfitta di misura avrebbe costituito un successo per tutti. La figlia di Trump, Ivanka, e suo marito, Jared, avrebbero potuto lanciare la loro carriera politica. Uomini di partito, come Reince Priebus, avrebbero fatto un balzo in avanti nella loro carriera burocratica all’interno del Partito Repubblicano. Trump avrebbe ottenuto fama e pubblicità gratuita per anni. Solo un uomo non si sarebbe accontentato di una sconfitta. E solo un uomo, vista la sua tendenza a interpretare la vita in maniera vagamente mistica, era convinto che alla fine Trump avrebbe vinto: Steve Bannon.

Di quella composita e multiforme squadra insediatisi alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017, Steve Bannon era sicuramente una delle figure più “bizzarre”. Con i suoi 63 anni era inoltre uno dei più anziani consiglieri a ritrovarsi per la prima volta in un ruolo di una tale importanza. Bannon, anche grazie a questo suo ruolo di Cassandra, ottenne molto potere dopo elezioni. In poche settimane passò dall’essere un trascurato uomo di mezza età, con problemi di alcol e tre matrimoni falliti, ad essere uno degli uomini più potenti del pianeta. La sua forza era accresciuta dall’essere uno dei pochi individui nello staff presidenziale ad avere una visione politica solida. Bannon aveva un progetto per gli Stati Uniti: trasformarli in un paese sovranista e populista, e lavorava per realizzarlo. A contrapporsi a lui, tuttavia, vi erano una serie di ostacoli sia politici che personali.

Progressivamente, alla Casa Bianca, vennero a formarsi tre fazioni diverse. La prima era quella dell’establishment repubblicano, che propugnava i valori dell’individualismo, della difesa del libero mercato e di una morale cristiana. Il maggiore rappresentante di questa corrente, dentro il gruppo presidenziale, si sarebbe rivelato essere Reince Priebus, capo dello staff della Casa Bianca. Il principale obiettivo di questa corrente era quello di “normalizzare” la presidenza Trump, limitandone i toni eccessivamente aggressivi e anti-establishment, portando avanti una politica meno protezionista in economia e riaffermando valori morali cristiani. La prospettiva di questo gruppo era partitica: il Partito Repubblicano era qualcosa di più grande di Donald Trump e non ci si poteva permettere, in nome di un bizzarro presidente con tendenze populiste, di minare le prestazioni elettorali del GOP per le due o tre tornate successive.

La seconda era quella dei liberal democratici. A rappresentarla vi era Jared Kushner, che apparteneva a una famiglia dell’alta borghesia di New York democratica e liberale ed era il marito della figlia prediletta del presidente, Ivanka. Ivanka e Jared, diventati una sorta di “contro-coppia presidenziale” (per certi versi molto più efficaci della male assortita coppia presidenziale ufficiale) erano l’idealtipo dei “democratici da salotto”. Milionario e globalista, Kushner aveva frequentato Harvard (come tipico degli esponenti della sua sfera sociale) e aveva successivamente sposato Ivanka. A seguito della decisione di Trump di candidarsi, Jared era diventato un repubblicano, convinto di poter trasformare Trump da brutale tycoon perennemente fuori luogo negli ambienti dell’alta società a gentiluomo dell’establishment del paese. Sia lui che Ivanka[4] avevano una prospettiva di lungo termine: volevano diventare la vera coppia presidenziale e vedevano la presidenza di Trump come un trampolino di lancio. Avrebbero voluto trasformare la presidenza del tycoon in una “presidenza illuminata”, in linea con i valori repubblicani, ma che si mostrasse anche progressista e moderna. In ultima analisi però, come il repentino avvicinamento di Kushner al GOP aveva mostrato, gli obiettivi politici erano decisamente subordinati al fine personalistico.

La terza era quella del populismo repubblicano, guidata da Steve Bannon. Quest’ultimo rappresentava il lato più oscuro di Trump, desideroso di scontrarsi in una guerra totale con gli alfieri dell’internazionalismo. Bannon propugnava una politica estera realista e aggressiva. Voleva difendere il libero mercato dentro lo spazio economico nazionale, eliminando dal perimetro tutti gli avversari economici e geopolitici. D’altra parte, voleva mostrare anche vicinanza alle classi lavoratrici, promuovendo un innalzamento dei salari minimi e maggiori tutele per i lavoratori bianchi, attuando così una politica del lavoro discriminatoria verso le minoranze. Il movimento, sorto dentro il Tea Party aveva un principale obiettivo politico: trasformare Trump in un presidente alla Andrew Jackson, in grado di distruggere il globalismo, l’interventismo umanitario e lo Stato federale “invasore”.

Ognuno dei tre gruppi vedeva gli altri due come Mefistofele: per Bannon, i suoi avversari rappresentavano egualmente una élite egoista e cinica. Per Priebus, la corrente liberal-democratica costituiva una preoccupante deviazione in favore del Partito Democratico che avrebbe legittimato le posizioni più liberal sui temi religiosi (come l’aborto). La corrente dei populisti costituiva invece una minaccia alla linea del Partito Repubblicano. Infine, vi erano Ivanka e Jared Kushner, i quali contendevano il ruolo di leadership al “vecchio establishment” repubblicano, desiderosi di rinnovarlo. Erano terrorizzati dalla corrente estremista di Bannon, la quale, con la sua costante delegittimazione verso l’establishment, avrebbe distrutto la loro futura carriera.

In mezzo a tutto questo vi era il Presidente. Donald Trump, un uomo impulsivo e volubile, avrebbe voluto essere tutte e tre le cose contemporaneamente: il rispettabile e affidabile uomo del partito repubblicano, l’affascinante e carismatico newyorkese ben accettato dall’alta società e il populista radicale a guida del popolo. La prima fase della sua presidenza, conclusasi con la cacciata di Bannon, vide la convivenza di queste tre fazioni. Ognuna di esse percepiva la presidenza Trump, e indirettamente Trump stesso, come una tabula rasa, un vaso vuoto da riempire a proprio piacimento. L’inesperienza e la volubilità del presidente rendevano assai legittima questa visione.

Steve Bannon, dalla sua parte, poté godere di un’iniziale superiorità politica. Le sue prime operazioni riguardarono il discorso di insediamento[5] e il Muslim Ban[6]. Il primo, scritto quasi interamente da Bannon stesso, aveva l’obiettivo di rappresentare la politica di Trump in tutta la sua forza. Se i discorsi di insediamento sono solitamente formali e pacificatori, il discorso di Trump avrebbe rotto ogni tradizione. Non avrebbe riconciliato, ma diviso. Non avrebbe riunito tutti gli americani, in nome della fratellanza e della pace per il paese, ma dichiarato guerra ai media e all’establishment, affermando che “si stava finalmente restituendo il potere da Washington DC al popolo americano”[7]. Lo stesso valeva per il Muslim Ban, emanato da Trump (su pressione di Bannon[8]) tramite decreto, il quale vietava l’ingresso negli USA ai cittadini di 7 paesi a maggioranza musulmana al fine di “proteggere l’America da un nuovo 11 settembre e da terroristi islamici radicali”[9]. Il nome scelto e le modalità, tramite decreto esecutivo, non furono casuali. L’obiettivo era esattamente quello di rompere con la vecchia tradizione, scavando un fossato tra i media, l’establishment e la nuova presidenza. L’utilizzo di decreti era volto a presentare Trump come un autocrate, avverso al dialogo con un mondo, quello dell’alta società “snob”, strutturalmente ostile. Trump, agli occhi di Bannon, non sarebbe mai stato accettato dalle famiglie “perbene” di New York e dall’élite moderata del paese, e sarebbe dunque stato più saggio andare allo scontro diretto con loro piuttosto che sprecare energie per provare inutilmente a convincerli.

Questa linea politica veniva però mitigata da Jared e Ivanka. Kushner, diventato allievo di Kissinger e di Blair, provò a organizzare un incontro con il presidente messicano Peña Nieto, al fine di smussare i toni della campagna elettorale e di lanciare il “nuovo” Trump. L’incontro venne rovinato il giorno prima del suo svolgimento da un tweet di Trump (probabilmente su pressione di Bannon) in cui si rilanciavano le accuse contro il Messico e si chiedeva al paese centro-americano di pagare la costruzione del muro.

La contromossa dell’establishment repubblicano a tutte queste operazioni venne da Paul Ryan, il quale, da acerrimo nemico di Trump ed emblema dei burocrati di partito, riuscì con uno spettacolare cambio di fronte a entrare nelle grazie del Presidente e a farsi affidare la gestione della questione sanitaria per la Casa Bianca.

Con il passare delle settimane, tuttavia, le posizioni dell’establishment repubblicano e di Bannon iniziarono ad avvicinarsi, accomunate dall’avversione verso il liberalismo di Jared Kushner e Ivanka Trump. Si arrivò così a una sorta di “guerra fredda” interna, con due fronti contrapposti. Bannon, con una mossa a sorpresa, riuscì a far ritirare gli USA dagli accordi sul clima, cosa che fece infuriare i progressisti sensibili alla questione ambientale e ottenne l’approvazione della base populista del partito (con tendenze negazioniste sulle questioni climatiche)[10]. La sfida si trasferì poi sul campo della politica estera, in cui, all’interventismo liberale di Kushner, Bannon contrappose un radicale realismo. Bannon era convinto che i decenni successivi sarebbero stati caratterizzati da una nuova guerra fredda tra USA e Cina e non bisognava dunque affaticarsi in superflue guerre ideologiche. Kushner, d’altra parte, aveva un ambizioso piano per realizzare la pace in Medio Oriente e avrebbe voluto un governo che abbracciasse il proprio ruolo di guida del mondo libero.  La differenza tra i due gruppi era radicale. Sul dossier Afghanistan, per esempio, l’asse liberale proponeva un aumento delle truppe americane per evitare che la zona finisse in mano ai talebani. Bannon, al contrario, avrebbe voluto richiamare tutte le truppe da quell’operazione, ritenuta suicida, e avrebbe voluto, se mai vi fosse stata l’occasione, delegare le operazioni al gruppo di contractor privati di Blackwater (oggi Academi)[11]. Le alleanze dei due fronti erano variegate e spesso sorprendenti. Netanyahu, per esempio, quando si recò in visita negli USA chiese di poter incontrare Bannon e lo innalzò a difensore massimo di Israele (nonostante questi avesse simpatie per l’estrema destra tedesca e avesse espresso stima per Mussolini e per Leni Riefenstahl) mentre ignorò Kushner, ebreo ortodosso osservante.

L’ascesa o meno delle due fazioni, tuttavia, sarebbe dipesa anche da aspetti emotivi e personali. Nella Casa Bianca di Trump, un individuo poteva alternare fasi in cui veniva ritenuto il migliore amico del presidente ad altre in cui diventava il capro espiatorio di tutti i mali. In uno dei periodi in cui lo stigma ricadeva su Bannon (ritenuto, probabilmente a ragione, colpevole di voler occultare l’immagine del presidente[12]), Jared e Ivanka riuscirono ad assicurarsi uno staff che lavorasse completamente per loro: la direzione del neonato Ufficio per l’Innovazione Americana fu affidata a Kushner, mentre il ruolo di consigliera politica del presidente e la creazione di un fondo alla Banca Mondiale per l’aiuto all’imprenditoria femminile nei paesi in via di sviluppo furono affidati ad Ivanka. Anche grazie al totale disinteresse di Melania Trump, Ivanka si trasformò così, poco a poco, nella vera First Lady della Casa Bianca. Questo fu uno dei momenti in cui Bannon arrivò più vicino al licenziamento, e probabilmente lo evitò solo in virtù dell’intervento della famiglia Mercer[13].

La fine della sua esperienza, invece, sarebbe arrivata alcune settimane dopo. Bannon, così come la coppia Kushner-Ivanka, era da tempo diventato un informatore di varie testate giornalistiche, entrambe le fazioni provavano infatti a usare strumentalmente i propri contatti con l’informazione per indebolire la controparte. Bannon, tuttavia, mostratosi incapace di limitare le proprie esternazioni, rilasciò una sciagurata e inspiegabile intervista telefonica al giornalista liberal Kuttner in cui affermò, tra le altre cose, che “stava cambiando le persone nello staff che si occupavano di difesa mettendo dei falchi al loro posto” (come se fosse lui il Presidente), che “i suprematisti bianchi [una parte dell’elettorato di Trump] erano dei clown, dei perdenti che dovremo schiacciare” e che “la minaccia del Presidente Trump di scatenare fuoco e furia sulla Corea del Nord non era vera”[14]. Quell’intervista in cui di fatto delegittimava il Presidente, insieme alle prime indiscrezioni sul libro Fire and Fury, vennero considerate la goccia che fece traboccare il vaso. Pochi giorni dopo venne rimosso dal suo incarico. Bannon aveva sempre avvisato Donald Trump che la sua presidenza avrebbe avuto circa 100 giorni di libertà prima di essere intrappolata dalla burocrazia, dalle ostruzioni di partito e dai media. Ma fu la sua esperienza alla Casa Bianca ad essere limitata a soli 212 giorni. Bannon, secondo Wolff, avrebbe mantenuto i contatti con i ricchi finanziatori di Trump e sarebbe stato un sicuro candidato della destra americana alle presidenziali[15]. La famiglia Mercer, in realtà, abbandonò immediatamente Bannon e impose allo stratega virginiano di lasciare anche Breitbart News. In attesa di momenti migliori, alla ricerca di nuovi finanziamenti e con la speranza di “internazionalizzare la propria rivoluzione” Bannon abbandonò gli USA alla volta dell’Europa, dove avrebbe approfondito i rapporti con la destra sovranista continentale. Trump non era l’unico “Principe” in circolazione alla ricerca di un consigliere. Questo Bannon lo sapeva bene e lo avrebbe imparato ancora meglio nel corso della sua esperienza in Europa.


[1] https://www.newsweek.com/

[2] Incontri con rappresentanti di paesi stranieri come la Russia svoltisi quasi alla luce del sole.

[3] Uno fra tutti, Paul Manafort, capo della campagna elettorale, formalmente agente straniero vicino al presidente ucraino Yanukovich nonché ex collaboratore del dittatore filippino Marcos, dell’autocrate congolese Mobutu e del capo guerrigliero angolano Savimbi, oggi in prigione.

[4] La quale aveva sempre avuto piena coscienza dei limiti del padre ed era molto più abile di lui nel destreggiarsi nei salotti newyorkesi.

[5] http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/

[6] https://edition.cnn.com/2017/01/28/politics/

[7] https://www.ilfattoquotidiano.it/

[8] https://www.latimes.com/politics/

[9] https://www.washingtonpost.com/gdpr-consent/

[10] L’altro risultato di quell’operazione fu lanciare un messaggio implicito di sostegno a tutti gli stakeholders che si opponevano alle riforme ambientali, come le multinazionali petrolifere.

[11] https://www.thezeppelin.org/blackwater/

[12] Pare che nei corridoi della Casa Bianca divenne sempre più comune sentire la velenosa espressione “Presidente Bannon”.

[13] https://www.pandorarivista.it/articoli/steve-bannon-e-robert-mercer/

[14] https://prospect.org/power/steve-bannon-unrepentant/

[15] Conclusioni, Fuoco e Furia, di Michael Wolff, Rizzoli, Milano 2018.

Scritto da
Alessandro Maffei

Nato nel 1997 a Novara, si è trasferito a Bologna dove studia scienze politiche, sociali e internazionali. È appassionato di politica estera, filosofia politica e storia. Ha preso parte alla campagna elettorale del 2016 negli Stati Uniti.

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