“Cambiare rotta. Più giustizia sociale per il rilancio dell’Italia” di Fabrizio Barca
- 06 Febbraio 2020

“Cambiare rotta. Più giustizia sociale per il rilancio dell’Italia” di Fabrizio Barca

Recensione a: Fabrizio Barca e Forum Disuguaglianze e diversità, Cambiare rotta. Più giustizia sociale per il rilancio dell’Italia, Editori Laterza, Roma-Bari 2019,  pp. 84, (il volume è scaricabile gratuitamente a questo link). Con contributi di Sabina De Luca, Massimo Florio, Elena Granaglia, Vincenzo Manco, Anna Lisa Mandorino, Andrea Morniroli, Andrea Roventini.

Scritto da Maria Chiara Turchi

6 minuti di lettura

Fabrizio Barca, già Ministro della coesione territoriale, è stato coordinatore e tra i principali promotori del Forum Disuguaglianze Diversità, una realtà che si propone di disegnare politiche pubbliche e azioni collettive che riducano le disuguaglianze, aumentino la giustizia sociale e favoriscano il pieno sviluppo della persona.

A questo link una nostra intervista a Fabrizio Barca che approfondisce alcune delle questioni che stanno sullo sfondo della ricerca e dell’attività del Forum.


«Siamo qui, provenienti da storie e luoghi diversi, perché questa volta ci ha convinto il vostro metodo. Ricercare un ponte con competenze ed esperienze che in questi anni hanno continuato a pensare che esista un’alternativa, un’altra storia. Vi siete posti in ascolto – come lo siamo noi, gli uni con gli altri – perché avvertite la contraddizione fra un potenziale di idee e pratiche che potrebbero dare vita all’alternativa e l’assoluta incapacità di tradurre queste idee e pratiche in un cambiamento di sistema. Col risultato che la storia sta scappando via, verso un dirupo».

Con questa premessa si apre Cambiare rotta. Più giustizia sociale per il rilancio dell’Italia, la recente pubblicazione, edita da Laterza, che presenta in un agile pamphlet le riflessioni, già in parte anticipate nel rapporto 15 Proposte per la Giustizia Sociale, scaturite dal lavoro del Forum Disuguaglianze e Diversità, coordinamento composto da otto organizzazioni della società civile (ActionAid, Caritas Italiana, Cittadinanzattiva, Dedalus Cooperativa Sociale, Fondazione Basso, Fondazione Comunità di Messina, Legambiente, Uisp) e singoli ricercatori e accademici.

Gratuitamente scaricabile online, il libro raccoglie in primo luogo l’intervento tenuto da Fabrizio Barca nella sessione plenaria introduttiva del seminario “Tutta un’altra storia. Gli anni 20 del 2000”, organizzato dal Partito Democratico a Bologna dal 15 al 17 novembre 2019 per ascoltare e confrontarsi con le analisi, le esperienze e le proposte delle organizzazioni di cittadinanza, a cui si aggiungono sette capitoli di approfondimento condotti da altri esponenti del Forum su alcuni temi specifici: la pubblica amministrazione, le imprese pubbliche ad alta intensità di conoscenza, l’istruzione, il terzo settore, la sanità, la povertà educativa, le politiche economiche per una crescita inclusiva e sostenibile.

Al lettore si presenta così un’utile traccia, sintetica ma strutturata, del tentativo di contrastare con una visione ampia e con strumenti concreti l’imperativo categorico del “There is no alternative”, grazie al quale l’impianto socioeconomico di stampo neoliberale, tendente ad una progressiva e inarrestabile disuguaglianza, si è imposto nel senso comune quale unica possibile forma di convivenza. Il fine dichiarato è quindi quello di contribuire al dibattito sulle misure politiche necessarie a procedere verso una maggiore giustizia sociale, specialmente in un Paese, quale è l’Italia, che presenta uno degli indici di Gini più alti all’interno del panorama europeo e in cui l’ascensore sociale è ormai bloccato da più di trent’anni.

A livello di inquadramento teorico, il Forum adotta come declinazione di “giustizia sociale” quella contenuta nell’art. 3 della Costituzione italiana, ossia l’obiettivo del “pieno sviluppo della persona umana” a cui deve tendere l’intera Repubblica, includendo in ciò “la partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale”, e altresì specificata da Amartya Sen nel concetto di “libertà sostanziale”, ossia la capacità di ciascuno di fare le cose alle quali assegna valore in modo tale da non compromettere la possibilità delle future generazioni ad avere la stessa o più libertà.

Per quanto il tema delle disuguaglianze abbia iniziato negli ultimi anni a preoccupare anche la cultura egemone, inclusi partiti e istituzioni finanziarie tradizionalmente estranee a tali linee di pensiero, Barca rileva che le risposte fino ad ora proposte mancano di una sincera volontà di lettura strutturale del fenomeno e quindi di cambiamento profondo. Prova ne è il concentrarsi su proposte redistributive, laddove occorrerebbe intervenire primariamente sul come si crea oggi la ricchezza. A tal proposito, rifacendosi ad Anthony Atkinson, secondo cui “le disuguaglianze sono una scelta”, viene messo sotto accusa l’insufficiente e intempestivo intervento della parte pubblica nel governare i processi di globalizzazione e di trasformazione digitale che, se adeguatamente regolati, avrebbero potuto generare benefici equi e diffusi.

In particolare, secondo l’analisi proposta, la nuova ridefinizione degli equilibri tra lavoro e capitale si è prodotta a causa di una serie di scelte prettamente politiche: la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, il rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale (e quindi il peso del capitale immateriale) a discapito del libero accesso alla conoscenza e, infine, il progressivo indebolimento dei sindacati, incapaci di organizzarsi intorno ai nuovi soggetti deboli del mercato del lavoro precario e globale. A ciò si è aggiunta la contraddittorietà tra un crescente decentramento della governance pubblica, in sé coerente con il principio di sussidiarietà, e la standardizzazione di obiettivi e performance che non tengono conto delle specificità di aree interne e rurali, che finiscono così sempre più ai margini.

Secondo tale linea di pensiero, risulta scorretto individuare nella frammentazione della società, indotta da globalizzazione e nuove tecnologie, la causa della progressiva perdita di capacità di rappresentanza dei partiti; sembra piuttosto che tale atomizzazione sia il risultato del diffondersi di quel senso comune secondo cui la propria condizione non dipende anche da processi generali ma unicamente dalla propria responsabilità individuale. I partiti socialdemocratici hanno abbandonato la tensione alla rappresentanza allineandosi piuttosto al credo liberale della responsabilità, del “there is no alternative”, perdendo progressivamente l’aspirazione a una militanza di massa. Quella forza propulsiva trova oggi spesso espressione nelle organizzazioni di “cittadinanza attiva”, nei confronti delle quali vi è frequentemente un atteggiamento non teso a valorizzarne pienamente la spinta innovativa. Si è spesso visto in esse, piuttosto, uno strumento per esternalizzare servizi di welfare con condizioni di lavoro peggiorative e ricattatorie.

Tale declino sarebbe stato aggravato da tre fattori specifici del panorama italiano: l’arcaicità amministrativa dell’apparato statale, l’insufficienza dei servizi di cura – che tuttora gravano prepotentemente sulle famiglie e segnatamente sulle donne – e un tessuto di piccole e medie imprese che solo in piccola parte è riuscito ad innovare rimanendo competitivo a livello europeo.

Da questa diagnosi nascono le azioni pubbliche e collettive proposte dal Forum, che ruotano intorno alla riproposizione della giustizia sociale – comprensiva della giustizia ambientale – come fondamento per lo sviluppo e il rilancio del Paese. Il primo nodo è rappresentato dalla disuguaglianza di ricchezza privata e sono tre in particolare i processi di formazione della ricchezza su cui si propone di intervenire: il cambiamento tecnologico, il rapporto di potere tra lavoro e capitale e la transizione generazionale.

Con riferimento al cambiamento tecnologico, l’obiettivo individuato è quello di ridurre la concentrazione della conoscenza e del potere decisionale. Oggetto anche di un capitolo dedicato, a cura di Massimo Florio, il contrasto all’appropriazione da parte degli attori privati del capitale di conoscenza creato dalle grandi reti di ricerca pubbliche viene concretizzato nella proposta di creare, a livello europeo, imprese pubbliche ad alta intensità di conoscenza come strumento di uguaglianza sociale, a partire dal campo delle scienze della vita, delle tecnologie digitali e delle scienze ambientali. Si sottolinea inoltre la necessità di intervenire sull’uso dei big data in un’ottica di giustizia sociale: prendendo esempio dalle piattaforme collettive di gestione dei servizi pubblici avanzate in alcune città europee o rendendo gratuitamente accessibili le grandi banche dati pubbliche, strappandole al controllo di soggetti privati. Si potrebbe inoltre incentivare, a livello universitario, la valorizzazione della ricerca in aree marginalizzate e orientarne lo sviluppo tramite vere strategie di area costruite con processi partecipativi, abbandonando la prassi dei bandi di progetto e mettendo in discussione, quando necessario, le strutture di potere locali. A ciò dovrebbe accompagnarsi un rinnovamento profondo dell’amministrazione pubblica, a partire dalle procedure di reclutamento, passando per una definizione più chiara e meno burocratica delle missioni strategiche degli enti e delle modalità di valutazione dei risultati.

In secondo luogo, come anticipato, ci si sofferma sulla necessità di ridare dignità al lavoro e in particolare di ridurre lo sbilanciamento di potere rispetto a chi oggi controlla il capitale materiale e immateriale, a partire da tre misure concrete: validità erga omnes dei contratti firmati da organizzazioni rappresentative di categoria; salario minimo legale; rafforzamento e unificazione dei poteri ispettivi in materia di lavoro. Si propone inoltre di la creazione per ogni impresa medio-grande o distretto produttivo di un Consiglio del Lavoro e della Cittadinanza, in cui rendere effettiva, in misura più o meno cogente a seconda dei temi trattati, la partecipazione dei lavoratori all’indirizzo strategico dell’impresa, soprattutto con riguardo alla tutela dei diritti del lavoro, della salute e della qualità ambientale.

Infine, il terzo fascio di proposte è rivolto a garantire maggiore equità di trattamento alle nuove generazioni, concentrandosi sul contrasto alla povertà educativa (oggetto, al pari dell’istruzione, di uno specifico capitolo di approfondimento) e sulla sempre più evidente disuguaglianza di opportunità dovuta al peso della famiglia d’origine quale fattore determinante delle prospettive e possibilità di crescita del singolo. Se infatti rimane importante investire in istruzione e formazione, occorre tener presente che anche un buon sistema scolastico non basta a riequilibrare le condizioni di partenza quando la precarietà economica impedisce di fatto l’accesso a studi di alto livello – per l’impossibilità di rinunciare a una fonte di guadagno immediatamente dopo la fine dell’obbligo scolastico – o semplicemente azzera quel margine di contrattazione che permette ad altri, più fortunati, di cercare posizioni adeguate al grado di competenza maturato. A questa riflessione si aggancia anche la proposta di istituire una forma di trasferimento universale e non condizionato di 15mila euro a ogni giovane che compia la maggiore età, da finanziarsi con una riforma dell’imposta sull’eredità e sulle donazioni ricevute che sia fortemente progressiva, al contrario di quella attualmente applicata, attuando così una forma di protezione e investimento sul futuro.

Altre analisi e proposte specifiche di cambiamento sono contenute, come premesso, nei capitoli di approfondimento dedicati a singoli temi. Come risulta evidente anche dalla breve sintesi qui condotta, la densità di proposte apre interrogativi e ampi spazi di dibattito; per ognuna di esse si potrebbe aprire una discussione per misurarne fattibilità, interazioni, adeguatezza rispetto all’obiettivo, orizzonti a lungo termine, che non è stato possibile scandagliare in questa sede. Alcune idee, inoltre, risulteranno non del tutto nuove agli occhi del lettore che abbia un po’ di familiarità con il dibattito in corso a livello internazionale sugli effetti dell’aumento delle disuguaglianze e i possibili strumenti di contrasto. Ma il merito di questa pubblicazione – e più in generale del lavoro del Forum Disuguaglianze e Diversità – è proprio quello di fornire una piattaforma organica di proposte per la giustizia sociale aperte alla discussione, a sinistra, con uno sguardo rivolto alle specificità del sistema italiano, che abbiano il coraggio di adottare un approccio radicalmente alternativo allo stato dell’arte, dopo che per lungo tempo era mancata la capacità anche solo di immaginare che un’alternativa potesse esistere.

Scritto da
Maria Chiara Turchi

Classe '93, ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e la licenza magistrale del Collegio Superiore all'Università di Bologna. Fa parte di diverse associazioni che si occupano di inclusione scolastica, accesso alla giustizia e contrasto alle mafie. Si interessa di filosofia della pena e delle istituzioni penitenziarie.

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