Congo, un’inchiesta sul Cobalto
- 29 Agosto 2020

Congo, un’inchiesta sul Cobalto

Scritto da Alberto Prina Cerai

6 minuti di lettura

Un progetto a partire dalle preferenze espresse dai lettori. È questo lo spirito con cui il nascente quotidiano Domani, diretto da Stefano Feltri, si appresta ad affrontare uno dei temi più critici nel contesto della transizione energetica mondiale verso le tecnologie rinnovabili. Si tratta dell’estrazione del cobalto, minerale essenziale per la produzione di batterie al litio delle auto elettriche, che avviene principalmente nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) attraverso lo sfruttamento della popolazione locale. L’iniziativa è stata presentata ieri in diretta sulla pagina Facebook, in collaborazione con la rivista Confronti e con la partecipazione autorevole, insieme agli autori coinvolti, della viceministra agli Affari esteri e alla Cooperazione internazionale Emanuela C. Del Re. 

Un’idea che risponde «ad un fallimento di mercato», ha spiegato Feltri, e che consentirà di soddisfare le esigenze di «una comunità di persone interessata al tema» una volta completata l’inchiesta nel corso del 2021. «Questa è la nostra idea di giornalismo, non più top-down ma un giornalismo per fare incontrare chi ha delle storie da raccontare e chi è interessato ad ascoltarle». Un progetto interessante e che accompagna il lancio del nuovo quotidiano a settembre, a partire da un tema controverso e certamente al centro da anni dell’attenzione internazionale, in particolare in seguito al rapporto presentato da Amnesty International nel gennaio del 2016. 

L’inchiesta, proposta dal giornalista Luca Attanasio per accogliere l’appello lanciato dal quotidiano sulla necessità di coprire maggiormente le tematiche ambientali, è volta a colmare il vuoto che nel dibattito pubblico italiano, secondo Feltri, si è colpevolmente riscontrato sulla questione a causa di una diffusa mancanza di finanziamenti al giornalismo freelance e che ben si inserisce nella formula editoriale che il nuovo quotidiano promuove. Infatti, dieci dei progetti raccolti sono stati sottoposti agli abbonati che, in un meccanismo bottom-up, hanno votato le prime quattro inchieste. Quest’ultime sono in corso di finanziamento attraverso un’opera di crowdfunding per integrare il budget richiesto con le risorse stanziate dal giornale. 

Oltre alla particolarità con cui Domani si inserisce nel panorama editoriale italiano – nello specifico, con le modalità di coinvolgimento dei giornalisti come specificato pocanzi: si tratta di un esperimento inedito – è sicuramente un buon segnale che il quotidiano si muova con grande interesse verso un tema destinato a diventare sempre più centrale: quello del crescente ruolo, diretto e indiretto, dei minerali e dei metalli rari nelle nostre società. Perché oltre ad impattare sulle capacità materiali delle nostre economie di assorbire la sfida del cambiamento climatico attraverso la riconversione “verde”, la questione non potrà che mettere alla prova la coerenza etica e morale delle nostre democrazie. Perché la forza trasformativa del concetto di “sostenibilità” si spegnerà senza un’assunzione di responsabilità forte di governi, imprese e società sulle esternalità che la corsa ai metalli rari inevitabilmente comporterà. È utile riprendere le parole di Guillaume Pitron nel suo bestseller edito da Luiss University Press per l’edizione italiana, La guerra dei metalli rari (2019):

«[…] la nostra ricerca di un modello di crescita più verde ha portato piuttosto ad uno sfruttamento più intensivo della crosta terrestre per estrarne il principio attivo, ovvero i metalli rari, con un impatto ambientale ancora più forte di quello causato dall’estrazione del petrolio. Sostenere il cambiamento del nostro modello energetico richiede già il raddoppiamento della produzione di metalli rari ogni quindici anni circa e nel corso dei prossimi trent’anni sarà necessario estrarre più minerali di quanti l’umanità ne abbia estratti negli ultimi settantamila» [p. 27]

Difficile non comprendere la portata di queste parole. Ecologia, geopolitica ed economia non sono mai state più intrecciate, mentre il mondo intero si appresta a scavare per costruire il suo futuro “verde” e “digitale”. Non si tratta di politicizzare la questione: rinnovabili si, idrocarburi no o viceversa. Una scelta è stata già fatta. I mercati finanziari si muovono, così come le istituzioni internazionali. Si tratta tuttavia di assumersi i rischi annessi e di responsabilizzare in toto i governi, ma non ultimo i consumatori e le imprese. Chi avrà il ruolo decisivo e davvero trainante in questo processo è tutto fuorché chiaro. Mentre non è difficile intuire chi e come pagherà il prezzo più salato. E per cercare queste risposte un’inchiesta non può che partire da uno dei paesi direttamente più coinvolti e che soddisfa più di metà della domanda globale di cobalto.

“Il cobalto non è un gioco” è il titolo dell’articolo scritto da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty, per sostenere l’inchiesta che Luca Attanasio curerà per Domani e che funge da premessa per un lavoro che si preannuncia non privo di difficoltà, anche logistiche per via della crisi sanitaria. Un paese, commenta Attanasio, che si è trovato al centro delle dinamiche globali per via «delle risorse più richieste nel momento in cui più servivano» e da cui complessivamente la popolazione «non ha mai tratto giovamento». Secondo le stime del British Geological Survey nel suo ultimo rapporto World Mineral Production la RDC ha estratto nel solo 2018 109.000 tonnellate di cobalto (oltre il 65% del totale globale), con una crescita esponenziale rispetto al 2014. Per rimanere sul podio, Nuova Caledonia e Cina si sono posizionate rispettivamente al secondo e terzo posto, con poco più di 9.000 tonnellate. Di converso, quest’ultima insieme alla Finlandia ne domina la raffinazione, con Pechino responsabile della processazione di oltre 78.000 tonnellate nel solo 2018, mentre con l’azienda Huayou Cobalt gestisce in monopolio il flusso «del cobalto dallo stato africano», come ricorda Noury. La domanda mondiale per l’anno corrente ha raggiunto le 200.000 tonnellate, contando su di un mercato delle auto elettriche (e dunque delle batterie) in rampa di lancio, con l’Europa pronta a contendersi il primato con la Cina.

Nel breve intervento introduttivo di Attanasio emergono tutte le criticità relative ad un paese scosso da conflitti, malattie e instabilità politica che non riesce a scacciare una «maledizione» delle risorse che spinge la popolazione locale, con il beneplacito del governo, ad una corsa al cobalto spesso tramite pratiche «artigianali» in una «totale deregulation» e attraverso lo sfruttamento del lavoro minorile. Servono 9 kg di cobalto per produrre una singola batteria elettrica, e in quei chilogrammi il peso delle ingiustizie sociali si fa enorme, in un sistema politico-economico simile al «feudalesimo». «La conoscenza di questa realtà è risibile in Italia», ammonisce il giornalista. Eppure, il framework per una maggiore consapevolezza globale di questi problemi, dal punto di vista istituzionale e del mercato, esiste già ed è quella dell’Agenda 2030 come ricorda la viceministra Del Re, ma la realtà è che l’implementazione di queste politiche «è complessa, soprattutto nel contesto africano». Come incidere? Anche qui pesa un «rapporto bilaterale Italia-RDC non profondissimo» anche se rafforzatosi nell’ultimo periodo, mentre più consistente è la presenza dell’Unione Europea che costituisce «un cappello importante» e compensativo soprattutto per i contributi allo sviluppo. Rispetto alla questione del cobalto, «non nuova agli esperti» di politica estera, il problema fondamentale, ricorda Del Re, è che vi è poca pressione internazionale una volta estratto il minerale e, soprattutto, manca «una consapevolezza sociale» a livello locale sul ruolo del minerale per l’economia del paese, comunque isolato per via delle conflittualità interne. Per affrontare la situazione serve «adottare nuove strategie», oltre a quelle umanitarie relative allo sfruttamento del lavoro, e dei prezzi che diventano lo strumento delle aziende coinvolte per «lavarsi la coscienza». Punto di partenza resta appoggiarsi alla cooperazione dello sviluppo che già vede molte realtà italiane adoperarsi sul territorio per «creare delle filiere virtuose», oltre ad una maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana ed europea, ed imporre alle imprese coinvolte «una maggiore etica industriale» dal momento che come italiani, conclude la viceministra, «siamo grandi portatori del valore delle cultura del lavoro» come conquista sociale.

Posizioni che trovano la condivisione di Attanasio che si spinge oltre: oltre a «pulire le filiere» legate alla lavorazione del cobalto attraverso l’adozione di un «codice etico» dovrà affiancarsi uno sforzo internazionale per riconoscere «la sovranità del Congo sulle sue risorse minerarie» in modo tale che possano avere una ricaduta di sviluppo sulle comunità locali. Un suggerimento importante e che, a parere di chi scrive, chiamerà in causa nell’inchiesta un aspetto cruciale: l’attuale e futura posizione commerciale della Cina. Come reagirà o si opporrà Pechino ad un cambiamento dello status quo? Maggiori garanzie e diritti avranno probabilmente un impatto consistente sul prezzo della materia prima: quale sarà la reazione delle multinazionali e degli attori internazionali coinvolti? La capacità di incrinare questi interessi e di «smuovere l’economia» in una direzione di maggiore sostenibilità, secondo Del Re, oltre a sapere tracciare, come ricorda giustamente Attanasio, «la materia prima una volta estratta negli stadi intermedi lungo la catena del valore», rappresenteranno nodi non semplici da risolvere. Una sfida che, tuttavia, potrà essere vinta anche grazie alla mobilitazione delle coscienze grazie ad un’informazione di qualità.

Ed è ricercando un nuovo rapporto tra politica e giornalismo, su suggestione del direttore della rivista Confronti Claudio Paravati, moderatore del dibattito, che si gioca una buona fetta della credibilità di questi sforzi per la sostenibilità dei futuri modelli di produzione. «Dobbiamo stare attenti alla gerarchia delle notizie imposte dagli organi di stampa», ammonisce Del Re, nelle quali l’Africa non gode certamente di «posizioni di primo piano». Ecco perché il ruolo di un giornalismo d’inchiesta nel «cambiare la narrativa» rispetto al rapporto tra il Nord industrializzato e il Sud del mondo (nello specifico, il mondo africano) potrà influire nel veicolare l’idea di una logica di «interdipendenza» con il continente e non di mera «subordinazione» grazie alla quale possano innestarsi meccanismi di influenza virtuosi dell’informazione sull’opinione pubblica e di riflesso sull’agenda politica rispetto a temi spesso considerati (a torto) lontani dalla nostra quotidianità. In conclusione, per Attanasio questo «invito a parlare di Africa da parte di un alto esponente del governo» rappresenta un segnale importante e, aggiungiamo noi, una sorta di investitura per un progetto che ci aspettiamo possa raccogliere testimonianze e svelare i retroscena di uno dei tanti lati oscuri della transizione energetica e digitale.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Attualmente iscritto al Master in Strategic Business presso la LUISS School of Government. Interessato di politica estera, sicurezza americana e tecnologia.

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