“Borbonia felix” di Renata De Lorenzo
- 28 Agosto 2017

“Borbonia felix” di Renata De Lorenzo

Scritto da Fabio Milazzo

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Borbonia felix e l’equivoco del primato

La tesi di fondo è che prima dell’Unità il Sud Italia borbonico fosse una realtà ricca, con infrastrutture e un assetto economico e tecnologico all’avanguardia. Da questa premessa deriva una tesi: «al momento dell’Unità non vi sarebbero state grandi differenze tra Nord e Sud […] Il divario sarebbe derivato da scelte industrialiste di sviluppo che favorirono una parte del paese a danno dall’altra» (p. 16). Il sostegno storiografico più forte a queste affermazioni lo hanno offerto Paolo Malanima e Vittorio Daniele[3] che, sulla base dei loro studi, hanno affermato:

«[…] non esisteva, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite. […] Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo […] i divari regionali, assai modesti nell’immediato periodo post-unitario, aumentano nettamente per quasi un secolo riducendosi solo nei due decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale»[4].

I due storici ritengono che prima dell’Unità le differenze all’interno delle singole macro-aree (Nord e Sud) fossero più marcate di quelle tra le due realtà. Solo intorno agli anni Novanta dell’Ottocento, in coincidenza con lo sviluppo del triangolo industriale a Nord (Genova-Torino-Milano), quest’ultimo avrebbe conosciuto un progressivo arricchimento che avrebbe sanzionato il distacco dal Sud Italia. Emanuele Felice, in Perché il Sud è rimasto indietro[5], ha contestato le stime di Daniele e Malanima sostenendo che i calcoli non sono il risultato di «una stima puntuale, basata su dati reali di quel tempo»[6]. Ciò determinerebbe una sopravvalutazione del reddito pro capite al Sud che inquinerebbe tutto il discorso, di fatto falsandolo. Sempre secondo Felice il divario sarebbe invece del 20-25% a favore del Nord ma, come rilevato anche da Daniele e Malanima, con sostanziali differenze all’interno di ciascuna area. Il punto sollevato però da Felice, ripreso anche da De Lorenzo (pp.15-18), è che il presunto reddito non è l’indicatore più adatto per cogliere il livello di ricchezza di un’area, piuttosto bisogna considerare l’insieme dei settori primario, secondario e terziario, il livello delle infrastrutture, la modernizzazione della legislazione, la capacità di chi detiene il potere politico di stringere accordi e di inserirsi nelle più ampie dinamiche geopolitiche internazionali.

Se durante il XIX secolo il Piemonte elabora la propria personale via verso la Monarchia Costituzionale, anche attraverso gli accordi successivi alla partecipazione alla campagna di Crimea (pp.102-103), il Regno dei Borboni si chiude, evitando ogni riforma in campo amministrativo e finanziario e isolandosi sempre più dal contesto europeo, soprattutto nei confronti di Francia e Inghilterra. Mentre il Piemonte modernizza il commercio, l’agricoltura e le infrastrutture, con queste ultime pensate in funzione delle prime due, nel Regno delle Due Sicilie, alcuni timidi tentativi innovativi, come la celebre Napoli-Portici, aperta il 3 Ottobre 1839, non sono inseriti in un’ottica progettuale, volta a favorire lo sviluppo economico, e risultano sterili esperimenti riflesso di una moda internazionale fine a se stessa. Si spiegano così non soltanto i ritardi con cui vennero condotti i successivi lavori di ampliamento della linea ferroviaria – ancora nel 1860 si lavorava sulla Nocera-Salerno – ma anche la scelta di «coprire una zona, quella della ricca provincia di Salerno, già ben fornita di infrastrutture e mezzi di trasporto tradizionali, rispetto alle altre parti del regno» (p.17).

Diversamente, l’esistenza di un orizzonte politico economico chiaro avrebbe preteso l’iniziale potenziamento delle zone più penalizzate dal punto di vista delle infrastrutture. Primati, dunque, da sbandierare – ieri come oggi – ma slegati da qualunque visione politica di medio-termine, come del resto mostra la totale assenza di ferrovie in Sicilia, ancora nel 1861. Come afferma De Lorenzo, «di qui l’equivoco del primato, che è tale solo se diventa volano per instaurare una normalità continua e produttiva, aliena da eccessi in alto e in basso: è quest’ultima la vera cartina di tornasole di un progresso diffuso e costante» (p. 17).

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Scritto da
Fabio Milazzo

Siciliano, nato nel 1979. Ricercatore e docente di storia e filosofia nei licei. È Phd candidate in Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell'Università di Messina. È membro della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (Sissco), dell'Istituto di Studi Storici Salvemini di Messina, dell'Istituto di Studi avanzati in psicoanalisi (ISAP), dell'Associazione amici di "Passato e presente" (APEP). Scrive per riviste cartacee e giornali online e oltre a diversi articoli di storia, filosofia e psicoanalisi è autore di: "Senso e godimento. La follisofia di Jacques Lacan" [Galaad ed.]. Collabora con l'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo e svolge attività di ricerca presso il Centro Studi in Psichiatra e Scienze umane della Provincia di Cuneo.

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