Giganti digitali e potere di mercato. Intervista a Tommaso Valletti
- 20 Novembre 2019

Giganti digitali e potere di mercato. Intervista a Tommaso Valletti

Scritto da Alberto Prina Cerai e Raffaele Danna

6 minuti di lettura

Dal 7 al 10 novembre si è svolto a Torino il Festival della Tecnologia “Tecnologia è umanità” organizzato dal Politecnico in occasione del 160esimo anniversario della sua fondazione. Un programma vastissimo, suddiviso in sei macro-percorsi ai quali sono stati associati approfondimenti specifici nei vari incontri e panel di discussione che si sono tenuti nei principali centri culturali torinesi e nella sede del Politecnico. Al centro del Festival le sfide della rivoluzione digitale e delle nuove frontiere tecnologiche, che stanno trasformando la nostra vita quotidiana, le nostre società e riconfigurando le relazioni internazionali. Come scrivono i curatori del Festival, Luca De Biase e Juan Carlos De Martin, nell’Introduzione al programma: «abbiamo bisogno di comprenderla col contributo di tutti in modo da rendere possibile, […] un confronto collettivo su quale tecnologia vogliamo, per quali fini, in quale forma e in quali tempi».

Abbiamo avuto il piacere di intervistare alcuni ospiti e relatori presenti al Festival: Alessandro Aresu, Tommaso Valletti e Cristopher Cepernich. L’intervista a Valletti – Professore di economia presso l’Imperial College Business School di Londra e l’Università di Roma Tor Vergata, direttore accademico congiunto del Centre for Regulation di Bruxelles e dal 2016 al 2019 Chief Economist della Direzione generale della concorrenza della Commissione europea – che qui proponiamo è stata svolta a margine dell’incontro “Giganti digitali e competizione”.


Il mondo del digitale ha registrato negli ultimi anni un crescente fenomeno di centralizzazione, con pochi attori che sono emersi come protagonisti nei rispettivi settori. Si tratta di un fenomeno inevitabile, intrinsecamente legato alla struttura di questa tecnologia, oppure è possibile immaginare una declinazione differente del digitale? Che spazio hanno e potranno avere a suo avviso l’open software e altri modelli di digitale aperto e collaborativo?

Tommaso Valletti: Le forze economiche – per via delle esternalità della rete e delle economie di scala – sicuramente portano alla concentrazione del potere di mercato, però sono fenomeni che abbiamo già riscontrato in altri in campi. Basti pensare, per esempio, alle telecomunicazioni, ambito nel quale l’ambizione di poter puntare ad un’offerta globale e il beneficio di poter contare su reti più ampie possibili comportano processi simili. Nelle telecomunicazioni si è ovviato al problema imponendo delle regole di interconnessione, di inter-connettività “point-to-point” e di portabilità del numero. Questo evidenzia analogie importanti che possono essere replicate nel campo del digitale, settore che prevede tuttavia sistemi chiusi con vari monopoli in diversi campi – i social network, i motori di ricerca, i marketplace elettronici, che corrispondono all’ecosistema di Facebook, Google e Amazon, rispettivamente. È necessario pensare a delle regole affinché questi ecosistemi non siano così impermeabili e chiusi, ovviamente adattandole alle specificità del caso. Pensare, ad esempio, alla portabilità dei dati: i dati degli utenti possono essere resi anonimi in forma “machine-readable” affinché altri fruitori possano accedervi. Ci possono essere degli intermediari, poiché è chiaro che sarebbe impensabile chiedere a Facebook un corrispettivo per l’accesso ai propri dati se questo avvenisse individualmente, ma se esistesse un aggregatore che riuscisse a mettere insieme 30, 40 milioni di utenti come collettività giuridica-politica – una sorta di “sindacato” digitale o “data labor union” – questo potrebbe rappresentare un contropotere di mercato non indifferente. Tuttavia, per realizzare tutto ciò è necessario che alla base ci siano delle regole ben precise, come ho auspicato nel mio intervento[1]: ci sono esternalità informative molto forti quindi il mercato, di per sé, non sarà mai destinato ad essere ottimale ed equilibrato.

 

Com’è possibile parlare di mercati concorrenziali in un mondo in cui Alphabet detiene un sostanziale monopolio sulle ricerche online, Facebook controlla i social network più diffusi – con l’eccezione di Twitter – e Amazon domina l’e-commerce?

Tommaso Valletti: Se guardiamo a quello che si è tentato di fare al Direttorato per la Concorrenza della Commissione europea abbiamo un esempio di come questo sistema possa essere affrontato: occorre fare in modo che al potere di mercato perlomeno non corrispondano abusi. Per chiarire: se Google si presenta come il miglior motore di ricerca esistente sul mercato va benissimo, ma se per mantenersi tale impone dei vincoli su Android che deve essere preinstallato insieme a Chrome o al proprio motore di ricerca, queste sono costrizioni che rendono una reale concorrenza impossibile. Quindi in questo senso è necessario discutere e introdurre il concetto di “unbundling” (separazione), affinché altri motori di ricerca se la possano giocare sul merito, non dovendo ovviare a tutti questi vincoli ancillari che sono stati imposti da Google.

 

I colossi digitali hanno a disposizione un’ingente quantità di dati, e stanno investendo sempre di più sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. In questo momento quali sembrano le implicazioni più dirompenti per questa tecnologia?

Tommaso Valletti: Pur essendo un tema che non rientra nello specifico tra le mie competenze, quello che mi sento di poter segnalare e osservare sono le applicazioni nella gestione dei dati sanitari personali, dei veicoli autonomi e sulla sorveglianza degli individui che – ahimè – rischia di avere un impatto politico non di poco conto. Tuttavia, credo che le prime due siano le applicazioni principali e in fase avanzata, specificando che per sanità si intende anche il mondo delle assicurazioni.

 

La digitalizzazione sta trovando un’applicazione sempre più pervasiva nel mondo che ci circonda, dagli smartphone allo sviluppo dell’Internet of Things e alle stesse smart city. Quali conseguenze avrà questo fenomeno sui processi di “governamentalità” delle democrazie occidentali? Quali conseguenze avrà questa tecnologia sulla nostra idea di libertà, di privacy, di diritti? 

Tommaso Valletti: Grandissima domanda e soprattutto cruciale. Paradossalmente la risposta al grande controllo che i colossi digitali hanno su di noi non può essere un controllo pubblico, nel senso che i rischi per la democrazia sono troppo elevati e vincolati alla natura del potere pubblico in considerazione. Un governo democratico potrà mettere in campo un determinato tipo di approccio, un governo autoritario potrà avere obiettivi differenti. La direzione dovrebbe essere quella di rivedere e affermare il concetto di privacy come diritto fondamentale, che deve essere applicato sostanzialmente, non limitandosi ad accettare l’ambiguità e la non tracciabilità definitiva delle nostre informazioni. Deve essere uno strumento a disposizione dell’individuo ma anche tale da indurre un cambiamento rispetto al paradigma commerciale ed economico imperante. Siamo arrivati ad un punto, per farla semplice, in cui pur di massimizzare il guadagno, l’efficienza immediata di un servizio (quindi tanto per il consumatore quanto per quelle aziende immerse nel commercio digitale) siamo disposti ad accettare una maggior profilazione: se Amazon recapita un oggetto in due giorni invece che in due ore la differenza non è sostanziale; tuttavia se per ottenere il secondo risultato i cittadini, i consumatori e gli individui rinunciano consapevolmente ai propri diritti fondamentali, questo ha enormi conseguenze. Ci sono tantissime domande alle quali non abbiamo ancora risposto. Per questo occorre decelerare un po’, rallentare e porsi queste questioni. Si utilizzino le piattaforme di discussione pubblica che abbiamo a disposizione per fare in modo di non ritrovarsi spiazzati in futuro: la concentrazione economica è tale per cui sarebbe difficile se non impossibile tornare indietro. Bisogna discutere di quale sia la nostra priorità come cittadini prima di tutto. Ci stiamo facendo sorprendere a posteriori da tutti i danni potenziali di determinate implicazioni del digitale – pensiamo, al di là delle opinioni personali, ai tragici risvolti in Myanmar con le campagne d’odio e di razzismo circolate su Facebook, il quale ha avuto una responsabilità di un certo livello, oppure alle conseguenze dei tweet di Donald Trump o dello scandalo di Cambridge Analytica –. Fasciarsi la testa dopo aver raccolto i cocci è inutile: invertiamo il ragionamento. Puntiamo ad avere interlocutori pubblici più forti. Non so se ci siano in Italia, anche se lo spero, ma personalmente ho lavorato con Margrethe Vestager a Bruxelles e in lei ripongo la massima fiducia.

 

Si sente sempre più spesso fare riferimento agli strumenti legislativi dell’anti-trust in riferimento alla percepita necessità di limitare il potere di mercato dei giganti del Web. Lei crede che questa possa essere una strategia da parte del regolatore per cercare di limitare il potere di queste aziende?

Tommaso Valletti: Sull’intervento dell’anti-trust sul comportamento delle aziende, come ho detto poc’anzi, la fragilità e la criticità di questo strumento è il tempo: i ricorsi e le procedure sono molto farraginose, durano troppi anni e si finisce poi per avere conseguenze reali quando ormai è troppo tardi. Nei settori digitali con dinamiche molto veloci sulle quote di mercato è quasi impossibile ripristinare la concorrenza perduta. Per quello che riguarda le fusioni, ne abbiamo consentite troppe (anzi, tutte) nel settore digitale: dobbiamo contrastarle con maggior fermezza e tempismo, possiamo anche sfruttare le cosiddette “presunzioni strutturali” – in breve, l’accrescere del potere di mercato legato ad una acquisizione da parte di uno dei giganti digitali come Google o Facebook è sempre dannoso a meno che le imprese dimostrino, in maniera ineccepibile, che vi siano guadagni d’efficienza. Stringere la morsa sulle fusioni delle imprese monopolistiche – affinché non siano in grado di acquistarne altre centinaia negli anni a venire, consentirebbe invece ad altre aziende minori questa possibilità di fusione. Questo perché è comprensibile che la strategia d’uscita di un imprenditore digitale sia attraverso una fusione con un’altra azienda, ma è essenziale che quest’ultima non sia Google o Facebook. Ci sono anche altri soggetti a cui rivolgersi e che, finalmente, potrebbero diventare rivali reali dei giganti digitali, a vantaggio di noi utilizzatori. Invece sull’azione antitrust secondo me i tempi d’intervento, come dicevo, sono talmente lunghi in un settore così dinamico come il mercato digitale che la regolamentazione ex ante è la soluzione più percorribile, così come abbiamo fatto in altri settori al alta concentrazione.


[1] Si fa riferimento all’incontro Giganti digitali e competizione tenuto da Tommaso Valletti nell’ambito del Festival, https://www.festivaltecnologia.it/sessioni/giganti-digitali-e-competizione.

Scritto da
Alberto Prina Cerai e Raffaele Danna

Alberto Prina Cerai laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Raffaele Danna ha studiato filosofia a Bologna ed è dottorando in storia all'Università di Cambridge. Su twitter è @Raff_Danna.

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