Scritto da Daniele Molteni
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Le guerre contemporanee si combattono sempre più nelle città, coinvolgendo una pluralità di attori e ridefinendo il rapporto tra dimensione civile e militare. In questo quadro, le città non sono più solo luoghi colpiti dalla guerra, ma veri e propri nodi geopolitici. Ne abbiamo parlato con Francesco Chiodelli, geografo ed esperto di studi urbani, a partire dal suo ultimo libro Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana (Bollati Boringhieri 2026), per discutere di immaginari geopolitici, urbanizzazione dei conflitti, tecnologie militari e delle loro ricadute sulle nostre società.
Francesco Chiodelli insegna Geografia economica e politica all’Università di Torino, dove dirige il Centro di ricerca interdipartimentale in studi urbani OMERO. I suoi lavori si concentrano sulle trasformazioni dello spazio urbano, sui processi di informalità e illegalità e, più recentemente, sulle dimensioni urbane dei conflitti, in particolare nel contesto israelo-palestinese. Tra le sue pubblicazioni: Cemento armato. La politica dell’illegalità nelle città italiane (Bollati Boringhieri 2023), Shaping Jerusalem. Spatial Planning, Politics and the Conflict (Routledge 2017) e Gerusalemme contesa. Dimensioni urbane di un conflitto (Carocci 2012).
Nel libro Città in guerra propone una lettura critica della geopolitica che prende le distanze dall’approccio classico, fortemente statocentrico. Come si costruiscono gli immaginari geopolitici e quali effetti producono nelle dinamiche di potere?
Francesco Chiodelli: Quando introduco la geopolitica ai miei studenti, parto da una definizione classica che la individua come la dimensione territoriale delle relazioni interstatali, regolate in ultima istanza dalla violenza. È una definizione che mette in evidenza alcuni elementi centrali: il territorio, la violenza – che non coincide solo con la guerra – e soprattutto lo Stato come attore principale. È questa l’impostazione che si afferma tra fine Ottocento e inizio Novecento e che, in forme diverse, continua ancora oggi a dominare il discorso pubblico. Il mio tentativo è però quello di prendere le distanze da questa visione “statocentrica”. Gli studi più recenti e critici di geografia politica mostrano infatti come la geopolitica si articoli su più scale, da quelle locali, come le città, fino a quelle sovranazionali. Nel libro, per esempio, ricorro all’esempio del caso della corsa allo spazio. È un ambito che raramente viene percepito come geopolitico, ma che in realtà lo è profondamente, perché anche lì è in gioco la conquista di un territorio, seppur extraterrestre. Se negli anni della Guerra Fredda la competizione era essenzialmente tra due Stati, Unione Sovietica e Stati Uniti, oggi il quadro si è allargato e coinvolge anche soggetti sovranazionali e attori privati. Questo evidenzia chiaramente quanto la geopolitica contemporanea sia più frammentata e plurale, ma il problema è che le narrazioni dominanti restano in larga misura ancorate allo Stato-nazione o, al massimo, ai grandi attori internazionali. Queste narrazioni non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a costruirla, orientando il modo in cui interpretiamo lo spazio e le relazioni di potere. Anche quando entrano in scena soggetti non statali – come nel caso della “guerra al terrore” o del conflitto israelo-palestinese – il linguaggio fatica ad adattarsi. Parliamo, ad esempio, di “guerra contro Hamas”, ma Hamas non è uno Stato: è un attore politico-militare che rappresenta solo una parte della popolazione palestinese. Già questi slittamenti mostrano quanto le categorie tradizionali siano in crisi.
In questo scenario, il ruolo delle città rimane in larga parte invisibile. Non esistono grandi narrazioni pubbliche che le pongano davvero al centro delle dinamiche geopolitiche, probabilmente anche perché continuano a essere attori solo parziali nei conflitti armati tradizionali. Tuttavia, se allarghiamo lo sguardo, le città emergono con forza, non solo come oggetti e vittime dei conflitti, ma anche come spazi in cui si articolano poteri, relazioni e forme di agency che incidono sulle dinamiche geopolitiche contemporanee. Paradossalmente, questo passaggio è colto più chiaramente dalle narrazioni artistiche e cinematografiche che da quelle politiche. La fantascienza, da questo punto di vista, è spesso pionieristica. Molti film e serie TV immaginano scenari futuri (e tendenzialmente distopici) fortemente urbani, in cui la città diventa il teatro principale dello scontro. Penso, per esempio, alla trilogia di Matrix o a molti episodi di Black Mirror, che mettono in scena forme di conflitto, controllo e potere riconducibili a una sorta di geopolitica urbana. È forse lì che questa trasformazione viene colta con maggiore lucidità.
Gli effetti della guerra si riversano sempre più sulle città, che occupano una posizione centrale anche nei conflitti contemporanei tra Stati. In che cosa consiste questa centralità e che cosa è cambiato negli ultimi decenni nelle dinamiche della guerra urbana?
Francesco Chiodelli: Le ragioni per cui le città sono oggi centrali nei conflitti sono essenzialmente due. La prima è ciò che nel libro definisco l’urbanizzazione del pianeta. Non si tratta solo del fatto che la maggior parte della popolazione mondiale vive in aree urbane, ma di un cambiamento più profondo che vede le città come il cuore economico, produttivo, istituzionale e culturale degli Stati. Colpire una città significa quindi colpire il punto più sensibile di un Paese. Attaccare Teheran, Gerusalemme o Tel Aviv, ad esempio, equivale a colpire il cuore dello Stato. Le città hanno quindi acquisito una centralità tale da diventare bersagli più visibili e anche strategicamente più “razionali”, perché concentrano nello stesso spazio infrastrutture, funzioni economiche e valore simbolico. La seconda traiettoria riguarda la trasformazione delle modalità della guerra. Da un lato si è ridotta la dimensione degli eserciti e la disponibilità a sostenere perdite umane elevate; dall’altro si sono sviluppate tecnologie sempre più sofisticate. Questo rende meno praticabile il modello di guerra novecentesco, basato su grandi masse e fronti estesi. Il combattimento tende invece a concentrarsi in spazi più ristretti, e sempre più spesso in contesti urbani.
A queste due dinamiche si aggiunge un terzo elemento: la moltiplicazione degli attori non statali. Molti di questi soggetti operano con risorse limitate e trovano proprio nella città un ambiente favorevole, perché consente di ridurre l’asimmetria rispetto agli eserciti regolari. Come osservava Tareq Aziz, Ministro degli Esteri dell’Iraq di Saddam Hussein, “le città sono le nostre nuove paludi e gli edifici sono le nostre giungle”: uno spazio complesso e frammentato che può favorire chi è più debole sul piano convenzionale. Finché il conflitto si gioca a distanza, attraverso bombardamenti o superiorità tecnologica, il vantaggio resta nelle mani degli attori più forti. Ma quando si tratta di occupare un territorio – mettere i cosiddetti boots on the ground – il combattimento urbano diventa estremamente difficile anche per gli eserciti regolari più forti. È lì che il margine di superiorità si riduce drasticamente, perché ogni avanzata può comportare perdite molto elevate. Questo non significa che tutte le guerre si svolgano esclusivamente nelle città – basti pensare alla dimensione marittima di alcuni conflitti, come vediamo in Iran – ma è evidente che lo spazio urbano è diventato uno dei luoghi centrali della guerra contemporanea. Non a caso, quando pensiamo a conflitti come quello tra Russia e Ucraina o tra Israele e Palestina, le immagini che emergono sono quasi sempre urbane.
A proposito della trasformazione degli eserciti, l’urbanizzazione dei conflitti sembra intrecciarsi sempre più con l’innovazione tecnologica. Come incidono questi cambiamenti sui concetti di spazio e tempo nelle guerre contemporanee? E che ruolo giocano, in questo quadro, tecnologie come l’intelligenza artificiale?
Francesco Chiodelli: Il tema dell’innovazione tecnologica è oggi molto presente nel dibattito pubblico, spesso però in modo selettivo. Si parla molto di intelligenza artificiale e di “robot da guerra”, ma nella maggior parte dei casi ci si riferisce a dispositivi come i droni: strumenti non umanoidi, ma in grado di svolgere compiti complessi con un certo grado di autonomia. Un aspetto meno visibile, ma fondamentale, è invece il ruolo dei dati. Queste tecnologie funzionano solo grazie alla raccolta e all’elaborazione di grandi quantità di informazioni. Operazioni mirate, ad esempio, sono spesso rese possibili dall’integrazione di dati provenienti non solo da sistemi di intelligence, ma anche da infrastrutture civili come le reti di videosorveglianza. In questo senso, la guerra contemporanea si nutre sempre più di dati prodotti nella vita quotidiana: dai telefoni cellulari, dalle carte di credito, dalle piattaforme digitali. La tecnologia militare è quindi strettamente intrecciata con infrastrutture sociali e civili. Allo stesso tempo, l’elevato livello tecnologico non implica una maggiore velocità dei conflitti. Anzi, osservando casi concreti come la guerra tra Russia e Ucraina, emerge come le guerre tendano a prolungarsi. Non esistono più, nella maggior parte dei casi, grandi fronti da sfondare; l’avanzata avviene in modo incrementale, spesso su scala molto ridotta, quartiere per quartiere, edificio per edificio.
Da questo punto di vista, possiamo parlare di una trasformazione profonda del rapporto tra spazio e tempo. Lo spazio è più difficile da conquistare, mentre il tempo necessario per farlo si dilata. Anche le modalità operative cambiano: se in passato gli assedi riguardavano intere città, oggi sono spesso localizzati in porzioni specifiche dello spazio urbano. Il conflitto procede per frammenti, quasi come la composizione di un puzzle. Questo aspetto, particolarmente rilevante per chi si occupa di geografia, resta però marginale nel dibattito pubblico, che continua a immaginare la guerra attraverso categorie novecentesche. Il combattimento urbano comporta invece conseguenze specifiche, tra cui l’impatto diretto sulle popolazioni civili, che diventano parte integrante del teatro di guerra.
La trasformazione delle modalità di assedio è evidente in diversi contesti contemporanei, come in Libano e a Gaza. Nel libro sottolinea però che, accanto all’innovazione tecnologica, continuano a essere impiegati strumenti tutt’altro che nuovi, come i bulldozer, che esemplificano la logica per cui la conquista di una città passa anche attraverso la sua distruzione sistematica, seguita eventualmente da una ricostruzione. Viene richiamato inoltre il concetto di “urbicidio” e il lavoro di Eyal Weizman, che ha analizzato queste dinamiche sia come architetto sia come ricercatore. Che cosa intendiamo per urbicidio e come si manifesta oggi?
Francesco Chiodelli: Il lavoro di Eyal Weizman è un riferimento importante per questo tema, anche se io cerco di affrontarlo da una prospettiva più geografica. Il concetto di urbicidio indica una forma specifica ed estrema di guerra urbana, ma non tutte le guerre combattute nelle città sono urbicide. Con questo termine si intende la distruzione intenzionale del corpo urbano non solo per sconfiggere il nemico, ma per colpire ciò che la città rappresenta. Gli studi sviluppati a partire dalla guerra in Bosnia ed Erzegovina mostrano chiaramente questa logica, secondo cui la città viene attaccata perché nel suo spazio fisico sono incorporati valori, relazioni e forme di convivenza. Colpire la città significa quindi colpire quelle possibilità. Un esempio emblematico è l’assedio di Sarajevo, dove la distruzione ha preso di mira anche luoghi simbolici come la biblioteca nazionale, nel tentativo di cancellare le testimonianze di una convivenza multietnica e multiculturale. L’urbicidio consiste dunque nell’attacco allo spazio urbano per eliminare ciò che quello spazio rende possibile sul piano sociale, culturale e politico. A mio avviso, Gaza rappresenta oggi uno dei casi più evidenti di urbicidio, anche se con logiche diverse da quelli in azione a Sarajevo. A Gaza non si tratta tanto di colpire una pluralità culturale, quanto di produrre quella che definisco una “disabilitazione spaziale permanente”: un ambiente talmente devastato da rendere impossibile alla popolazione vivere e funzionare come comunità urbana. Qui può essere utile un riferimento agli studi sulla disabilità, che mostrano come la disabilità non sia una caratteristica intrinseca dell’individuo, ma una relazione tra corpo e ambiente. Allo stesso modo, una popolazione diventa “disabilitata” quando lo spazio in cui vive – case, infrastrutture, reti essenziali – viene sistematicamente distrutto. La distruzione dello spazio produce quindi una forma di disabilità collettiva. L’obiettivo non è solo vincere il conflitto nel breve periodo, ma prolungarne gli effetti nel tempo. Anche nelle fasi di tregua, la devastazione dello spazio impedisce una reale normalizzazione della vita urbana.
Inoltre, ogni urbicidio implica anche una dimensione di “distruzione creativa”: non si distrugge soltanto per eliminare, ma anche per sostituire. Nel caso di Gaza, questo emerge nei progetti – espliciti o impliciti – di ricostruzione, che immaginano uno spazio completamente trasformato, spesso secondo modelli estranei al contesto. La distruzione dello spazio non riguarda solo edifici e infrastrutture, ma implica anche una cancellazione della memoria e delle forme di vita che quello spazio rendeva possibili. A questa distruzione materiale si accompagna spesso una riscrittura narrativa che tende a legittimarla, presentando ciò che esisteva come sacrificabile o privo di valore. Poiché non tutta la distruzione urbana rientra nella categoria di urbicidio, è importante utilizzare questo concetto con cautela. Tuttavia, in alcuni casi, e Gaza è sicuramente tra questi, esso descrive in modo particolarmente efficace una dinamica che è insieme materiale e simbolica, fatta di distruzione dello spazio e riscrittura del suo significato.
La seconda parte del libro prende le mosse dal cosiddetto “effetto boomerang” descritto da Michel Foucault, spostando il focus sugli effetti delle guerre contemporanee sulle nostre società. Negli ultimi decenni abbiamo osservato conflitti soprattutto in Medio Oriente, spesso percepiti come distanti, tranne in momenti specifici come l’11 settembre, gli attentati nelle capitali europee o l’invasione russa dell’Ucraina. In quei casi, la guerra è stata vissuta soprattutto come paura e come minaccia, legata al rischio di entrare nel conflitto o alla presenza di gruppi terroristici. In che modo, allora, questo effetto boomerang agisce sulle nostre società? E cosa intende quando parla di uno “stato di guerra permanente” nelle nostre città?
Francesco Chiodelli: Nella seconda parte del libro cerco di mostrare come alcune pratiche, dispositivi e forme di regolazione tipiche del contesto bellico entrino, in modo più o meno evidente, nella nostra quotidianità. Non si tratta ovviamente di una condizione paragonabile a quella dei territori in guerra, ma di una trasformazione più sottile e progressiva. Un primo elemento riguarda il trasferimento di tecnologie dal militare al civile. Internet è un esempio noto, spesso citato come caso positivo. Tuttavia, l’idea che la ricerca militare sia il motore principale dell’innovazione è in gran parte un mito, perché molti studi mostrano che investimenti analoghi in altri ambiti produrrebbero risultati anche migliori. Accanto a queste ricadute “benefiche”, esistono però effetti più problematici. Un caso emblematico è quello degli Stati Uniti, dove politiche come quelle dell’ICE o l’impiego della Guardia Nazionale mostrano una crescente militarizzazione di ambiti civili, in particolare nella gestione dell’immigrazione. Anche in Italia, con l’operazione “Strade Sicure”, la presenza dei militari nello spazio urbano è diventata progressivamente ordinaria, pur mantenendo un forte valore simbolico. In alcuni contesti, queste pratiche si collocano in una sorta di “stato di eccezione”, in cui vengono adottati strumenti che derogano alle normali garanzie, come le perquisizioni senza mandato nel caso dell’ICE. Si tratta di dispositivi tipici di situazioni straordinarie – guerra, terrorismo, emergenze – che vengono però applicati a questioni di ordine pubblico.
A questo si aggiunge una trasformazione negli atteggiamenti, con la diffusione di una mentalità per cui ogni civile può essere percepito come una potenziale minaccia, una logica che ho osservato direttamente in contesti come la Cisgiordania. È un modo di vedere tipico delle situazioni di guerra, che tende però a estendersi anche alle città occidentali. Lo stesso vale per gli strumenti utilizzati dalle forze di polizia, come i taser o le cosiddette armi “non letali”, che in realtà possono produrre conseguenze gravi, talvolta mortali, e spesso sono sviluppate dagli stessi attori industriali del settore militare. Infine, c’è il piano delle retoriche: categorie come “terroristi interni” o “nemici della nazione” contribuiscono a legittimare l’uso di misure eccezionali. Questi elementi non sono isolati, ma fanno parte di una trasformazione più ampia, in cui pratiche, tecnologie e immaginari tipici del contesto bellico tendono a diffondersi nello spazio urbano contemporaneo. Quando parlo di “stato di guerra permanente”, mi riferisco proprio a questo insieme di trasformazioni legate alla progressiva normalizzazione, nella vita quotidiana, di logiche, strumenti e mentalità tipiche del contesto bellico. Dinamiche che in alcuni Paesi sono già molto evidenti, mentre in altri – come l’Italia – appaiono al momento più attenuate, ma comunque presenti.
Le politiche legate alla sicurezza sembrano sempre più intrecciarsi con processi di criminalizzazione della manifestazione del dissenso, della protesta e dell’attivismo. Lo abbiamo visto, ad esempio, nella chiusura di centri sociali, nella gestione delle manifestazioni e nel modo in cui chi manifesta viene descritto nel discorso pubblico. A questo proposito, nel libro riprende anche una distinzione elaborata da Zygmunt Bauman tra diversi tipi di sicurezza. In che cosa consiste questa distinzione e come ci aiuta a interpretare le politiche contemporanee?
Francesco Chiodelli: Zygmunt Bauman propone di pensare la sicurezza come un concetto polisemico e articolato, che comprende dimensioni diverse. La prima riguarda la precarietà esistenziale, l’incertezza rispetto al futuro, al lavoro, alla possibilità di costruire un progetto di vita. La seconda è legata alla crisi dei sistemi di valori e alla perdita di punti di riferimento condivisi. E infine, c’è la dimensione della sicurezza fisica. Secondo Bauman, è proprio quest’ultima a essere privilegiata dalle politiche pubbliche, non perché sia la più rilevante, ma perché è la più semplice da affrontare – o almeno da rappresentare come tale. Intervenire sulla precarietà o sull’incertezza esistenziale è complesso e richiede tempi lunghi; agire sulla sicurezza fisica, invece, consente di produrre misure visibili e immediate, compatibili con i tempi della politica. Da qui deriva l’emergere di politiche che potremmo definire “revanchiste”, sviluppatesi negli Stati Uniti negli anni Novanta e poi diffuse anche in Europa. Si tratta di interventi mirati contro categorie specifiche associate a una percezione di insicurezza, spesso più simbolica che reale.
In molti casi, infatti, non si tratta tanto di insicurezza reale quanto di una condizione costruita attraverso narrazioni che associano determinati soggetti a un senso diffuso di minaccia. In questo quadro rientrano anche le politiche sul decoro urbano, che fanno leva sulla paura del degrado o del diverso: la presenza di persone senza fissa dimora, ad esempio, diventa un problema di ordine pubblico più che una questione sociale. Si interviene quindi con strumenti relativamente semplici – panchine con braccioli, zone rosse, ordinanze restrittive – che sono visibili e politicamente efficaci, ma non incidono sulle cause profonde. Ho osservato dinamiche simili, ad esempio, nei pressi della stazione di Bergamo, dove episodi circoscritti sono stati amplificati mediaticamente, portando a interventi rapidi come gli sgomberi. In questi casi, però, non si affrontano né la precarietà né le condizioni strutturali che producono insicurezza. Si agisce piuttosto su una dimensione simbolica, modificando la percezione di una parte della popolazione senza incidere sul problema nel suo complesso.
Il tema della sicurezza è legato ovviamente anche al fenomeno della sorveglianza. In alcuni contesti di guerra, strumenti a uso civile come i sistemi di videosorveglianza vengono impiegati per fini militari, come nel caso dell’uccisione di Ali Khamenei da parte di Israele il 28 febbraio 2026. In questo senso sembra verificarsi un ulteriore ribaltamento: non solo la dimensione militare entra in quella civile, ma anche strumenti a uso civile vengono a loro volta utilizzati per fini militari. Si tratta di una dinamica nuova? E in che modo contribuisce a intrecciare ulteriormente le dimensioni di città, guerra e rapporto tra civile e militare?
Francesco Chiodelli: Questi fenomeni mostrano chiaramente quanto il confine tra civile e militare sia diventato sempre più poroso. La videosorveglianza, ad esempio, nasce e si sviluppa in contesti specifici – dai casinò di Las Vegas fino alla gestione del terrorismo nord-irlandese dell’IRA nel Regno Unito – per poi diffondersi nello spazio urbano fino a diventare una componente ordinaria delle nostre città. Oggi viviamo in ambienti saturi di telecamere, perché queste tecnologie sono percepite come strumenti in grado di aumentare la sicurezza. Tuttavia, quello che osserviamo è un processo circolare: tecnologie sviluppate o utilizzate in contesti di conflitto vengono normalizzate in ambito civile, ma possono essere nuovamente impiegate per scopi militari. Il punto centrale, ancora una volta, è il ruolo dei dati. Le tecnologie contemporanee, dai droni ai sistemi automatizzati, dipendono dalla raccolta e dall’elaborazione di informazioni. E una parte significativa di questi dati proviene proprio da infrastrutture civili diffuse, come i sistemi di sorveglianza urbana.
Questo intreccio produce una trasformazione profonda negli spazi della vita quotidiana, che diventano potenziali risorse per il conflitto. E se il confine tra civile e militare è poroso, lo è in entrambe le direzioni. Così come infrastrutture civili possono essere utilizzate in ambito militare, possono anche essere sfruttate in azioni ostili, come già accaduto in diversi attentati che hanno fatto uso di mezzi e tecnologie ordinarie, come aerei e automobili. Per ora tendiamo a percepire questo processo come qualcosa che riguarda “gli altri” o che avvantaggia le cosiddette democrazie occidentali, ma in realtà questa integrazione comporta anche nuove vulnerabilità. I due ambiti – guerra e vita urbana – risultano sempre più sovrapposti, e questa sovrapposizione introduce rischi che riguardano direttamente le nostre società.
Nell’epilogo del libro, nel tentativo di trovare una cura a questa diagnosi, affronta il tema della geopolitica della pace, introducendo i concetti di pace negativa, ovvero assenza di guerra, e pace positiva, relativa cioè alla costruzione attiva di relazioni, equità e giustizia sociale. Che cosa significa oggi pensare una geopolitica della pace positiva? E quale ruolo possono avere, in questo senso, le città?
Francesco Chiodelli: Trattandosi di un libro piuttosto cupo, mi sono posto il problema di chiudere senza lasciare solo una sensazione di pessimismo, e ho provato a ragionare sul tema della pace che, pur essendo presente, resta ancora relativamente marginale anche nella letteratura accademica. Tra le diverse concezioni di pace, quella dominante è la pace negativa, intesa come assenza di guerra, cioè come sospensione del conflitto armato. Accanto a questa esiste però una prospettiva più ampia, quella della pace positiva, che rimanda alla costruzione di relazioni, a forme di giustizia sociale e a condizioni di maggiore equità. Se guardiamo alla pace negativa, il margine di azione delle città e della società civile è piuttosto limitato, perché le dinamiche geopolitiche che conducono ai conflitti sfuggono in gran parte al controllo degli attori locali. Le città hanno una loro agency, ma difficilmente possono incidere in modo diretto su questi processi. Diverso è il discorso per la pace positiva, che apre uno spazio, piccolo ma significativo, in cui è possibile intervenire. Ed è uno spazio che riguarda soprattutto la dimensione urbana. Non è un caso che molte mobilitazioni contemporanee abbiano una forte componente urbana: penso, ad esempio, alle proteste contro le politiche migratorie negli Stati Uniti o alle manifestazioni in Iran. Questo dipende anche dal fatto che le città concentrano gran parte della popolazione, ma soprattutto perché sono luoghi – anche se non necessariamente armoniosi o privi di conflitto – di relazione, mescolanza e pluralità. Ed è proprio questa densità di differenze che rende possibile la formazione di movimenti sociali e di pratiche politiche più avanzate. Anche i dati elettorali, in molti contesti, mostrano come le città tendano a esprimere orientamenti più progressisti rispetto ad altri territori.
Questo suggerisce che lo spazio urbano possiede un potenziale specifico che può essere attivato: costruire relazioni, rafforzare pratiche di inclusione, valorizzare il pluralismo. La pace positiva rappresenta quindi una direzione di lavoro di medio-lungo periodo, che non elimina i conflitti, ma può contribuire a ridurne le condizioni di possibilità. Naturalmente, tutto questo vale finché non si entra in una situazione di guerra aperta. Quando il conflitto esplode, questi spazi si restringono drasticamente, se non vengono del tutto annullati. Ed è anche per questo che la pace positiva rappresenta, in fondo, un argomento contro la guerra: perché la guerra non solo produce distruzione, ma interrompe proprio quei processi sociali e politici che rendono possibile una convivenza più giusta e duratura.