“Germania/Europa” di Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca
- 16 Novembre 2017

“Germania/Europa” di Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca

Recensione a: Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca, Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca, Donzelli, Roma 2017, 200 pp., 20 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

7 minuti di lettura

La Germania è spesso al centro del dibattito pubblico, soprattutto in questi ultimi tempi segnati da una crisi politica, economica ed esistenziale dell’Europa. Il motivo è semplice: il destino del Vecchio continente è indissolubilmente legato agli orientamenti politici della Bundesrepublik, azionista di maggioranza in campo decisionale per forza e ricchezza. Senza Berlino infatti le varie spinte propositive volte al raggiungimento di una maggiore integrazione politica si traducono in mere velleità.

Proprio perché asse portante dell’intero sistema europeo, la Germania merita un’analisi che spezzi il letto di Procuste dei luoghi comuni e permetta di riflettere con lucidità sul futuro di questo Paese all’interno dell’Europa: per riprendere il dilemma lanciato nel 1953 da Thomas Mann agli studenti dell’Università di Amburgo, corriamo verso un’Europa tedesca o una Germania europea? Deve la Germania sconfessare la celebre definizione dell’Economist di “egemone riluttante” e assumere la leadership del Vecchio continente? La politica economica tedesca è da emulare o ci sono in essa alcune criticità che, al contrario, danneggiano i partner europei e rallentano l’integrazione?

Germania/Europa di Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca ha il merito, come ha scritto Lucio Caracciolo su Repubblica, “di avvicinarci al caso tedesco rompendo gli schemi e scavando in profondità nella storia e nell’attualità della maggiore potenza europea”. Filosofo della politica e germanista il primo, economista e già membro del Direttorio della Banca d’Italia il secondo, gli autori fotografano la Germania da due prospettive diverse. Nonostante Bolaffi si focalizzi principalmente sugli aspetti socio-culturali – riprendendo molti dei temi già affrontati nel suo precedente libro Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea (Donzelli 2013) – e Ciocca sulla storia economica del Paese, i punti di incontro-scontro sono evidenti e spetta al lettore riflettere su quale chiave di lettura sia più convincente.

 

Germania, da «malato d’Europa» a modello per il continente?

Per Bolaffi la Germania è il baricentro di stabilità geopolitica del Vecchio continente, uno dei paesi – cita Ian Kershaw – “più pacifici, democratici, stabili e non nazionalisti del mondo”. L’autore si scaglia, ponendosi in una prospettiva nettamente apologetica, contro i pregiudizi e gli stereotipi in chiave anti-tedesca che da anni inquinano un già nebuloso dibattito interno europeo: l’euro non è stato voluto dalla Germania per esercitare la propria volontà di potenza geo-economica, ma da Mitterrand – timoroso di una potenziale supremazia del marco –, come condizione per l’assenso francese alla riunificazione tedesca. Inoltre non è vero che la classe dirigente tedesca non voglia una maggiore integrazione europea, anzi; il problema, sottolinea il filosofo, sono gli altri Stati che, al posto di sistemare i propri problemi interni, se la prendono con l’austerità. “Il passo decisivo che oggi occorre compiere è prendere definitivamente atto che non solo non esiste un’Europa senza e contro la Germania, ma che solo attorno alla Germania è possibile (forse) costruire l’unione dell’Europa” (p. 8). L’ottimismo di Bolaffi e la sua convinta germanofilia poggiano sull’idea che questo Paese abbia compiuto quella che Peter Sloterdijk definisce metanoia, una sorta di pentimento-ravvedimento: la Germania ha preso congedo dal suo passato, si è stedeschizzata, è post-tedesca. I valori occidentali sono stati completamente assorbiti in un processo che l’autore ritiene “una trasformazione epocale, una sorta di miracolo etico-politico” (p. 27). La forza tedesca, ancor prima che economica, è di natura spirituale.

Dopo aver trattato gli aspetti socio-culturali, Bolaffi entra nel vivo del dibattito attuale. La posizione dell’autore è chiara e limpida: “La rinnovata potenza della Germania che le riforme del governo Schröder (la cosiddetta Agenda 2010) hanno trasformato da «malato d’Europa» in nazione leader del Vecchio continente […] ha suscitato il timore e il risentito sospetto degli altri europei che, incapaci di realizzare le riforme necessarie e di tener fede a quanto previsto da quei trattati europei che pure avevano liberamente sottoscritto, hanno preso la scorciatoia che in Europa funziona sempre: quella di cercare un capro espiatorio” (pp. 63-64). La convinta adesione di Bolaffi al Modell Deutschland è l’aspetto più caratteristico della trattazione del filosofo, ma soprattutto quello che maggiormente diverge, come vedremo, dall’antitetica tesi dell’economista Ciocca. Il discorso dell’autore rischia però di cadere nella trappola della facile glorificazione dell’esistente tedesco e di lasciarne in ombra problemi e contraddizioni: non si cura della scarsità di infrastrutture in Germania, dovuta ad una politica neomercantilistica orientata a trasferire risorse all’estero, o dei bassi salari e della precarietà dilagante, problemi più esacerbati che risolti dalle riforme del governo Schröder. Bolaffi sembra auspicare una Agenda 2010 per ogni Stato membro, o almeno così si evince dal suo insistere sulla necessità per i paesi in crisi – tra cui l’Italia – di eseguire le riforme strutturali, senza però domandarsi se questa via sia davvero l’unica praticabile, se la Germania sia veramente un locus amoenus oppure, come le ultime elezioni lasciano intendere, vi siano ferite sociali più profonde di quanto i felici numeri del Pil vogliano far credere. Il discorso del filosofo è dunque segnato da una visione che per certi aspetti può apparire unilaterale, apologetica nei confronti della realtà tedesca e assai poco incline a comprendere il punto di vista degli altri paesi.

La proposta dell’autore per il futuro dell’Europa è in linea con la visione descritta: “La realtà è che il Modell Deutschland si è rivelato dal punto di vista economico quello più efficiente e meglio attrezzato per difendere nell’età del «conflitto-mondo» le conquiste sociali del welfare europeo […] E’ proprio questo il modello che gli altri paesi europei e l’Europa dovrebbero prendere a punto di riferimento” (pp. 69-70). Sono gli altri Stati che devono attuare le riforme strutturali e mettere i conti in ordine per essere competitivi, non è la Germania a dover concedere flessibilità e rinnegare le sue politiche ordoliberali anti-inflattive e anti-keynesiane. Per l’autore austerità “significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia” (p. 11). L’austerità è condizione di una crescita sostenibile, la flessibilità partorisce invece il cosiddetto azzardo morale: la possibilità di spendere in deficit disincentiva dall’implementare le riforme necessarie per affrontare le sfide globali. Nemmeno la drammatica situazione attuale europea – crisi occupazionale, bassa inflazione, scarsa produttività –, difficilmente affrontabile con una politica ordoliberale restia agli investimenti pubblici e ossessionata dal feticcio della moneta forte, sembra mettere in discussione le condizioni dell’autore: il modello tedesco è il migliore, gli altri Stati sono nel torto quando lamentano un’eccessiva austerità.

Le ultime pagine sono dedicate ad una riflessione sull’Occidente e al ruolo che dovrà assumere in futuro l’Europa: “Lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, appare nel segno di quello che i francesi chiamano il dégagisme: un desiderio di «rovesciamento totale» coniugato […] con una forte richiesta di autorità […] Assisterà l’Europa impotente a una nuova <<distruzione della ragione>>? O come invece alcuni confortanti segnali, a cominciare dalla vittoria di Emmanuel Macron in Francia […] lasciano sperare toccherà al Vecchio continente sotto la leadership della Germania difendere le ragioni di una governance del mondo globale non nel segno della logica amico-nemico ma in chiave inclusiva e sostenibile? (pp. 96-98). L’autore, come è intuibile, confida nel secondo scenario.

 

Germania, dall’ordoliberalismo al neomercantilismo

“Il neomercantilismo tedesco rischia di precipitare l’Unione europea in una crisi senza precedenti, che potrebbe rivelarsi esiziale”. L’incipit di Pierluigi Ciocca è un’invettiva netta, priva di sconti, chiaramente alternativa rispetto alla tesi di Bolaffi: il Modell Deutschland non appare qui come un esempio da seguire, anzi, è un freno, sia per l’Unione che per la Germania stessa. L’autore critica il modus operandi della politica economica tedesca, orientata al perseguimento di abnormi surplus nella bilancia dei pagamenti. All’indiscussa qualità del Made in Germany, si affianca uno strategico rigorismo fiscale che, frenando la domanda interna, limita le importazioni e sollecita le esportazioni: da qui la posizione creditoria del Paese verso l’estero. Questa politica però “infligge ai cittadini tedeschi pesanti oneri d’ordine economico: bassa crescita del reddito, spreco di risorse unito a inadeguatezza di infrastrutture, perdite sugli investimenti all’estero” (p. 107).

Pierluigi Ciocca, dati alla mano, traccia una breve storia economica del Paese, “debitore ieri, creditore oggi”. L’excursus parte dal 1871, anno della proclamazione del Reich unitario. Tra il 1871 e il 1913 il Pil reale tedesco crebbe del 2.8% l’anno, portando l’economia della Germania ad essere nel 1913 seconda solo a quella degli Stati Uniti. “Alla vigilia del primo conflitto mondiale la Germania era il terzo Paese creditore del mondo” (p. 169) ma pochi anni dopo la dura sconfitta e la “pace cartaginese” imposta a Versailles strozzarono l’economia tedesca e la Germania divenne Paese debitore nei confronti dell’estero. Gli anni seguenti furono caratterizzati dalla traumatica iperinflazione del biennio 1922-23, dalla depressione del 1929 e dal decennio (1933-1943) di fortune hitleriane – disoccupazione inesistente e incremento annuale del PIL oltre l’11% –. Infine il collasso della seconda guerra mondiale.

La ricostruzione post-bellica si ispirò ai dettati dell’ordoliberalismo della scuola di Friburgo: ne scaturì una politica economica – l’economia sociale di mercato – basata sulla libera concorrenza e sull’equilibrio sociale, debole dal punto di vista teorico secondo l’autore ma fortunata negli esiti. “Nell’intera «età aurea» dello sviluppo mondiale, tra il 1950 e il 1973, il PIL della Germania federale salì del 6% l’anno” (p. 156) e “[…] anche nella crisi internazionale degli anni settanta la Germania confermò la stabilità e la capacità produttiva che aveva saputo conquistare dal secondo dopoguerra, saldamente basate sui fondamentali della sua economia e su orientamenti socialmente condivisi della politica economica” (pp. 162-163). Grazie agli avanzi commerciali l’incubo del debito estero, cancellato per metà dall’accordo di Londra del 1953 – i vincitori vollero evitare l’errore di Versailles: ovvero punire e umiliare la Germania- svanì agli inizi degli anni sessanta e il Paese tornò ad essere creditore netto del resto del mondo. Il trend positivo venne poi frenato dai costi della riunificazione (1990), ma già dal 2002 il conto corrente con l’estero tornò in attivo, attestandosi su un trend crescente che ancora oggi permane.

Pierluigi Ciocca critica aspramente il neomercantilismo tedesco; non solo per gli squilibri che provoca nei rapporti commerciali con gli altri partner – fatto non trascurabile però se si pensa alla proposta di Bolaffi: se tutti gli Stati prendessero come riferimento la Germania, sarebbe sostenibile lo scontro tra varie politiche neomercantilistiche? –, ma anche per i costi che gli stessi tedeschi devono sopportare: “Il prodotto interno lordo, frenato dal lato della domanda, cresce meno di quanto potrebbe […] Attraverso il saldo attivo della bilancia commerciale la Germania continua a trasferire all’estero cospicue risorse reali […] Tali mezzi, se fossero stati investiti all’interno invece di essere ceduti ad altri paesi, avrebbero innalzato il livello della vita del popolo tedesco” (pp. 181-182).

La posizione creditoria consente alla Germania di esercitare un’egemonia in Europa sia politica che economica. La domanda che Ciocca si pone è: come dovrebbe la Bundesrepublik organizzare questa egemonia? È un’assurdità, sostiene l’economista, che la Germania con la crisi occupazionale attuale ostacoli gli investimenti pubblici nell’area euro. In netto disaccordo con Bolaffi, Ciocca ritiene che la Germania debba comprendere i problemi degli altri Stati (i quali devono comunque mettere la propria casa a posto, qui l’economista è chiaro), lavorare per trovare soluzioni comuni e non porsi come ostacolo. Anche perché “sul piano geopolitico la Germania ha rilievo se inscritta nell’Euroarea e nell’Unione europea […] Ha bisogno dell’Europa non meno di quanto ne abbia l’Europa della Germania” (p. 188). Una Germania più solidale, che abbandoni il neomercantilismo e cooperi con gli altri paesi: queste le speranze di Ciocca.

La lettura di questo libro pone numerosi spunti di riflessione. Il j’accuse di Bolaffi rivolto a tutti coloro che usano la Germania come capro espiatorio si contrappone al j’accuse di Ciocca indirizzato al neomercantilismo tedesco. Se sulle brillanti analisi socio-culturali del filosofo non vi è disaccordo tra gli Autori, sul tema essenziale riguardante il futuro europeo ci vengono indicate invece due direzioni antitetiche: da una parte l’invito di Bolaffi a prendere come riferimento il Modell Deutschland e creare un’Europa forte attorno alla leadership tedesca. Dall’altra la speranza che sia la Germania a rivedere le sue politiche neomercantilistiche e di austerità, ad avviare un’economia più sostenuta e ad aprirsi empaticamente ai problemi degli altri paesi.

Il libro non indica quale direzione seguire, lascia che sia il lettore a trarre le sue conclusioni. La profondità delle analisi e i problemi sollevati aiutano però ad entrare in una realtà, quella tedesca, più complessa ed articolata di quanto i soliti luoghi comuni facciano credere.

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato praticante e dottorando di ricerca presso l’Università di Udine nel campo del diritto dei trasporti e commerciale. Su Pandora Rivista scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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