Comunità e welfare culturale. Intervista a Roberta Paltrinieri
- 28 Marzo 2022

Comunità e welfare culturale. Intervista a Roberta Paltrinieri

Scritto da Giacomo Bottos

8 minuti di lettura

Le trasformazioni sociali, a partire dalla crescita delle dinamiche individualistiche, invitano ad una nuova riflessione sulle comunità contemporanee e sulle loro caratteristiche. Quali nuovi equilibri si stanno instaurando? Che relazioni esistono tra attori sociali, nuove forme della partecipazione e benessere sociale? Che ruolo può giocare il welfare culturale?

Per provare a delineare questi fenomeni abbiamo intervistato Roberta Paltrinieri, Professoressa ordinaria di sociologia dei processi culturali e comunicativi e responsabile scientifica del DAMSLab – Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, studiosa di innovazione sociale, partecipazione civica e welfare culturale. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: Partecipazione, processi di Immaginazione Civica e sfera pubblica, scritto con Giulia Allegrini ed edito da Franco Angeli.


Quale forma e quali caratteristiche tendono ad assumere le comunità in corrispondenza della crescita di dinamiche individualistiche?

Roberta Paltrinieri: Negli ultimi venti anni il tema dell’individualismo si coniuga, nella sociologia, con una riflessione attorno alla dimensione dell’individualizzazione. Per chiarire il termine individualizzazione, da cui deriva il concetto di società individualizzata, è importante sottolineare innanzitutto che l’individualizzazione è un processo, e un processo che inerisce il rapporto tra individuo e struttura sociale. Questo tema è stato particolarmente caro a Zygmunt Bauman, che lo ha richiamato in più passaggi nella sua definizione di società liquida, e a Ulrich Beck, che ne ha discusso a proposito della società del rischio. La società individualizzata, definizione che non possiamo negare sia di per sé ossimorica, tipica della società della contrapposizione inclusiva, è la società in cui viene meno la cogenza delle cornici normative e dei gruppi di riferimento caratteristici della società moderna descritta per esempio da Talcott Parsons, a causa di processi di deistituzionalizzazione e de-socializzazione. Afferma Bauman, forse in modo fin troppo sbrigativo, che i legami sociali si liquefanno e così la possibilità di trasformare le scelte dei singoli in azioni e progetti collettivi. Al centro di queste riflessioni c’è la contingenza tipica della società postmoderna, la quale muta il senso del progetto politico, che sempre meno si incanala in processi politici collettivi, ma si personalizza. Da una parte, quello dell’individualizzazione appare dunque una sorta di un destino che va accettato passivamente; è una vita impoverita perché perde quella tutela esistenziale che un tempo era garantita dalla politica e dalla religione, nonché dalla appartenenza di classe. Ritengo che quest’ultimo tema, quello delle classi sociali, sia un tema particolarmente controverso perché non solo oggi assistiamo all’aumento delle disuguaglianze sociali, ma al contempo aumentano le paure che le posizioni nella struttura sociale, così tanto difficilmente raggiunte, siano a costante rischio di lacerazione e/o dissoluzione. D’altro canto, come in tutti i processi, esiste l’altro lato della medaglia: l’individualizzazione è infatti occasione di maggiore libertà e autonomia. Scegliere non è più un’opzione, ma un vero e proprio obbligo. Se l’esperienza umana nella società del rischio individualizza le esperienze di crisi indotte da fattori sociali, che vengono vissute come fallimenti personali (ad esempio la perdita del lavoro), non si può dimenticare che individualizzazione vuol anche dire prendere in mano la propria vita, superare le inerzie che erano tipiche dei sistemi di riproduzione dei gruppi, come le classi, i ceti, e così via.

 

Quali equilibri e squilibri si stanno instaurando nel rapporto tra comunità, flussi e luoghi? 

Roberta Paltrinieri: Il primo assunto da cui partire nell’analizzare il rapporto tra comunità, flussi e luoghi è che nella società individualizzata la comunità e il sentimento di appartenenza alla comunità necessitano di continui processi di autoriflessività. Oggi non è più possibile pensare alla comunità in senso classico. Le comunità tradizionalmente intese descrivono forme sociali relativamente chiuse, nelle quali esistono reti sociali caratterizzate da relazioni forti, stabili e durature nel tempo. Sono le comunità che Robert Putnam descriverebbe come dotate di capitale sociale di tipo bonding, vincolate, in cui le relazioni tra gruppi sociali omogenei vincolano le possibilità di ampiamento. Il capitale di tipo bonding è quello descritto per esempio da Edward Banfield nel definire il familismo amorale. Senza generalizzare, le comunità non producono solo familismo amorale, questo tipo di capitale sociale definisce le relazioni che si instaurano, in famiglie, in quartieri, in spazi fisici pertanto molto circoscritti e non scelti dalle singole persone. Oggi tendenzialmente questi tipi di comunità sono in crisi, pur persistendo in qualche contesto. Le comunità contemporanee sono attraversate da flussi, dai landscapes di cui parla il sociologo Arjun Appadurai, e divengono veri e propri spazi fisici e simbolici in continua ridefinizione. Sono per loro natura comunità leggere, aperte e intenzionali. Sono comunità “scelte”, frutto dell’individualizzazione e del rischio di cui parla Beck. Sono le comunità di progetto come le definisce Ezio Manzini, che permettono di superare quella dimensione che è intrinseca alla società contemporanea: lo stare insieme individualmente. In queste comunità, soprattutto all’interno delle aree urbane, si realizza quella che Allegretti definisce “partecipazione creativa”. Le comunità di progetto, quindi individualizzate, superano la dimensione temporale a favore di quella relazionale, spaziale e simbolica. Queste comunità creative connotano i processi di innovazione democratica attraverso pratiche di commoning, cura e condivisione dei beni comuni. Sono tutte quelle pratiche auto-organizzate che popolano le nostre città come le social street, il co-housing, i movimenti per il wi-fi free, i gruppi di acquisto solidale ecc., tutte esperienze importantissime in termini di civic engagement e delega del potere. Non dobbiamo però dimenticare come sullo sfondo di queste buone pratiche ci sia un tema importante di accesso alla partecipazione: partecipano coloro che sono dotati di culture civiche abilitanti, peccato che al contempo esse finiscano per riprodurre differenze di capitale sociale e culturale che preesistono e si rafforzano.

 

In questo quadro quale tipo di relazioni tende a favorire la crescente diffusione dei social media, e, in generale, degli strumenti digitali?

Roberta Paltrinieri: Anche a seguito della pandemia, la digitalizzazione ha impattato su questi processi. È indubbio che la pandemia abbia permesso la possibilità di allargare la partecipazione alla vita della comunità, tramite i social media, per esempio; ha dunque ampliato le possibilità di accesso, tuttavia non dobbiamo dimenticare che siamo di fronte ad una partecipazione ibrida, che trova nella digitalizzazione una spinta ad una maggiore individualizzazione. Sono d’accordo con Michele Sorice quando afferma che siamo di fronte ad una partecipazione disconnessa. Le domande che si pone il sociologo romano sono esattamente queste: queste forme della partecipazione, agevolate dalla “piattaformazione” sociale, prefigurano una società realmente inclusiva nella quale si realizzi una eguaglianza sostanziale? Siamo di fronte ad una partecipazione che consenta di cambiare le priorità d’agenda delle politiche pubbliche e di garantire un reale empowerment della cittadinanza? Condivido con Sorice l’idea che tutte queste esperienze di partecipazione creativa si collochino all’interno di un frame politico che tende al neoliberismo, seppure di buon senso, e che quindi – sia che siano espressione di uno spontaneismo sia che, invece, siano il frutto di un ingaggio per invito a processi deliberativi – talvolta, loro malgrado, finiscano per essere omologate e producano legittimazione del potere delle élite o creino consenso, attraverso una partecipazione “ritualizzata” che tende ad accentrare piuttosto che a delegare realmente potere alle persone o a dare loro capacitazioni.

 

In questo contesto, quali diverse funzioni può assumere la cultura?

Roberta Paltrinieri: Credo che il primo passaggio per definire il ruolo della cultura sia considerala come un vero e proprio ecosistema per la resilienza delle comunità, che sta a monte e non certo a valle dei processi sociali, politici ed economici. La cultura è un’infrastruttura trasversale necessaria per dare vita quei processi di transizione a cui siamo portati a confrontarci in questo momento, per esempio, dal PNRR. L’approccio alla sostenibilità, così come l’innovazione sociale, che sono buone pratiche, devono avere come substrato quello di un ecosistema culturale da cui possono discendere comportamenti e azioni sostenibili e innovative. Ma questo approccio alla cultura deve partire dal riconoscimento del valore sociale della cultura, che è un asset fondamentale per la definizione della qualità della vita, come dimostra il BES (benessere equo e sostenibile), il quale misura il benessere dei territori e mette la partecipazione culturale fra gli indicatori fondamentali. Troppe volte il dibattito sul settore della cultura ha oscillato tra il valore intrinseco che essa ha e il valore strumentale – si veda l’annosa questione sul fatto che essa produca o meno valore economico ed esternalità positive. In realtà, la cultura richiama in campo la dimensione della conoscenza, dell’istruzione, della formazione. È così che la produzione, l’organizzazione, la distribuzione e il consumo della cultura vanno riletti in una chiave che alzi lo sguardo verso i processi di immaginazione sociale, da cui discendono progettazione e programmazione sociale, per disegnare modelli di società realmente coese e inclusive. Come scrive Lucio Argano: «La cultura diviene il motore della città culturale, ovvero di una città in cui si possa realizzare coprogettazione attivando processi di empowerment dei cittadini, energie delle culture dal basso, creando nuove visioni e nuovi paradigmi, nell’ottica di un welfare culturale che spinga le persone, la società civile e le istituzioni stesse a percorsi di responsabilità sociale e a nuove consapevolezze». Al centro di queste riflessioni il tema dell’agency e delle capacitazioni culturali, che sono la base di tutti quei processi di innovazione sociale e culturale – dalla rigenerazione urbana, ai nuovi modelli di governance, ai processi di partecipazione diretta, ai modelli sostenibili di produzione e consumo, alle nuove forme organizzative – nei quali uno sguardo sociologico non può che cogliere la generatività come risposta alla logica dell’individualizzazione, di cui ho parlato prima. L’azione sociale generativa implica un modo di pensare e di agire individuale e collettivo che sia creativo, collaborativo, responsabile, capace di impattare virtuosamente sulle forme della vita, dell’abitare, del produrre, del consumare, dell’organizzare. L’azione generativa è mossa da quello che Beck ha definito come paradigma dell’individualismo altruistico, ovvero il fatto di generare circoli virtuosi collaborativi e responsabili, in cui i singoli raggiungono la soddisfazione personale arricchendo il contesto sociale.

 

Cosa si intende per welfare culturale?

Roberta Paltrinieri: Il welfare culturale è una declinazione del welfare di comunità, espressione della welfare society. Esso promuove pratiche culturali e la loro messa in rete; promuove altresì, seguendo l’idea della “Città culturale” di Lucio Argano, una coprogettazione al cui centro ci sia la produzione di capacità culturali. Non ha una funzione riparativa, ma redistributiva. Non risponde in maniera personalistica al singolo bisogno ma è universalistico, tutti sono potenziali destinatari del welfare culturale. È bene chiarire che i processi di redistribuzione a cui sto pensando riguardano il tema degli scenari e degli immaginari sociali, ossia aumentare le consapevolezze rispetto a quale modello di società si voglia appartenere. Diffuso nei Paesi del Nord Europa, in Canada e soprattutto nel Regno Unito, il welfare culturale comporta un approccio complesso al tema del benessere e della cura. Tale approccio presuppone che si realizzi una relazione sistemica di collaborazione tra professionisti di discipline diverse e soprattutto la propensione ad un metodo collaborativo che chiami in causa i diversi sistemi coinvolti: le politiche sociali, la salute pubblica, le arti e la cultura. Come afferma Elisa Fulco in un recente saggio, contenuto all’interno del volume da me curato Il valore sociale della cultura, il welfare culturale è il terreno di confronto e di scontro tra la cultura e il sociale, che cerca di superare quello iato dato dal fatto che da una parte il sociale, spesso incapace di usare leve estetiche, tende a trasformare le attività partecipative in eventi ricreativi, proponendo dinamiche sostitutive del welfare più tradizionale. D’altra parte, la via artistica, in particolare l’arte contemporanea, tende a concettualizzare in chiave autoreferenziale i contenuti sociali, e nella maggior parte dei casi risulta carente di alleanze territoriali e intersettoriali e priva di esperienza nei processi di valutazione e di misurazione di impatto. Se si accettano i presupposti di questo diverso approccio alla cultura, ciò a cui deve tendere il welfare culturale è, dunque, un processo di crescita della partecipazione culturale, come spinta per attivare, motivare e mobilitare pubblici diversi, riflettendo sui diversi modi di essere di volta in volta audience, osservatori diretti, partecipanti, collaboratori nei processi di co-produzione, o spettatori emancipati. Ed il fine ultimo dell’attivazione della partecipazione culturale, va ribadito, è la promozione di cittadinanza culturale; ovviamente non intendo parlare della dimensione giuridica della cittadinanza, il procedimento di riconoscimento della stessa, ma della cittadinanza culturale come accesso alla conoscenza, al sapere e alla comunicazione, e soprattutto alla responsabilità sociale che ne deriva, nell’ottica della costruzione di immaginari finanche alternativi e delle comunità, come affermato da Giulia Allegrini. La concezione di cittadinanza culturale così intesa risulta quindi dal superamento di una definizione prettamente normativa a favore di una visione che situa i significati dell’appartenenza al contesto cittadino nelle pratiche sociali di condivisione di luoghi, di formazione e scambio di idee, di partecipazione attiva a reti e contesti locali di produzione e consumo culturale e artistico. In altri termini, nel processo partecipativo e dinamico di costruzione performativa del senso di appartenenza attiva alla sfera (culturale) pubblica urbana – un senso incorporato, forgiato e appropriato tramite pratiche sociali e culturali, non prive di potenziali conflitti simbolici, ma che in ultima istanza possono declinarsi in forme di empowerment comunitario e di capitale culturale collettivo.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista». Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto su diverse riviste cartacee e online.

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