“La città dell’acciaio. Due secoli di storia operaia” di Alessandro Portelli

Portelli

Recensione a: Alessandro Portelli, La città dell’acciaio. Due secoli di storia operaia, Roma 2016, 452 pp., 32 euro (scheda libro).


Il mito della fabbrica appare come messo sotto la sabbia per le difficoltà del mondo moderno di comprendere le sfide poste dal mondo operaio, troppo complesse per essere risolte. Nelle stesse realtà operaie si fa strada l’idea della fabbrica come pesante fardello del secolo scorso che inquina le risorse naturali e rallenta il progresso del settore terziario a fronte di scarsi benefici per l’occupazione. Si tende a dimenticare sia il ruolo storico di laboratorio per l’acquisizione dei diritti della classe lavoratrice che quello ancora attuale di rilevante bacino occupazionale.

L’opera di Alessandro Portelli ha grande valore perché ci ricorda cosa ha rappresentato per la società ternana vivere a contatto con una delle più grandi acciaierie italiane. Portelli, professore di letteratura angloamericana all’Università La Sapienza di Roma, ha raccolto quarant’anni di interviste con oltre 200 testimonianze degli abitanti della città, lavoratori e tanti personaggi direttamente o indirettamente partecipi alla vita della comunità. Le interviste sono rafforzate dalla ricerca effettuata negli archivi dei quotidiani, in particolare «Il Messaggero», il quale ha una sezione dedicata alla cronaca cittadina, e «L’Unità», un tempo attento alla questione operaia.

La passione di Portelli crea un’opera monumentale, lunga e complessa perché il professore cede la parola ai suoi intervistati che si esprimono in dialetto ternano e fanno saltare le connessioni logiche. Agli occhi dell’Autore, la scelta di trascrivere le interviste è necessaria per fornire fonti più autentiche possibili. Il metodo scelto ci conduce in un viaggio nel tempo e nello spazio sia fisico che mentale, dato che le interviste sono spesso soggette ad un forte grado di interpretazione.

Ad esempio, le testimonianze dell’operaio, contadino, calzolaio, barista, partigiano e poeta Dante Bartolini sono spesso più poetiche che realistiche, anche se riescono a svelare alcuni episodi controversi, come l’uccisione di alcuni gerarchi fascisti barricati in una casa di Poggio Bustone, nella campagna reatina. Altre testimonianze non ne chiariscono le dinamiche e concordano solo sul fatto che i fascisti aprirono il fuoco e furono falcidiati dalla rapida reazione partigiana. La versione romanzata di Bartolini, il quale afferma che “…[i gerarchi] dovevano morire insieme agli altri”, lascia intendere che i suoi compagni hanno trovato difficoltà ad ammettere che i gerarchi furono fucilati con un esecuzione, malgrado fosse considerata un atto di giustizia.

Ma la testimonianza che ha più affascinato Portelli tanto da indurlo a scrivere il libro è quella di Alfredo Filipponi, primo dirigente del Partito Comunista ternano, intervistato, ormai anziano e malato, nel 1973. I ricordi si mescolano ai desideri di carriera politica frustrati dai contrasti per cui fu allontanato dal Partito a seguito della lotta partigiana. Filipponi non racconta la realtà ma storie mitiche, come un’evasione dal carcere di Civitavecchia insieme ad Antonio Gramsci o un contrasto di visione politica con Palmiro Togliatti, risolto con un voto dei militanti a favore di quest’ultimo.

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Indice dell’articolo

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Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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