Recensione a: Gilles Vergnon, Cambiare la vita? Storia del socialismo europeo dal 1875 a oggi, traduzione di Anna Delfina Arcostanzo, Einaudi, Torino 2025, pp. VIII – 440, 28 euro (scheda libro)
Scritto da Lorenzo Cattani
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Karl Polanyi usava il termine “doppio movimento” per definire il processo con cui la società si protegge dall’espansione delle logiche di mercato, che portano a mercificare cose che non possono essere trattate come merci (il lavoro umano, la terra, il denaro). Quando il mercato del lavoro trasforma le persone in merce da comprare e vendere al prezzo più basso, o la speculazione fondiaria trasforma i territori, la vita sociale viene minacciata e i legami all’interno di una comunità rischiano di disgregarsi. Tutto ciò genera una reazione da parte della società, tramite un movimento con cui cerca di proteggersi: nascono quindi leggi per limitare l’orario di lavoro, sindacati per difendere i salari, leggi agrarie per proteggere le risorse naturali e la vita rurale[1].
Il movimento di autodifesa della società si è manifestato in molte forme nel corso della storia. Ma è difficile parlarne senza considerare il socialismo, uno dei tentativi più organici e duraturi di contenimento dell’espansione delle logiche di mercato nelle società capitaliste. Comprendere quali furono i suoi temi fondativi, quali contraddizioni dovette affrontare e come si organizzò per gestirle significa dotarsi di coordinate preziose per ripensare il doppio movimento anche nel presente. Il libro di Gilles Vergnon, Cambiare la vita? Storia del socialismo europeo dal 1875 a oggi (Einaudi 2025), fa esattamente questo: traccia centocinquant’anni di storia socialista analizzando come quei temi fondativi e quelle contraddizioni si siano sviluppati e articolati nei diversi Paesi del continente.
Questa recensione non seguirà l’ordine cronologico o geografico del libro, ma presenterà i temi principali sintetizzandoli lungo tre assi strutturanti: riforma-rivoluzione, socialismo-democrazia, internazionalismo-Stato-nazione. Sono tre dimensioni che attraversano tutta la storia del socialismo europeo e che rimangono problematiche ancora oggi.
Rivoluzione o riforma? L’evoluzione di un dilemma identitario
La contrapposizione fra rivoluzione e riforma rimanda direttamente a quale sia la definizione di socialismo e di movimento socialista. Si tratta di un movimento “correttivo” del capitalismo, che quindi vuole limitarlo e contenerlo senza metterne in discussione aspetti fondamentali come ad esempio la proprietà privata, o si tratta invece di un movimento di rottura radicale?
Questa è probabilmente una delle dispute più importanti che si è prodotta all’interno del socialismo europeo. Da un lato abbiamo quindi un “programma massimo”, che promette la collettivizzazione dei mezzi di produzione, la fine del capitalismo, e la costruzione della società socialista. Dall’altro lato vi è invece un “programma minimo”, che non ha un obiettivo ambizioso come quello della costruzione di una società socialista ma piuttosto quello di avanzare rivendicazioni che migliorino la vita di lavoratrici e lavoratori all’interno del sistema capitalista. La giornata di otto ore lavorative, il suffragio universale, i diritti sindacali e le prime forme di legislazione sociale figurano prominentemente all’interno di questo gruppo di rivendicazioni.
È importante sottolineare che questa non è doppiezza, ma la traduzione organizzativa di una tensione filosofica profonda: tra l’ideale del futuro e la necessità del presente, tra promessa rivoluzionaria e urgenza delle riforme. Per quanto possa sembrare controintuitivo, vedremo che il socialismo fatica a sopravvivere se al suo interno non convivono entrambe queste anime.
Nel corso della storia si è sviluppato quindi un dibattito corposo su come il socialismo debba posizionarsi fra il polo rivoluzionario e quello riformista. Un primo momento importante è rappresentato dal dibattito Bernstein-Kautsky, che attraversa il movimento socialista tra il 1896 e il 1905. Eduard Bernstein propone un “revisionismo” teorico basato sull’osservazione empirica: il capitalismo non collassa come previsto da Marx, anzi si stabilizza. La polarizzazione prevista dal filosofo tedesco che avrebbe portato ad un dualismo fra borghesia e proletariato non si avvera, dal momento che le classi medie si espandono. Infine, le condizioni dei lavoratori migliorano gradualmente grazie alle riforme. La sua celebre formula “il movimento è tutto, il fine è nulla” implica l’abbandono dell’obiettivo rivoluzionario in favore di una trasformazione graduale dentro le istituzioni democratiche. Karl Kautsky, più vicino all’ortodossia marxista, difende la necessità di mantenere l’orizzonte rivoluzionario: le riforme quotidiane sono necessarie, ma non sufficienti, poiché servirà comunque un “salto” qualitativo, una rottura rivoluzionaria con il sistema capitalista.
Il paradosso è che la SPD (Sozialdemokratische Partei Deutschlands) tedesca, il partito più forte dell’Internazionale, condanna formalmente Bernstein nei congressi ma nella pratica quotidiana ne applica la linea. È un partito di massa che funziona come una “società nella società”, una contro-cultura operaia che prepara la transizione al socialismo facendolo vivere già, in forme embrionali, dentro il capitalismo.
Il difficile rapporto fra “rivoluzionismo” e “riformismo” è oggetto del tentativo di sintesi operato da Jean Jaurès, che Vergnon definisce come “sintesi impossibile”. Per Jaurès le riforme preparano la rivoluzione, la costruiscono mattone su mattone. Non si tratta di abbandonare l’orizzonte rivoluzionario, ma di intenderlo come esito naturale di un processo riformista conseguente. Il problema, però, resta irrisolto. Quando fare la rivoluzione e, soprattutto, quali mezzi usare (soprattutto in riferimento all’uso della violenza) se la borghesia resiste, rimangono interrogativi senza risposta nella visione jaurèsiana.
Il già delicato equilibrio fra rivoluzione e riforma si complica ulteriormente nel momento in cui i partiti socialisti europei cominciano a fare esperienza di governo in concomitanza con lo scoppio della Grande Guerra, che mette sotto enorme pressione il posizionamento del socialismo fra questi due poli. I socialisti scoprono che governare significa scegliere, spesso in senso contrario alle promesse rivoluzionarie. Tuttavia, i casi nazionali in cui il socialismo fa esperienza di governo in questo periodo suggeriscono una rilevante eterogeneità nel modo in cui i partiti si sono mossi lungo questo asse.
Nella Repubblica di Weimar, la SPD sceglie di ergersi a difesa della repubblica parlamentare contro il progetto spartachista di una repubblica dei consigli operai ispirata al modello sovietico[2], anche a costo di reprimere una corrente radicale del movimento stesso. Friedrich Ebert (Presidente della Repubblica e leader della SPD) e Gustav Noske (Ministro della Guerra ed esponente di spicco della SPD) ordinano la repressione dell’insurrezione spartachista del gennaio 1919, in cui verranno assassinati Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.
In Austria, il rapporto fra rivoluzione e riforma si configura diversamente, con la scelta del socialismo di perseguire un riformismo radicale, di cui la cosiddetta “Vienna rossa” è emblema. Dal 1919 al 1934 la socialdemocrazia mette in piedi un welfare municipale straordinario. Vengono costruiti 60.000 alloggi sociali raggruppati nei famosi Höfe, complessi abitativi dotati di strutture comunitarie come asili, scuole, lavanderie, negozi cooperativi e spazi verdi, a cui si aggiungono un sistema di assistenza sanitaria, piscine pubbliche e la promozione dello sport. L’esperimento finisce però nel febbraio 1934 con la repressione ad opera del regime “austrofascista” del cancelliere Engelbert Dollfuss, in cui il sistema di welfare municipale viene smantellato.
In Svezia si produce un’altra configurazione, con un socialismo riformista che si inserisce a pieno titolo come correttivo interno al capitalismo, senza la repressione violenta di alcuna delle sue anime. Alla base di questo equilibro vi è l’ideologia del “folkhem”[3], elaborata dal SAP (Sveriges Socialdemokratiska Arbetareparti) di Per Albin Hansson, una società dove le differenze di classe vengono appianate attraverso l’uguaglianza economica e la partecipazione dei lavoratori all’amministrazione dell’economia.
Nella crisi del 1932 questa visione si concretizza attraverso un’alleanza con il Partito Agrario, costruita su un programma che includeva, fra le altre cose, il controllo dei prezzi agricoli e il sostegno ai consumi interni. L’altra pietra angolare del modello svedese è la Convenzione di Saltsjöbaden del 1938, dove l’accordo tra sindacato (LO) e datori di lavoro inaugura un sistema di relazioni industriali basato sul compromesso istituzionalizzato tra capitale e lavoro. Questo modello garantirà al SAP la guida del Paese ininterrottamente fino al 1976.
Gli anni del dopoguerra vedono l’affermarsi un doppio compromesso tra capitale e lavoro e tra Stato e mercato che diventa il segno distintivo delle società dell’Europa occidentale. Tale compromesso si fonda su alcuni cardini: 1) L’accettazione del capitalismo come sistema economico di base, con mantenimento della proprietà privata dei mezzi di produzione e del mercato come meccanismo di allocazione delle risorse. Paradigmatico è il caso del programma di Bad Godesberg (1959) della SPD, dove viene formalmente abbandonato il marxismo. 2) Una regolazione forte attraverso nazionalizzazioni di settori strategici (con variazioni nazionali significative), pianificazione indicativa o concertazione neocorporativa, controllo dei movimenti di capitale. 3) Un massiccio sistema di redistribuzione tramite lo Stato sociale (tramite l’adozione di quello che Vergnon chiama il “mix Keynes-Beveridge”). L’architrave di questo sistema è sicuramente rappresentato dalle riforme che fanno nascere il Servizio Sanitario Nazionale in Regno Unito e nei Paesi del Sud Europa, e da quelle che istituzionalizzano le indennità di disoccupazione gestite da sistemi di previdenza sociale. 4) L’obiettivo della piena occupazione. 5) La contrattazione collettiva istituzionalizzata, con il neocorporativismo austriaco e svedese e la cogestione tedesca come casi paradigmatici di questo sistema.
In questi anni si può dire che il programma massimo sia stato abbandonato nei fatti, con i partiti socialisti che hanno però realizzato intere sezioni del programma minimo di Erfurt del 1891 e incorporato nel tessuto stesso della società quei “pezzi di rivoluzione” di cui parlava Jaurès, che avrebbero dovuto aprire la strada alla vera collettivizzazione dei mezzi di produzione. L’esito di questo compromesso è la forte riduzione delle disuguaglianze, anche per il verificarsi di condizioni strutturali difficilmente replicabili in futuro, come: la crescita economica sostenuta che rende possibili profitti elevati e welfare generoso; il sistema di Bretton Woods che limita la circolazione dei capitali; l’esistenza del blocco sovietico come alternativa a quello capitalista occidentale, costretto così a mostrarsi aperto a istanze di riforma per mantenere la sua legittimità rispetto al proprio “competitor”.
Ma è davvero socialismo? Lo storico Tony Judt, citato da Vergnon, sostiene che i Welfare State di quegli anni non sono creati per essere i prodromi di una rivoluzione egualitaria, ma per impedire un “ritorno al passato”, la crisi degli anni Trenta che aveva portato alla nascita dei fascismi e alla guerra. Il Welfare State del 1944-46 sarebbe quindi “più sociale che socialista”: le nazionalizzazioni non sono state veri espropri, e ovunque le imprese nazionalizzate hanno goduto di una certa autonomia. La domanda cruciale che attraversa gli anni Sessanta e Settanta è posta esplicitamente da Bruno Kreisky nel 1979: “Cosa fare dopo lo Stato sociale?”. I socialisti, si chiede il cancelliere austriaco, dovrebbero limitarsi al ruolo di attenti custodi del Welfare State, di difensori di un “capitalismo socializzato” congelato per l’eternità?
Negli anni Novanta, in un momento dove i socialisti si trovano contemporaneamente al governo di più Paesi europei, questa tensione si configura in un modo completamente diverso. Non si tratta più di rimandare l’orizzonte rivoluzionario, ma di abbandonarlo definitivamente. Blair è esplicito nell’abolire nel 1995 la clausola IV dello statuto del partito laburista del 1918, eliminando l’obiettivo della “proprietà comune dei mezzi di produzione” e sostituendolo con riferimenti generici al “bene comune” e alla solidarietà.
Teorizzata soprattutto da Anthony Giddens e dallo stesso Blair, la “terza via” si fonda su: accettazione piena del “mercato globale” come dato irreversibile; sostituzione dell’uguaglianza con “l’uguaglianza di opportunità”, dove lo Stato non protegge più “dalla culla alla tomba” ma equipaggia gli individui per “farsi strada”; “from welfare to work”, non più assistenza ma attivazione al lavoro; diritti e opportunità controbilanciati dall’obbligo di adempiere ai doveri.
Come riassume Giddens, non si tratta più di combattere i “cinque giganti del male” individuati da William Beveridge (miseria, malattia, ignoranza, squallore, inattività), ma di garantire che “ciascuno possa essere autonomo”. In Germania, queste idee troveranno applicazione nella “Agenda 2010” promossa dal governo Schröder, che facilita il lavoro temporaneo, l’espansione dei mini-job a bassa retribuzione, l’innalzamento dell’età pensionabile e la riduzione della durata dei sussidi di disoccupazione.
Socialismo e Democrazia: le coordinate di un rapporto conflittuale e necessario
Il rapporto con la democrazia è una delle linee di frattura più profonde che hanno attraversato il socialismo europeo. Non si tratta solo di una scelta tattica su come conquistare il potere, ma di una domanda esistenziale che ha diviso il movimento in modo irreversibile: la democrazia rappresentativa è uno strumento transitorio da usare e poi superare, oppure è un valore costitutivo del progetto socialista stesso? Vergnon mostra come questa tensione, irrisolta alle origini, sia diventata nel corso del Novecento l’elemento identitario che distingue il socialismo dal comunismo, e come oggi si ripresenti in forme nuove e problematiche.
Fin dalle origini, i partiti socialisti rivendicavano l’espansione della democrazia, ritenuta precondizione necessaria alla costruzione di una società socialista, per questo motivo il suffragio universale fu una delle principali lotte condotte dal socialismo nel XIX secolo, con il fine di portare dentro l’elettorato attivo segmenti di società fino a quel momento esclusi, che rappresentavano però la base dei partiti socialisti. Ma su un punto cruciale restava una profonda incertezza: cosa sarebbe accaduto dopo la rivoluzione? La democrazia parlamentare pluralista sarebbe stata preservata o superata da forme “superiori” di organizzazione politica?
Kautsky sosteneva la possibilità di una “rivoluzione legale”, in cui i socialisti avrebbero conquistato la maggioranza parlamentare attraverso il suffragio universale, per poi procedere alla collettivizzazione dei mezzi di produzione all’interno delle regole del sistema democratico. Bernstein vedeva invece nella democrazia un valore intrinseco alla realizzazione di una società socialista, che avrebbe dovuto costituirsi dentro le istituzioni democratiche. Rosa Luxemburg criticava la “democrazia borghese” come meramente formale e rivendicava una “democrazia proletaria” sostanziale, ma rimaneva vaga su cosa questo significasse: consigli operai che sostituiscono il parlamento o che lo affiancano?
Questa ambiguità strategica era funzionale. I socialisti volevano apparire come difensori della democrazia contro l’autoritarismo monarchico, ma senza escludere che la rivoluzione richiedesse forme politiche diverse dal parlamentarismo borghese. Mantenere aperte entrambe le possibilità sembrava prudente, ma la Rivoluzione Russa costrinse i socialisti europei a prendere una posizione netta. I bolscevichi diedero una risposta netta: la “democrazia borghese” era una finzione, e i soviet rappresentavano una forma superiore di organizzazione politica.
Il Congresso di Tours del dicembre 1920, dove la maggioranza della Sezione Francese dell’Internazionale Operaia (SFIO) aderì alla Terza Internazionale comunista, fu un momento cruciale. In questa occasione Léon Blum[4] articolò la posizione definitoria del socialismo europeo. Blum criticò duramente le 21 condizioni imposte da Mosca per l’adesione all’Internazionale Comunista. Per lui il partito comunista sarebbe stato autoritario e militarizzato, non più una libera federazione di militanti, la rivoluzione sarebbe diventata una presa del potere con la forza invece di una trasformazione del regime produttivo preparata attraverso l’educazione, e la dittatura del proletariato si sarebbe trasformata da fase temporanea in sistema stabile di governo. Per Blum il metodo corretto per arrivare alla trasformazione socialista sarebbe passato e dalla costruzione di un consenso maggioritario e dall’educazione popolare, processi il cui compimento avrebbe potuto svilupparsi solo all’interno della democrazia rappresentativa. Solo così la rivoluzione sarebbe stata autentica e duratura.
Se il congresso di Tours segna il posizionamento teorico del socialismo europeo rispetto alla democrazia rappresentativa, la repressione del movimento spartachista del 1919 stabilisce un posizionamento nella pratica politica da parte di partiti socialisti, che si ergono a difensori della democrazia rappresentativa nel momento in cui entrano nella “sala macchine”, partecipando al governo del Paese e all’amministrazione del territorio. L’esperienza degli anni Trenta, con l’ascesa dei fascismi europei culminata con lo scoppio del secondo conflitto mondiale, rafforza ulteriormente l’idea che la democrazia non sia semplicemente un mezzo, ma bensì condizione necessaria alla costruzione di una società socialista. Quest’idea troverà piena cittadinanza negli anni del compromesso socialdemocratico del dopoguerra, in cui lo Stato sociale verrà costruito dentro la cornice della democrazia rappresentativa.
Negli anni Novanta il rapporto tra socialismo e democrazia rappresentativa si modifica ulteriormente. Alla fine del decennio i socialisti si trovano contemporaneamente al governo in Francia, Germania, Regno Unito, Svezia e Italia. Dalle posizioni di governo, queste leadership lanciano politiche che rivelano un crescente scollamento dalle loro basi. I referendum di ratifica del Trattato di Maastricht rendono visibile questa frattura. In Danimarca nel 1992 vota No circa il 66% dell’elettorato abituale dei socialdemocratici[5].
Un’importante trasformazione riguarda il passaggio dal modello del “partito del popolo” a quello del “partito dell’individuo”, con profonde conseguenze sui processi di deliberazione interna. Da partiti che rappresentavano blocchi sociali attraverso processi deliberativi collettivi, i partiti socialisti diventano organizzazioni che aggregano individui atomizzati attraverso processi decisionali più diretti e disintermediati. Il New Labour rappresenta uno degli esempi più emblematici di questo cambiamento, con una riduzione sostanziale del peso del movimento sindacale e l’aumento di quello dei singoli iscritti. Questa riforma sostituisce processi deliberativi collettivi, mediati da sindacati e strutture territoriali che rappresentavano blocchi sociali organizzati, con consultazioni individuali (voto per corrispondenza, elezione diretta dei leader). Questo rappresenta uno spostamento da un modello storico di partecipazione che porta il New Labour a cambiare profondamente la composizione socioeconomica della sua base di iscritti, nel 2008 gli operai rappresentano solo il 13,3% dei militanti, contro il 59,4% composto da liberi professionisti e intellettuali (il 35,2%) e quadri (il 24,2%). Nella SPD gli operai passano dal 26% nel 1990 al 12% del 2006, nonostante il loro peso nella società fosse circa del 30% nello stesso anno.
I nuovi iscritti provengono in misura maggiore dalle “nuove classi medie” composte da lavoratori ad alta qualifica, impiegati nel settore dei servizi, cresciute numericamente con la de-industrializzazione e la globalizzazione, favorevoli a politiche di liberalizzazione e innovazione tecnologica[6]. Questi nuovi iscritti tendenzialmente non partecipano in modo regolare ai momenti di deliberazione collettiva del partito, come le assemblee di sezione, i congressi locali o le riunioni di discussione politica. La leadership può così aggirare le mediazioni sindacali, comunicando direttamente con una massa di iscritti atomizzati provenienti dalle classi medie. In questo nuovo sistema, i luoghi di discussione collettiva vengono così “svuotati” da un processo di disintermediazione.
Internazionalismo e Stato-nazione: dove indirizzare la solidarietà?
L’internazionalismo costituisce sin dalle origini uno dei valori fondanti del movimento socialista europeo, ed è una caratteristica chiave delle idee rivoluzionarie che accompagnano la nascita del socialismo nel XIX secolo. L’idea di fondo era che la classe operaia non avesse patria, che gli interessi dei lavoratori fossero gli stessi in tutti i Paesi, e che la lotta per l’emancipazione sociale dovesse essere condotta su scala internazionale contro un capitalismo che già allora mostrava tendenze transnazionali. Questa visione si scontra tuttavia con la contraddizione fondamentale, per cui i partiti socialisti sono organizzazioni che operano su un territorio nazionale e che aspirano a entrare nel governo di un territorio nazionale. Il primo momento di tensione è, come noto, rappresentato dallo scoppio del primo conflitto mondiale, che coincide con l’ingresso dei partiti socialisti nel governo dei rispettivi Paesi[7]. L’ideale internazionalista cede di fronte alla realtà dello Stato-nazione in guerra, rivelando una contraddizione più generale per il socialismo, cioè come mantenere rapporti di solidarietà fra partiti socialisti quando gli interessi dei rispettivi Paesi sono contrapposti o comunque non allineati.
Se la fine della Seconda Guerra Mondiale aveva generato un equilibrio in cui i socialisti potevano concentrarsi sulla costruzione di sistemi di welfare nazionali, limitando però i movimenti di capitale, questa tensione si riconfigura negli anni Novanta con l’accelerazione dell’integrazione europea e della globalizzazione economica. Da un lato, le leadership socialiste europee abbracciano l’europeismo, ritenendo possibile, come sostenne a suo tempo Oskar Lafontaine[8], superare lo Stato-nazione come base per la politica futura. Tuttavia, questa visione è messa in crisi da due fenomeni. Il primo è che la linea espressa dalle leadership socialista è in contrasto con quella delle rispettive basi elettorali[9], suggerendo che per le classi popolari lo Stato-nazione rimane lo spazio primario dove investire sulla protezione sociale. Il secondo è che la globalizzazione, unita alle liberalizzazioni degli scambi previste nel processo di integrazione europea, mettono in crisi lo Stato-nazione come spazio di governo dell’economia. In questo contesto, esacerbato dallo scoppio della crisi del 2008, i partiti socialisti non sono riusciti a costruire un vero “spazio sociale” europeo comparabile ai Welfare State nazionali, il cui impianto è fortemente messo in discussione per via tanto di elementi esterni, come i vincoli di bilancio; quanto interni, legati alla riconfigurazione ideologica dei principali partiti di governo (fra cui anche quelli socialisti) su come organizzare la protezione sociale nei rispettivi Paesi.
Conclusioni: abbiamo ancora bisogno del socialismo?
Il socialismo europeo è stato uno dei tentativi più organici di organizzare il movimento di autodifesa della società a fronte dell’espansione delle logiche di mercato. Tuttavia, la ricostruzione di Gilles Vergnon mostra che organizzare il doppio movimento significa confrontarsi con tensioni profonde: tra riforma e rivoluzione, tra democrazia come strumento e democrazia come valore, tra solidarietà internazionale e difesa dello Stato-nazione. Queste sono le più rilevanti tra le contraddizioni che hanno attraversato il movimento socialista, ma non sono le uniche.
Oggi il socialismo è in crisi. Il suo declino elettorale diffuso, la perdita del rapporto organico con le classi popolari, il profondo cambiamento dell’ecosistema in cui è nato, a partire dal capitalismo fordista, rendono naturale domandarsi se abbiamo ancora bisogno del socialismo per organizzare il doppio movimento. Forse la risposta è che il socialismo non deve più cercare di andare oltre le sue contraddizioni, ma abbraciarle come elementi costitutivi del suo sistema di pensiero e azione. Dovrebbe quindi essere un movimento che tiene insieme un orizzonte ideale indefinito, il cui obiettivo è sempre la costruzione di una non definita società socialista, con una pratica politica quotidiana concreta pensata alla soluzione dei problemi del presente. In quanto tale, difende la democrazia e l’adotta come precondizione essenziale, pensando al collettivo ma senza annullare la persona.
È uno sforzo enorme, ma è fondamentale ripensare la partecipazione in un sistema de-industrializzato non solo sulla base dell’appartenenza di classe, ma anche sulla base di istanze trasversali ad essa, identità di genere ed etnorazziale[10], questioni ambientali, diritti delle minoranze, dentro un’offerta politica coerente che non perda di vista l’emancipazione collettiva. Se il socialismo è in grado di accettare le proprie contraddizioni, senza forzare necessariamente il raggiungimento di una loro soluzione, allora avrà ancora qualcosa di molto importante da dire per organizzare il doppio movimento nel XXI secolo.
[1] Karl Polanyi, The Great Transformation. The Political and Economic Origins of Our Time, Beacon Pr, Boston MA 1944.
[2] L’idea era quella di promuovere i consigli operai come forma di democrazia diretta, formati da lavoratori, soldati e contadini nei luoghi di lavoro e nelle caserme. Gli spartachisti preferivano questo modello a quello di un’assemblea costituente eletta a suffragio universale (che avrebbe dato vita a una repubblica parlamentare “borghese”).
[3] “La casa del popolo”.
[4] Esponente della minoranza che scelse di rimanere nella SFIO, non entrando nella Terza Internazionale comunista.
[5] In Francia e Svezia il referendum produce anche delle divisioni interne che porteranno alla fuoriuscita di membri di spicco dei rispettivi governi.
[6] Stefano Ronchi, Joan Miró, The middle-class base of European integration? New class divides and attitudes towards market integration in ten EU countries, «European Politics and Society», vol. 26, fasc. 1, 2025, pp. 59-77; Jane Gingrich e Silja Häusermann, The decline of the working-class vote, the reconfiguration of the welfare support coalition and consequences for the welfare state, «Journal of European Social Policy», vol. 25, fasc. 1, 2015, pp. 50-75; Daniel Oesch, Redrawing the class map: stratification and institutions in Britain, Germany, Sweden and Switzerland, Palgrave Macmillan, 2006.
[7] Un processo che vede i partiti socialisti partecipare al governo con singoli ministri o, in alcuni casi, arrivare ad esprimere la maggioranza attorno a cui costruire esecutivi guidati da socialisti.
[8] All’epoca membro di spicco della SPD, di cui è stato anche segretario nazionale, da cui fuoriuscì successivamente per fondare Die Linke.
[9] I referendum su Maastricht del 1992-94 rivelano un certo scetticismo da parte dell’elettorato socialista in molti Paesi, fra cui Svezia, Danimarca, e Norvegia.
[10] Loïc Wacquant, Farewell to «race and racism»: On the analytic primacy of ethnicity, «Ethnicities», vol. 25, fasc. 3, giugno 2025, pp. 506-517.