“Energia e clima. L’altra faccia della medaglia” di Alberto Clô

Alberto Clô

Recensione a: Alberto Clô, Energia e clima. L’altra faccia della medaglia, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 256, 23 euro, (scheda libro).


Il professor Alberto Clô, direttore della rivista «Energia» ed ex Ministro dell’Industria, nel libro Energia e clima affronta i principali temi legati alle grandi questioni dell’energia e dell’ambiente. Un lavoro di analisi che invita a ragionare sulla transizione verso le rinnovabili senza semplicismo o, peggio ancora, fanatismo. Sin dalle prime pagine emerge chiaramente come il surriscaldamento globale sia «la più grave minaccia nella storia umana» (p. 11) e come gli strumenti per affrontarlo non possano che riguardare il nodo cruciale delle fonti energetiche e delle loro modalità di utilizzo.

«Non farla facile», quindi. Per quanto le rinnovabili negli ultimi anni abbiano goduto di innovazioni e abbassamenti di costi molto significativi, Clô sottolinea limiti importanti della transizione e delle attuali misure a difesa del clima.

Descrivendo le passate transizioni energetiche l’autore mostra come i processi di sostituzione sono sempre stati lunghi: il tempo necessario perché una nuova fonte raggiunga circa un quinto del consumo mondiale è di circa 50 anni. Le rinnovabili nel 2008 hanno raggiunto l’1% di penetrazione globale (2,8% nel 2015), dopo più di 30 anni che le si lodava. Se le cose proseguono così sarà solo nella seconda metà del secolo che raggiungeranno un quinto dei consumi.

Cambiare un sistema economico-produttivo non è facile. Non si tratta solo una questione di interessi consolidati e di attori in gioco, ma anche di infrastrutture, investimenti e progetti i cui ritorni e risultati si manifestano e concretizzano nel tempo. Più lo stock di capitale, sia fisico (infrastrutture) sia finanziario (investimenti), esistente è grande e più vi sarà path dependence, e dunque inerzia dello status quo. Considerando inoltre le implicazioni per l’ambiente, a questi fattori va aggiunto il modo dei singoli di consumare e di vivere: serve anche una «transizione culturale» (p. 31).

Inoltre «è il corso delle innovazioni tecnologiche che ha guidato i processi di sostituzione delle fonti […] Il manifestarsi di rendimenti crescenti al crescere dell’intensità con cui le si impiegava ne rafforzava inoltre i vantaggi competitivi decretandone il successo» (pp. 42-3). Il carbone e il petrolio hanno avuto il vantaggio di questo cluster fonte-tecnologia[1]. Il gas si è affermato grazie allo sviluppo di gasdotti e GNL (gas naturale liquefatto), che ne hanno permesso il trasporto, e all’aumento della concentrazione spaziale dei consumi, ovvero l’urbanizzazione. Le rinnovabili sono state introdotte e vengono sostenute più per vantaggi ambientali di lungo termine che economici e, al momento, non vivono il circolo virtuoso delle altre fonti (tecnologie-calo dei prezzi reali-migliore qualità dei servizi). Non c’è un cluster fonte-tecnologia sufficiente.

Le rinnovabili rimangono penalizzate rispetto alle fonti fossili dall’intermittenza (di sole e vento), dalla minore produttività e dalle distanze tra aree di produzione e di consumo. Secondo Clô gli investimenti nel settore a partire dal 2000 non sono stati guidati dai progressi nella tecnica ma soprattutto dagli incentivi, smisurati rispetto alle caratteristiche economiche e tecniche delle rinnovabili, a discapito di investimenti nell’efficienza energetica. L’elettricità generata da rinnovabili presenta poi delle difficoltà di integrazione con la rete elettrica per via della sua imprevedibile discontinuità, a cui deve corrispondere un backup da impianti funzionanti con fonti fossili che operino in modo flessibile per essere complementari alla variabile produzione da rinnovabili.

La debolezza delle rinnovabili è provata, scrive Clô, dal fatto che, nonostante la potenza elettrica di eolico e solare sia cresciuta di oltre dieci volte dal 2000, il loro contributo globale rimanga basso. Inoltre a un taglio diffuso degli incentivi nei paesi occidentali attorno al 2011 è corrisposta una riduzione drastica della costruzione di impianti che usano rinnovabili. La competitività è limitata dal fatto che gli incentivi sono comunque un costo fatto ricadere sui consumatori, dai bassi prezzi delle fonti fossili, che l’autore prevede non torneranno a crescere presto e dalla necessità di una maggiore superficie per generare energia rinnovabile (si pensi allo spazio occupato da pale e pannelli).

Infine la localizzazione geografica pesa più di quanto si pensi: mentre col taglio degli incentivi l’espansione delle rinnovabili si esauriva in Europa e USA, diversamente avveniva in paesi emergenti con condizioni metereologiche migliori (più sole e più vento). La Cina, al contrario, ha moltiplicato gli investimenti e produce più dei due terzi di pannelli solari e pale eoliche del mondo, scalzando l’industria europea anche grazie al controllo del 95% dei materiali rari necessari per le rinnovabili (litio, indio, gallio)[2].

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Energia e clima

Pagina 2: Il paradosso degli incentivi e l’ineludibilità delle fonti fossili

Pagina 3: Le raccomandazioni di Alberto Clô


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Classe 89, milanese. Ha terminato un Master of Science in Global Energy and Climate Policy presso la School of Oriental and African Studies di Londra. Laureato in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano.

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