Gene Sharp, teorico della non violenza
- 21 Febbraio 2019

Gene Sharp, teorico della non violenza

Scritto da Alberto Prina Cerai

8 minuti di lettura

Una figura controversa, dibattuta, elogiata, forse non troppo compresa. Gene Sharp è scomparso circa un anno fa, alla veneranda età di 90 anni. «Il nostro fondatore, mentore e amico» recita il comunicato stampa rilasciato sul sito dell’Albert Einstein Institution, da lui fondato nel 1983 per «avanzare lo studio e l’uso strategico dell’azione non violenta come alternativa pragmatica alla violenza»[1]. Durante i suoi studi giovanili Sharp fu fin da subito catturato da un dato di fatto: il gap esistente tra l’estesa letteratura riguardante i conflitti violenti e la strategia militare e la marginalità di studi concernenti l’impatto delle lotte non-violente nel corso della storia. Colmare questa lacuna, nella futura ottica teorica «sharpiana», sarebbe diventato il leitmotiv di tutta la sua vita.

Sulla non violenza negli Stati Uniti

Prima di addentrarci nel percorso e nell’opera di Sharp è doveroso qualche cenno al terreno socio-culturale in cui sarebbe fiorito il suo pensiero. La storia degli Stati Uniti vanta un’importante tradizione nonviolenta. Tra i precursori a noi più noti H. D. Thoreau (1817-1862), autore de La disobbedienza civile, fu il primo obiettore fiscale della storia moderna. Un quacchero, William Penn (1644-1718), fondò nel 1682 lo stato pacifista della Pennsylvania rimasto autonomo fino al 1756, in cui si praticavano la nonviolenza, la libertà religiosa, la tolleranza verso tutti i perseguitati – specialmente gli indiani nativi. La stessa rivoluzione americana si espresse, nelle fasi iniziali, nella forma nonviolenta del boicottaggio dei prodotti inglesi, più nello specifico del tè da cui prese il nome il celebre atto di protesta (Boston Tea Party) del 1773. Tuttavia, fu Rosa Parks poco meno di duecento anni dopo, nel 1955, a stabilire il vero precedente, rifiutandosi di cedere il posto ad un bianco sull’autobus come stabilivano le leggi segregazioniste dell’Alabama. Il celebre «boicottaggio di Montgomery», durato 382 giorni, diede il via alla lunga marcia degli afroamericani verso i diritti civili, impersonificata nella figura di Martin Luther King (1929-1968). La sua azione politica, promuovendo marce, boicottaggi, sit-in fu la dimostrazione che la nonviolenza attiva potesse vincere grandi battaglie morali e politiche, prima che la sua azione venisse travolta dall’odio razziale. La fine degli anni Sessanta vide anche il momentaneo successo dell’azione nonviolenta di César Chavez, il quale fondò un’organizzazione sindacale, la United Farm Workers, per proteggere i diritti di una minoranza sfruttata e oppressa, quella dei lavoratori agricoli della California di origine messicana (i chicanos).

Al di là delle esperienze di King e Chavez la storia americana è stata segnata dal fiorire di numerosi movimenti lungo lo spettro che va dal pacifismo alla controcultura passando per quello antinucleare e femminista. La nonviolenza, tuttavia, ha attraversato trasversalmente queste realtà senza darsi una propria identità autonoma o prendere coscienza di una collocazione specifica. Vi furono organizzazioni come l’American Fellowship of Reconciliation (fondata nel 1915), la War Resisters League (1923), la Women’s International League for Peace and Freedom (1915), il Peace Movement (1965-1975). Soltanto dopo la fine della guerra in Vietnam il movimento nonviolento ha cercato di strutturarsi, in un generale declino della militanza e della mobilitazione politica. In questo periodo si inserisce l’esperienza decisiva del Movement for a New Society, il cui nucleo venne fondato a Philadelphia nel 1971 con il Life Center. Questo movimento, nato per sviluppare un’analisi alternativa del sistema americano, ha cercato di diffondere la propria mission abbracciando come mantra nonviolenza personale e politica, attiva militanza, vita comunitaria volta al cambiamento sociale. George Lakey, uno dei leader e autore di un libro collettivo che espone il programma del movimento, scriveva: «Noi siamo creature del vecchio sistema che tuttavia vogliono aiutare a costruire il nuovo. Uno dei nostri programmi deve essere noi stessi»[2].

Quali sono, dunque, i tratti caratteristici dell’american way of non violence? Innanzitutto, è doveroso sottolineare il concetto di resistance. Il nonviolento americano – siano gli obiettori di coscienza, i renitenti, i disertori della guerra del Vietnam, i pacifisti come i Resisters che assediarono il Pentagono nell’ottobre del 1967 o le 13.500 persone arrestate durante il May-Day del maggio 1971 a Washington – vuole trasformare il sistema o agire contro di esso semplicemente resistendogli. Altri aspetti fondamentali, e ben radicati nell’universo valoriale americano, sono l’individualismo e il volontarismo. Segni di un’apparente scarsa politicizzazione, ma anche di una concezione della politica che vuole il cambiamento personale (espresso come liberation) come presupposto fondante di una rivoluzione sociale. Infine, peculiare della militanza non violenta americana è la costante ricerca del training, inteso come preparazione e addestramento all’atto non violento. Vere e proprie tecniche di formazione sono utilizzate per affinare la cooperazione, il coordinamento delle tattiche di gruppo. Dal punto di vista ideologico prevale una certa distanza con la teoria marxista del cambiamento sociale. Un dato certamente significativo, ascrivibile nella volontà di eludere il confronto con concetti politici scomodi come «Stato» e «capitalismo». Accanto ai movimenti dal basso è consistente la presenza e l’impatto di figure più istituzionalizzate, quelle dei ricercatori (o peace researchers) delle università, dei centri studi sulle strategie e dei conflitti, degli istituti di affari internazionali. Veri e propri think tank, perfettamente integrati nel sistema americano, il cui obiettivo, grazie all’immensa disponibilità di risorse e capitale umano, è quello di elaborare una tecnica «neutra» che possa applicarsi a seconda dei contesti e delle esigenze, spogliandosi di qualsiasi finalità politica. Articoli, manuali e dissertazioni prodotti allo scopo di fornire una soluzione al problema del conflitto, una ricetta per la pace sociale e internazionale. Alla luce degli avvenimenti più recenti – dal crollo relativamente pacifico dell’Unione Sovietica con le dinamiche di smembramento e democratizzazione delle ex repubbliche popolari sino alle primavere arabe – è chiaramente innegabile come la lotta nonviolenta direttamente o indirettamente abbia scritto un importante capitolo dopo il 1989. Nuove dinamiche e logiche che, come sentenzia Sharp, è bene tenere a mente poiché «la storia più recente […] non può neanche essere descritta, e a maggior ragione compresa, senza considerare il ruolo della lotta nonviolenta»[3].

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[1] ‘Statement from the Albert Einstein Institution on the death of our founder Dr. Gene Sharp’, https://www.aeinstein.org/

[2] S. Gowan, G. Lakey, W. Moyer, R. Taylor, Moving toward a New Society, New Society Press, Philadelphia, 1976; George Lakey, Strategy for Non-violent Revolution, London, Housmans Bookshop, 1970.

[3] G. Sharp, ‘Beyond Just War and Pacifism: Nonviolent Struggle towards Justice, Freedom, and Peace’, «The Ecumenical Review», Vol. 48, No. 2 (aprile 1996), pp. 233-250.


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Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Interessato di storia, politica e sicurezza americana e di geopolitica.

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