Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti
- 19 Giugno 2017

Contro la dialettica dello scontro tra Sciiti e Sunniti

Scritto da Jacopo Scita

8 minuti di lettura

Nelle ultime settimane il Golfo Persico è prepotentemente tornato agli onori della cronaca internazionale. Il discorso del Presidente Donald Trump a Riad è stato l’inizio, la crisi diplomatica tra Arabia Saudita e Qatar l’intermezzo, l’attacco terroristico a Teheran prontamente rivendicato dall’ISIS, il culmine violento di un’escalation preoccupante ma tutt’altro che imprevedibile. La catastrofe siriana e il terrorismo in Europa avevano, infatti, semplicemente allontanato lo sguardo mediatico da un’area geografica, il Golfo Persico, che rappresenta, almeno dalla fine degli anni Settanta, il crescente e burrascoso baricentro politico ed ideologico del Medio Oriente.

La re-centralizzazione mediatica del Golfo e dei due attori che da quasi quarant’anni si sfidano per l’egemonia regionale, Iran e Arabia Saudita, ha fatto riemergere tra numerosi commentatori una lettura politica tanto potente e radicata quanto semplificatoria e fuorviante, secondo la quale il Medio Oriente sarebbe in preda ad un’atavica guerra di religione tra Sunniti e Sciiti. Ma c’è di più: questo scontro fratricida sarebbe oggetto di un disegno internazionale che vede l’Occidente, capitanato dagli Stati Uniti, parteggiare per il mondo sunnita con l’intento di detronizzare definitivamente la minoranza sciita in Medio Oriente.

Il percorso analitico che consente di criticare e auspicabilmente ridimensionare questa teoria, soprattutto nella sua interpretazione internazionalistica, si basa su almeno tre tappe fondamentali: la prima è quella di comprendere l’origine e il senso che viene dato alla totalizzante del confronto tra Sunniti e Sciiti. La seconda è assumere un punto di vista storico quanto più possibile slegato dalla sfera etica ed emotiva contingente. Il terzo e ultimo passaggio si concentra su un’interpretazione puramente politica delle relazioni intrattenute dagli stati mediorientali con i propri omologhi regionali e globali. Il risultato di questa analisi dovrebbe essere quello di uscire dalla trappola della semplificazione che, per quanto affascinante, è più che mai fuorviante.

 

Una lettura erronea della dialettica tra Sciiti e Sunniti

Negare l’esistenza e la profondità della frammentazione tra Sciiti e Sunniti sarebbe un paradosso. Le due correnti si formano e fronteggiano praticamente agli albori dell’Islam a seguito di una diatriba essenzialmente politica sulla natura della successione di Maometto. Il percorso storico ha senza ombra di dubbio solidificato il potere dei Sunniti, relegando la minoranza sciita in uno stato di più o meno forzata marginalizzazione e irrilevanza politica, almeno fino alla Rivoluzione Iraniana del 1979.

Se fino al Novecento è possibile, seppur adottando una visione comunque semplificatoria, intravedere nella diatriba tra Sciiti e Sunniti il principale cleavage all’interno del mondo mussulmano, è fondamentale riconoscere come la dissoluzione dell’Impero Ottomano e l’importazione in Medio Oriente dello Stato-Nazione abbiano introdotto una serie di nuove categorie e tensioni che hanno ridimensionato la cogenza politica di quella frattura storica. L’emergere di riferimenti ideologici maggiormente contemporanei, il pan-Arabismo prima e il pan-Islamismo poi, così come la politica definitasi attraverso la categoria dello Stato hanno probabilmente marginalizzato la dialettica Sciismo vs Sunnismo, relegandola ad una dimensione identitaria più contingente e malleabile.

La lettura totalizzante di questa dialettica si basa proprio sull’idea che essa sia la dimensione ontologica del continuo rigenerarsi di tensioni e conflitti in Medio Oriente. L’ISIS si inserisce in queste interpretazioni come ultima degenerazione violenta del Sunnismo – ma andrebbe detto del Wahabismo. È proprio Daesh ad essere il punto di contatto tra le letture “mediorientaliste” e quelle “internazionaliste” dello scontro tra Sciiti e Sunniti, anche come elemento di biforcazione tra le teorie analitiche e quelle più demagogiche e sentimentali. Le prime, infatti, tendono a leggere la contrapposizione tra Iran e Arabia Saudita come risultato della dialettica di cui sopra, agitando la bandiera di un disegno regionale e globale che tramite pratiche sia diplomatiche che violente (ecco il ruolo dell’ISIS come grimaldello saudita) ha l’obbiettivo di destabilizzare e destituire i governi sciiti in Iran, Siria e Yemen. Lo strumento retorico è dunque quello di rappresentare le due correnti come fazioni impermeabili e monolitiche, facendone il perno attorno a cui si sviluppa la struttura del confronto politico mediorientale. L’artificio regge fin quando non si amplia lo sguardo in senso storico e, soprattutto, in senso politico.

Le visioni demagogico-sentimentali, pur prendendo forma dalla stessa interpretazione, si trovano a fare leva proprio sul ruolo dei governi sciiti, quello Iraniano in prima battuta e quello di Bashar al-Assad subito dopo, di oppositori dell’avanzata di Daesh, e dunque ultimo baluardo contro le conquiste dei Mori Sunniti. Al grido di “nessun terrorista è sciita”, la grammatica dello scontro buoni e cattivi, trova nella dialettica Sciiti vs Sunniti la propria linfa vitale. In questo caso, quindi, l’analisi assume una pericolosa dimensione etica che intravede nella salvaguardia dell’Occidente il fine ultimo e non ha problemi a giustificare e assolvere ogni attore e mezzo che si adopera più o meno coerentemente per questa causa.

 

Il punto di vista storico-politico: un sistema complesso di relazioni tra stati

Come sottolineato in precedenza, le letture che riconducono i conflitti mediorientali alla dialettica Sciiti vs. Sunniti tendono a proporre una visione atomistica e compartimentale delle due correnti. Tuttavia è sufficiente abbracciare una visione storica per poter notare l’esistenza di categorie politiche che trascendo radicalmente questa configurazione bipolare e che evidenziano ancora più chiaramente una complessità ben maggiore rispetto all’immagine di un Medio Oriente contemporaneo diviso tra Sciiti, Sunniti e Israele.

A partire dagli accordi Sykes-Picot la categoria dello stato-nazione è stata trapiantata e lentamente assorbita dal Medio Oriente. Se tanto si può discutere sulla compiutezza e sui difetti intrinseci degli stati mediorientali, sarebbe miope non notare come negli ultimi 70 anni questi abbiano sempre espresso una politica estera strutturata e rispondente a logiche strettamente moderne. Durante la Guerra Fredda il Medio Oriente ha sperimentato forse più di ogni altra regione al mondo la spinta del terzomondismo sovranazionale, sia in chiave pan-Araba e socialista, sia in quella pan-Islamica. Su queste linee si è essenzialmente sviluppato il tormentato rapporto tra gli stati della regione e l’asse Stati Uniti-Israele: Egitto, Iran, Iraq e Arabia Saudita hanno alternato momenti storici di avvicinamento e allontanamento da Washington, talvolta supportandone gli interessi e la retorica, talvolta rigettandone duramente l’ingerenza.

In questi termini è certo che l’evento più epocale è stata la Rivoluzione Iraniana del 1979. Nello spazio di qualche mese gli Stati Uniti si ritrovarono privi di quello che era stato per più di vent’anni un fedele vassallo nella regione e nell’OPEC. Ventisei anni dopo il colpo di stato anglo-americano che aveva rimosso il nazionalista Mossadeq, gli Iraniani inondavano le piazze della propria nazione al grido di “né con l’Oriente, né con l’Occidente, solo la Repubblica Islamica”. Tuttavia è proprio in occasione della guerra tra Iraq e Iran (1980-1988) che emerge un apparentemente curioso riavvicinamento: nonostante l’Ayatollah Khomeini avesse apertamente definito Israele il “Piccolo Satana”, fu proprio lo stato sionista ad offrire aiuto logistico a militare a Teheran. Contemporaneamente, gli stati del Golfo Persico davano appoggio a Saddam Hussein.

È proprio negli anni della Rivoluzione che nasce quell’asse internazionale che oggi è sventolato dai commentatori come prova provata del disegno anti sciita. Anche se Re Abdallah II di Giordania ha dato all’alleanza tra Iran e Siria il fortunato epiteto di “Mezzaluna Sciita” rimane il fatto che le enormi differenze ideologiche tra Teheran e Damasco -l’una alfiere di un pan-Islamismo teocratico e rivoluzionario, l’altra repubblica socialista, secolare e pan-Araba- fanno pensare ad un recupero della identità sciita comune agli Ayatollah iraniani e agli Assad, e da questi ultimi semplicemente utilizzata come strumento di gestione e aggregazione del potere, in funzione di interessi politici condivisi e contingenti.

In fine a testimoniare la complessità della politica internazionale del Medio Oriente è fondamentale ricordare il cambio di postura avuto dall’Iran dopo la morte di Khomeini. La somma della fine della Guerra Fredda, lo scoppio della Seconda Guerra del Golfo e l’elezione di Khatami alla presidenza dell’Iran segnano una convergenza verso la messa in sicurezza del Golfo Persico, stimolata dalla crescente importanza dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) e dal riavvicinamento culturale, politico ed economico tra Teheran e i paesi del GCC (Gulf Cooperation Council). Memorabile fu la storica visita del ministro degli interni saudita a Teheran nell’aprile del 2001.

 

Tra Siria, crisi diplomatica nel Golfo e ricerca dell’egemonia: per una lettura politica

Questo breve excursus storico mette in luce un sistema regionale che interagisce attraverso dinamiche articolate e sicuramente non sempre dipendenti da contrapposizioni religioso-settarie. Insomma, è importante rendersi conto una volta per tutte che avere una visione naïf del Medio Oriente come un sistema medioevale costruito sul paradigma della guerra di religione e sul tribalismo sia assolutamente distante dalla realtà. Gli eventi degli ultimi anni sono effettivamente una prova chiara di questa affermazione.

L’insurrezione prima, e devastante guerra civile poi, siriana si è rapidamente trasformata in una guerra per procura in cui le potenze regionali e quelle globali si sono inserite con lo scopo di confrontarsi più o meno direttamente per affermare la propria egemonia regionale. Così da un lato l’Iran (e la Russia) sostengono le milizie di Bashar al-Assad per non arretrare le proprie posizioni di influenza diretta; dall’altro Arabia Saudita e Turchia (e Stati Uniti) armano i ribelli anti-Assad. A monte di questo confronto c’è indubbiamente la rivalità egemonica tra Iran e Arabia Saudita, reminiscenza dal punto di vista internazionale della dottrina Neo-Con, oggi rilanciata e legittimata dal discorso di Trump a Riad. Nel dramma siriano si inserisce poi l’ISIS che ha senza alcun dubbio le proprie radici ideologiche (e probabilmente non solo quelle ideologiche) nel Wahabismo saudita. È proprio la guerra a Daesh, priorità apparente di tutte le fazioni in Siria, ad essere il terreno di scontro di questa lotta tra potenze regionali e globali: dietro alla narrativa ufficiale sembra sempre più chiaro che l’ISIS sia lo strumento più adatto per perpetrare una strategia del caos che in questo momento di riassestamento storico giova a tutti gli attori.

La lotta per la supremazia regionale è essenziale anche nel comprendere la crisi diplomatica nel Golfo Persico. Qatar e Arabia Saudita non condividono solo l’unico confine terrestre della penisola qatarina ma anche la stessa ideologia religiosa, il Wahabismo. Nonostante queste affinità il Qatar si è sempre contraddistinto per una certa autonomia nella gestione dei propri affari esteri, uscendo dall’ombrello saudita soprattutto su due fronti fondamentali (tra i tanti che caratterizzano l’eclettica politica estera degli al-Thani): il sostegno alla Fratellanza Mussulmana e i buoni rapporti con l’Iran. La prima chiave di lettura è quella che spiega il coinvolgimento dell’Egitto di al-Sisi nella crisi diplomatica del Golfo: Doha ha sempre sponsorizzato la Fratellanza, anche tramite il network mediatico sempre più globale di Al-Jazeera, ed in particolare è noto come gli al-Thani fossero il principale finanziatore estero di Mohammed Morsi prima che venisse destituito dal colpo di stato dei militari egiziani. Il fardello dell’appoggio alla Fratellanza era indubbiamente il casus belli utile per unire un al-Sisi sempre più filo-USA e i Sauditi, i quali si sono sempre e senza troppi misteri proposti come alfieri di un Islam politico contrario e competitivo rispetto a quello dei Fratelli Mussulmani. Insomma, una lotta tra governi.

La congiuntura che ha reso il Qatar l’obbiettivo prevedibile di un’azione guidata dall’Arabia Saudita (per altro già vista nel 2014) tiene sicuramente conto dei buoni rapporti tra Doha e Teheran, indubbiamente favoriti dalla sostanziale condivisione tra i due paesi di uno dei maggiori giacimenti marittimi di gas naturale nella regione. Nonostante ciò resta problematico immaginare una lettura della crisi diplomatica al di fuori del regolamento di conti tra stati del Golfo e della richiesta saudita di una politica estera qatarina meno eclettica e indipendente: il Qatar ospita importanti basi militari americane sul proprio territorio, agisce in concerto con l’Arabia Saudita in Siria e, come fa notare il professor Arshin Adib-Moghaddam (Direttore del Centro di studi iraniani della SOAS, University of London), nell’ottica di una minaccia diretta di Riad a Teheran sarebbe stato più logico muovere contro l’Oman, sultanato storicamente molto più direttamente legato economicamente, culturalmente e politicamente all’Iran. 

 

Conclusioni

L’istantanea che si dovrebbe ottenere guardando il Medio Oriente contemporaneo è quella di un coacervo di stati che competono nel nome di una propria interpretazione della realpolitik. Gli aspetti identitari sono si fondamentali ma rimangono funzionali al perseguimento di interessi economici, politici e soprattutto di potere. Ecco che allora l’espressione dominante del politico nella regione non è quella dello scontro tra Sciiti e Sunniti, o tra Mussulmani e Sionisti, ma è lo scontro e la competizione tra stati. Stati che, a seconda dei casi, agiscono per massimizzare la propria sicurezza o per costruire ed esportare il proprio modello identitario. Questa configurazione è replicata a livello globale attraverso la costruzione di alleanze e strategie variabili che non hanno come oggetto il sostegno della corrente sciita o di quella sunnita in quanto tali, ma piuttosto la convergenza degli interessi contingenti dei governi coinvolti. In questa logica intravvedere in una fazione piuttosto che in un’altra una missione etica, soprattutto nella dialettica dello Scontro tra Civiltà, rischia di dare luogo a visioni distorte e analiticamente improduttive.

Uscire dal terreno della dialettica Sciiti vs Sunniti significa fare un passo verso l’ignoto, abbandonando il porto sicuro di una semplificazione affascinante e rassicurante, comprensibile e maneggiabile anche senza conoscenze approfondite, chiara e netta. Significa mettere da parte una visione etica distorta costruita sul bisogno di definire continuamente chi è buono e chi è cattivo: nello spazio di qualche anno l’Iran è passato dall’essere (ancora in modo semplificatorio) lo spauracchio dell’Occidente a diventare il mito/vittima di chi si oppone alle aberrazioni dell’americanismo in Medio Oriente. Così la Siria, così l’Arabia Saudita; così Israele, per alcuni alfiere della lotta a Daesh, ma anche alleato dei sauditi il cui legame con l’ISIS appare sempre più evidente. In sintesi, restituire complessità alla politica internazionale del Medio Oriente è il passo essenziale per comprenderne proficuamente le dinamiche.

Scritto da
Jacopo Scita

Classe 1994. PhD candidate in Government and International Affairs alla Durham University. Le sue ricerche si concentrano principalmente sulla politica estera iraniana, il Golfo Persico e la questione nucleare in Medio Oriente.

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