Crisi a Cipro: la nave Eni, il gas e la Turchia

Eni Saipem 12000

L’8 febbraio 2018, Eni ha annunciato[1] tramite un comunicato stampa la scoperta di un nuovo giacimento di gas, raggiunto tramite la perforazione, insieme alla francese Total, del pozzo Calypso 1, situato nel blocco 6 della Zona Economica Esclusiva (ZEE) cipriota, nel Mediterraneo Orientale[2]. Eni è presente a Cipro a partire dal 2013 e detiene interessi in sei licenze (blocchi 2,3,6,8,9 e 11), regolarmente concesse dalla Repubblica di Cipro.

In linea con i diritti di sfruttamento goduti dalla multinazionale italiana, venerdì 9 febbraio la piattaforma di perforazione mobile Saipem 12000 ha cominciato il proprio viaggio verso il blocco 3 con lo scopo di avviare l’attività di ricerca. Tuttavia, a 27 miglia nautiche dal giacimento (circa 50km), la nave italiana è stata costretta a fermarsi sotto ordine della Marina Militare turca. Secondo Ankara, le attività di sfruttamento in quel quadrante marittimo costituirebbero una minaccia per Cipro e per la stessa Turchia, identificando la missione di Saipem 12000 come una provocazione politica e un’interferenza diretta nelle esercitazioni militari effettuate da Ankara a poca distanza dall’area di destinazione della piattaforma Eni. La situazione, a quasi una settimana dal blocco della Saipem 12000, rimane in una complessa fase di stallo[3].

A questo proposito è necessario cercare di approfondire e chiarire quanto più possibile gli aspetti giuridici e quelli politici entro i quali è venuta a crearsi quella che sta assumendo i tratti sempre più evidenti di una potenziale crisi diplomatica tra Turchia, Italia e Unione Europea.

Aspetti di Diritto Internazionale del caso Eni

Innanzitutto, come già detto in precedenza, Cipro ha regolarmente concesso ad Eni e ad altre compagnie internazionali le licenze di sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi presenti nella propria ZEE a sud dell’isola. Tale concessione non solo corrisponde ad una precisa volontà del governo cipriota, ma è anche conforme al piano di sviluppo economico di Nicosia, in cui è incluso un piano di investimento estero da parte delle più importanti compagnie petrolifere mondiali.

Dal punto di vista del Diritto Internazionale, la ZEE comprende la zona di mare adiacente le acque territoriali, al quale può estendersi fino a 200 miglia dalle linee di base dalle quali è misurata l’ampiezza del mare territoriale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) afferma, all’articolo 56, che lo stato costiero è titolare di diritti esclusivi di sovranità in materia di esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse ittiche; ha inoltre giurisdizione in materia di installazione e utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, nonché in materia di ricerca scientifica marina e protezione dell’ambiente, e può adottare leggi e regolamenti in molteplici settori (tra cui rientra il rilascio di licenze di sfruttamento di giacimenti di gas). A ciò si aggiunge quanto stabilito dall’articolo 58 della Convenzione di Montego Bay del 1982 in merito ai diritti e agli obblighi degli stati stranieri sulle Zone Economiche Esclusive. L’articolo in questione afferma che nella ZEE, tutti gli stati, sia costieri che privi di litorale, godono delle libertà di navigazione e di sorvolo, di posa in opera di condotte e cavi sottomarini, e di altri usi del mare, leciti in ambito internazionale, collegati con tale libertà, come quelli associati alle operazioni di navi, aeromobili, condotte e cavi sottomarini. Nell’esercizio dei propri diritti e nell’adempimento dei propri obblighi nella ZEE straniera, gli stati tengono in debito conto i diritti e gli obblighi dello stato costiero conformemente alle disposizioni della Convenzione e delle altre norme del Diritto Internazionale.

Alla luce di ciò, considerato che la nave Saipem 12000 faceva rotta verso un’area di perforazione compresa nella ZEE cipriota e che Cipro è favorevole all’attività di sfruttamento straniero dei giacimenti presenti nella propria Zona, di cui Eni gode l’80% dei diritti, sembra chiaro che un eventuale caso giuridico sollevato da parte turca non può essere posto in essere. Qualche dubbio in più potrebbe emergere seguendo la linea sollevata da Ankara per cui l’attività dell’Eni andrebbe ad interferire con un’esercitazione militare turca. Tuttavia, la conclusione di tale esercitazione è prevista per il 22 febbraio -e dunque dopo questa data le resistenze turche cesserebbero di avere qualunque ragion d’essere. Inoltre, va ricordato che, nonostante i recenti sviluppi, la Turchia è parte della NATO e come tale muove le proprie forze militari in concerto con quelle degli altri membri dell’Alleanza e non in opposizione a questi.

In buona sostanza appare evidente che la partita si sta giocando sul lato politico. La percezione di una minaccia da parte della Turchia è da ricercarsi nel mindset dei suoi decisori politici e nel loro prisma attitudinale, influenzato da ragioni storiche di conflitto, in primis tra Turchia e Occidente e poi tra Ankara e Nicosia.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Aspetti di Diritto Internazionale del caso Eni

Pagina 2: I diversi fronti di una situazione politica complessa

Pagina 3: Conclusioni


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Matteo Del Conte: Nato ad Ancona nel 1992. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Si occupa di Politica e Sicurezza Internazionale, con un taglio multidisciplinare che spazia dalla filosofia alla sociologia agli Studi Strategici, con particolare riferimento ai problemi dell’uso della forza, della sicurezza e dei diritti umani. Jacopo Scita: Classe 1994. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna – Campus di Forlì. Attualmente (estate 2017) sta scrivendo una tesi sulle Relazioni Internazionali dell’Iran come conclusione dell’MSc in Middle East Politics presso la SOAS, University of London.

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