Scritto da Paolo Di Leo
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Per illustrare questo punto, Mazzoni fa riferimento all’antitesi schmittiana terra-mare. La prospettiva legata alla categoria “terra” si basa sulla certezza dei confini, nella molteplice accezione che questo termine ha, mentre la categoria “mare” è caratterizzata dall’accettazione e anzi dall’assunzione della necessità dell’abolizione dei confini stessi.
La prima categoria sarebbe propria, secondo Mazzoni, di quella parte della classe media che ha visto il proprio stile di vita erodersi progressivamente sotto l’effetto di quei fenomeni che citavo all’inizio. La seconda categoria sarebbe, invece, propria di quella parte della classe media, o piuttosto della parte alta della classe media, che ha abbracciato la Globalizzazione e comprende se stessa sempre più come necessariamente legata a quest’ultima.
Noto, en passant, che ci si potrebbe legittimamente chiedere quanto questo abbraccio sia voluto e quanto sia forzato: tra coloro che vivono col biglietto aereo sempre in mano e lavorano in più paesi, molti sono costretti a farlo e di certo non se la passano benissimo, anche se molto meglio di coloro che rimasti a casa o per imperizia o per necessità non hanno neanche un salario stabile o sufficiente; mentre alcuni, molto pochi, vi si trovano a loro agio, perché possono riposare su asset e capitali che di fatto ne fanno dei partecipanti di serie A all’interno del gioco globale.
Tra i primi vi sono anch’io, che sto scrivendo questo pezzo. Si potrebbe aggiungere anche un’altra tipologia: quella dei lavoratori manuali, immigrati quasi forzati, che provenendo da paesi poverissimi lavorano per quattro soldi in paesi più ricchi. È il caso dei lavoratori edili in posti come Singapore o Dubai, o delle migliaia di migranti dalle campagne alle città in Cina.
Ma torniamo al punto principale: l’antitesi terra-mare. Mazzoni la usa per descrivere una differenza di mentalità. Da un lato vi è chi è legato al proprio paese, dal quale si aspetta il benessere. Costoro vedono nell’inclusione, nella fluidità dei confini, una minaccia al loro benessere e per questo vi si oppongono, votando partiti o personaggi (vedi il caso Trump) che promettono di solidificare nuovamente quei confini e di proteggere le prerogative di benessere acquisite in Occidente da dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Dall’altro, vi sono i globalizzati, aperti all’inclusione e inclini a, se non attivi fautori dell’abolizione dei confini. Questa antitesi, dunque, posta in questi termini descrive due atteggiamenti diversi, e come tale rappresenta un’antitesi etico-morale. Uno scontro tra due mentalità opposte, tra le quali mi pare Mazzoni prediliga la seconda, quella della globalizzazione e dell’inclusività. Alla quale raccomanda, però, cautela e capacità di comprensione verso i bisogni e le esigenze della prima. Dunque, abbiamo a che fare ancora con l’etica e la morale, in questo caso nel senso di raccomandazione di condotta per chi è più avanti –nel senso dell’apertura mentale- verso chi è più indietro.
Tralasciando il fatto, al quale ho brevemente accennato sopra, che la tipologia dei globalizzati non è poi così monoliticamente univoca, come non lo è del resto quella di coloro che se ne stanno a casa, penso convenga concentrarci sull’antitesi terra-mare.
Nell’invocarla, Mazzoni si riferisce esplicitamente a Carl Schmitt, che la espone ne Il nomos della terra. Ora, in Schmitt quell’antitesi non si basa su categorie etico-morali, o per lo meno non principalmente. Essa indica piuttosto una differenziazione tra possibili politiche di potenza attuate dagli Stati. In poche parole, in Schmitt l’antitesi terra-mare descrive categorie politiche. Certo, vi è un legame tra le categorie politiche e quelle etico-morali: ci si può chiedere in qual misura certi indirizzi politici di fondo, certi atteggiamenti politici tipici di determinate potenze, siano il frutto dell’ethos del popolo che quello stato rappresenta e governa. Ma questa è un’altra questione.
Il punto resta che l’antitesi terra-mare descrive categorie politiche tipiche di Stati, i quali tendono allo stabilimento, al mantenimento e all’incremento della propria potenza. Dunque, in Schmitt l’antitesi illustra i due differenti assi sui quali gli stati possono poi sviluppare una politica di potenza. Ciò non ha nulla a che fare né con l’etica né con la morale. L’adesione dell’Inghilterra ad un indirizzo marittimo non ha nulla a che fare con l’inclusività né con la fluidificazione dei confini, ma soltanto con l’accrescimento del potere dell’Inghilterra come stato.
Infatti, non solo l’Inghilterra creò un impero, che per essenza e sempre non è altro che l’allargamento dei propri confini, ma tentò di mantenere un monopolio anche sulle innovazioni tecnologiche che le diedero per un certo periodo un vantaggio sugli altri Stati. Si pensi, per esempio, al fatto che all’inizio la vendita a potenze straniere di motori a vapore per le navi era legata alla clausola che l’operatore o gli operatori della macchina fossero inglesi e dipendenti della ditta che aveva prodotto e venduto la macchina, con l’obbligo chiaramente che questi ultimi non svelassero il meccanismo della macchina.
Perché è importante tenere presente che l’antitesi schmittiana descrive categorie politiche e non morali? In primo luogo perché ciò ci permette di non fuorviare la questione su un binario morto. La questione non è tra chi rifiuta l’inclusività e chi la accetta, tra chi concepisce se stesso come membro di una gated community, come dice Mazzoni, e chi invece vuole una società aperta e inclusiva.
La questione è il conflitto inerente per necessità ad ogni società umana, nella quale ognuno vuole affermarsi, vuole cioè avere quei mezzi minimi che gli permettano di avere un certo controllo, se pur piccolissimo, sulla propria vita. Mezzi che chiaramente si riducono fin quasi a scomparire, una volta che la sussistenza stessa viene messa in dubbio. Questa lotta, inerente alla vita associata umana e non solo, sfocerebbe nella lotta di tutti contro tutti, se non fosse per il patto stretto fra i componenti di una società, che sia essa il consorzio delle prime gentes, di cui parla Vico, o la serie di meccanismi più complessi caratteristici dello Stato moderno.
Possiamo anche chiamare lo Stato gated community, come fa Mazzoni con sfumature forse non del tutto lusinghiere. Tuttavia, la comunità può esistere proprio perché gated, cioè proprio definita da confini: non vi è Stato senza confini, ma non vi è pace sociale senza Stato. I confini non servono tanto a tener fuori l’altro, ad erigere una distinzione tra noi e i barbari, ma a delimitare quella sfera all’interno della quale un equilibrio tra le varie forze che formano una società è reso possibile e mantenuto stabile.
L’impero Romano d’Occidente non si sfaldò sotto i colpi dei barbari perché la macchina dello Stato smise di funzionare dall’alto, al livello cioè della burocrazia amministrativo-fiscale, ma perché si sfaldò dal basso, al livello di quella classe di coloro che avevano accettato il ruolo dello Stato romano. In altre parole, man mano che i vari possidenti terrieri si resero conto che l’Impero non garantiva loro la sicurezza delle loro cose, perché non garantiva più la sicurezza dei confini, smisero anche di pagar le tasse e di tenersi in linea con le leggi dell’Impero: quest’ultimo, infatti, non era più in grado di mantenere il patto stretto con le classi sociali più importanti, alle quali le altre erano subordinate.
D’altro canto, la rapida conquista da parte degli Arabi del medio-oriente bizantino si spiega in gran parte col fatto che le varie classi sociali più forti che fino a quel momento avevano ritenuto vantaggiosa l’appartenenza all’ordine bizantino, non trovarono più in esso un riscontro tale da giustificare la loro fedeltà al patto. Dunque, uno Stato è un patto tra classi sociali che decidono di subordinarsi l’una all’altra e tutte quante ad un potere impersonale e ad ognuna superiore, questo patto per sua natura è circoscritto, cioè ha confini. I confini, cioè, sono stabiliti dal patto e ad esso ineriscono necessariamente. Come si vede, le categorie etico-morali qui c’entrano poco o nulla.
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