La Grande Guerra: “Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”
- 26 Febbraio 2016

La Grande Guerra: “Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”

Recensione a: Emilio Gentile, Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo. Storia illustrata della Grande Guerra, Laterza, Roma-Bari 2015, pp. 240, 18 euro (scheda libro)

Scritto da Andrea Germani

7 minuti di lettura

L’aspetto forse più paradossale della Grande Guerra è che essa può essere anche vista come la reazione all’omicidio di un erede al trono; il massacro di dieci milioni di giovani appare allora una conseguenza assolutamente sproporzionata rispetto alla morte violenta di uno solo e sembra ancor più paradossale il fatto che due colpi di pistola abbiano condotto a quattro anni di barbarie e alla fine di un’epoca. Riuscire oggi a comprendere la portata degli eventi che spinsero le nazioni europee ad affrontarsi in un gioco al massacro tale da rendere arduo persino riconoscere vincitori e vinti, significa innanzitutto ricostruire gli errori di sottovalutazione compiuti dall’élite militare nei primi mesi del conflitto e le conseguenze che essi ebbero, così come le conseguenze di una politica folle, incentrata sul nazionalismo forsennato e sulla venerazione della violenza. «Lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914 sembra ancora segnare la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova» scrive lo storico inglese James Joll «anche se oggi siamo in grado di vedere che molti degli sviluppi sociali, economici e culturali del successivo ventesimo secolo in realtà furono piuttosto accelerati e non prodotti dalla guerra».1

Tuttavia, per gli uomini e le donne che uscirono stremati dal conflitto quella guerra segnò davvero la fine di un mondo.

Emilio Gentile, nel suo libro, ci conduce alla scoperta degli eventi più rilevanti della Grande Guerra, nel tentativo di fare chiarezza su cause e antefatti, così da poter comprendere gli effetti di un conflitto che può dirsi concluso definitivamente solamente trent’anni dopo, quando due famosi reduci, Adolf Hitler2 e Benito Mussolini, moriranno poco prima della fine di un’altra guerra. Il testo si presenta come una “storia illustrata” della Grande Guerra, il primo conflitto di cui si dispone di abbondante materiale audiovisivo. Fotografi, cronisti e videoamatori si recarono in massa nelle zone del conflitto per documentare i prodigi della tecnica e le nuove frontiere della guerra moderna, una guerra in cui il sacrificio umano sarebbe risultato secondario e avrebbe avuto maggior risalto la capacità di saper gestire uno scontro fra macchine manovrate da uomini. Purtroppo non fu così, anzi, il progresso tecnico al servizio delle esigenze belliche non portò a una guerra fra macchine ma a un sistematico massacro, dieci milioni di morti fu il bilancio finale.

Ma come si arrivò a questo esito? «L’annuncio della guerra fu accolto da folle acclamanti nelle capitali delle potenze belligeranti. Nessuno aveva chiaro quali fossero gli scopi della guerra, ma tutti erano convinti che la propria nazione fosse vittima di un’aggressione e perciò aveva il diritto di difendersi».3

La frenesia che agitava le popolazioni delle metropoli era incontenibile; nazionalisti, revanscisti e piccolo-borghesi vogliosi di rivalsa decantavano la bellezza e la sublimità della guerra, dello scontro fra uomini come attività purificatrice e in grado di liberare dal torpore cui era costretto il corpo sociale da anni di pace e comodità borghesi. In ogni nazione c’era un gruppuscolo – minoritario ma abbastanza rumoroso da farsi notare in tutto il continente – che lamentava la decadenza della propria patria, incatenata ai formalismi della classe media, agli interessi commerciali di una classe dirigente cosmopolita e arrivista, attaccata più ai soldi che alla bandiera: “Se almeno qualcuno iniziasse una guerra, e non è neppure necessario che sia una guerra giusta […] questa pace è così stagnante” scriveva il poeta tedesco Georg Heym nel 1910.4

Guerra come sola “igiene del mondo”, metodo infallibile per spazzare via dalla terra deboli e incapaci, per dare ai figli d’Europa la possibilità di fronteggiare una sfida da cui solo i più forti, i migliori, potevano uscire vivi, marciando sui cadaveri di milioni di mediocri. I lunghi mesi di agitazioni videro la diffusione di appelli al darwinismo sociale, alla “pulizia” delle strade da zavorre inutili, da parassiti e materialisti – fra cui figuravano, anche in questa occasione, gli ebrei – oltre a critiche implicite o esplicite alla filosofia welfaristica recentemente formatasi. Lo scontro fra socialisti e libertari, contrari alla guerra, e nazionalisti e militaristi, favorevoli all’intervento, si inserisce all’interno di rivalità internazionali di ben più ampia portata: la contrapposizione fra le nazioni liberali, consacrate ai valori delle rivoluzioni sette-ottocentesche (specialmente Francia e Inghilterra) e le nazioni votate all’autoritarismo, alla conservazione dei costumi antichi, incarnati dall’aristocrazia militare, e alla reazione alla modernizzazione del mondo (Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano). L’Europa stava ripiombando nello stesso baratro in cui era caduta un secolo prima con le guerre napoleoniche, che segnarono un decennio di conflitti internazionali e lasciarono milioni di cadaveri sul suolo; questa volta però c’erano due elementi che avrebbero saputo rendere la guerra un massacro non circoscrivibile a pochi campi di battaglia: la propaganda e il progresso tecnologico.

Una guerra di tipo nuovo

«La Serbia deve morire! Ogni sparo un russo! Ogni colpo un francese! Ogni calcio un inglese!».5 Elias Canetti nella sua biografia in quattro volumi ricorda di quando, all’età di nove anni, fu ripreso da sua madre per aver pronunciato simili frasi in casa. All’epoca i Canetti vivevano a Vienna ma non erano austriaci, erano ebrei spagnoli nati e cresciuti in Bulgaria e costretti a peregrinare per l’Europa; il piccolo Elias non sapeva nemmeno perché stava ripetendo quelle frasi, sapeva a malapena cosa significassero e di sicuro non provava ostilità verso russi, serbi o francesi. Come Elias, milioni di bambini vennero iniziati all’odio, incattiviti tramite storielle subdole e una costante demonizzazione del nemico, educati al sacro dovere verso la propria nazione, dovere cui dovevano adempiere anche se questo significava uccidere o finire ammazzato. La macchina propagandistica rese possibile la “mobilitazione totale” senza remore e senza timori, dando l’impressione che tutti stessero facendo la propria parte per la patria: gli operai producevano armi da mandare al fronte dove c’erano contadini che combattevano e crocerossine che curavano i soldati feriti, intanto in patria le mogli di quei soldati lavoravano negli uffici e raccontavano ai figli storie commoventi sull’onore dei propri padri, che si stavano immolando per la nazione. Una magnifica catena di montaggio che dava la perfetta illusione che a centinaia di chilometri da casa vi fossero degli impavidi giovani eroi che si combattevano con lealtà e dignità. Non era così.

La guerra di movimento cui era abituata il ceto degli ufficiali – che non vedeva un conflitto da decenni e ostentava un’etica cavalleresca che poco spazio trovava in una guerra simile – fu soppiantata da una guerra di logoramento, combattuta fra le trincee, luoghi angusti e fetidi, dove era più facile morire di scabbia o di freddo che uccisi dal nemico. Gli attacchi frontali si rivelarono un disastro: per ogni metro guadagnato morivano centinaia di soldati, quei pochi che riuscirono a raggiungere le fosse nemiche uccisero un numero di soldati corrispondente all’1% di tutte le vittime del conflitto, mentre i compagni falciati nel tentativo di raggiungere le trincee avversarie rappresentarono il 70%. A decimare le truppe ci pensarono le nuove armi ideate o perfezionate a cavallo fra XIX e XX secolo: le mitragliatrici, i mortai, i gas tossici, le bombe a mano, gli aerei e i carri armati; armi in grado di fare a pezzi uomini in pochi istanti, di mutilarli o sfigurarli orrendamente, come lo shrapnel, granata antiuomo che all’atto dello scoppio scaglia a raggiera centinaia di pallette metalliche, o il lanciafiamme, tutte armi in grado di infliggere tremende ferite. La visione delle mutilazioni, la vita a stretto contatto con i cadaveri dei commilitoni, il continuo rumore delle bombe e dei proiettili provocarono le reazioni più disparate: chi rimaneva paralizzato dal terrore, chi impazziva (in quegli anni si cominciò a parlare della sindrome shell shock), chi fuggiva in preda al panico – la disfatta di Caporetto del 1917 fu segnata dalla fuga disordinata di migliaia di soldati terrorizzati – chi simulava ferite e chi si arrendeva al nemico chiedendo pietà.

Le battaglie proseguivano per mesi e spesso la vittoria corrispondeva a una resa temporanea da parte del nemico, che smetteva di attaccare e accettava una situazione di stallo, come successe a Ypres o a Verdun. Talvolta gli alti comandi ordinavano assalti insensati, il cui fine era quello di far sfondare la linea nemica anche da un solo uomo, le prime file di soldati fungevano solo da carne da macello per permettere l’avanzata delle retrovie; in questo non fecero eccezzione gli italiani. Il generale Cadorna era «un militare rigido, con alta stima di sé e una concezione autoritaria ed esclusiva del supremo comando militare nella condotta della guerra»,6 animato da un sincero disprezzo verso una truppa formata da contadini, perlopiù analfabeti, provenienti dalla Sicilia, dalla Toscana, dal Veneto, sicuramente non esponenti della nobiltà piemontese. Le cifre relative alla controffensiva alla strafexpedition austriaca sono agghiaccianti, la sola presa di Gorizia costò 21.630 perdite e 52.940 feriti all’esercito italiano; 74mila vittime per prendere una città che contava 30mila abitanti prima della guerra e solo 3mila anime dopo la battaglia, 400 sloveni che la abitavano furono sfollati e di questi un centinaio fu deportato in Sardegna.7

Ai tanti giovani morti inutilmente per mano nemica si aggiungano quelli morti per mano amica; fra disertori, auto-mutilati, ammutinati, disobbedienti e semplici renitenti si contano 4.028 condannati a morte fra i ranghi italiani, inutile dire che forse molti di più vennero uccisi tramite processi sommari eseguiti in fretta e in furia e, dunque, non documentati. Fatte queste premesse risulta più semplice immaginare come si sia potuti arrivare a dieci milioni di morti in così poco tempo.

La Grande Guerra si inserisce in un contesto storico piuttosto complesso: l’ascesa del sistema capitalistico e l’industrializzazione dell’Europa (resa possibile anche dalla maturazione dello Stato moderno e dalla nascita di nuove entità nazionali, fra cui Germania e Italia) avevano portato prosperità alle nazioni occidentali, la seconda rivoluzione industriale era figlia del progresso scientifico e tecnologico le cui innovazioni avevano saputo garantire un benessere del tutto inedito a una fetta sempre più ampia della popolazione. Inutile dire che la tanto decantata prosperità interessava minoranze privilegiate che si crogiolavano sulla fatica delle masse, sempre più compatte e coscienti del proprio ruolo sociale. Aree importanti, come quelle occupate dai secolari imperi Austro-Ungarico, Zarista e Ottomano, stavano intanto sperimentando la sempre crescente pressione delle classi popolari e delle minoranze etnico-religiose. Ma tutto ciò era ben mascherato dalla pubblicistica e dall’entertainment borghese, elementi in grado di dare l’illusione che la belle epoque segnasse l’inizio di un’era fatta solamente di pace e accordi commerciali. L’inizio di una nuova epoca coincise con la progressiva formazione di un nuovo spazio geopolitico, specchio della nuova arena globale dei commerci internazionali, in cui gli attori interagivano secondo gli interessi nazionali; il conflitto che attraversò l’Europa fu conseguenza del fallimento degli accordi internazionali, e fu facilitato dalla scarsa lungimiranza e dall’incapacità di comprendere le ripercussioni a livello globale che potevano avere eventi locali. La fine di un mondo era già iniziata, ci volle la guerra per capirlo.


1# James Joll, Le origini della prima guerra mondiale, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 3.

2# Gentile riporta una nota frase di Hitler, pronunciata verosimilmente nell’agosto 1914, poco dopo la dichiarazione di guerra tedesca; tanto valore ebbe per lui quell’annuncio che cadde a terra dall’emozione: “Dal profondo del cuore resi grazie al cielo per avermi concesso la fortuna di vivere quest’epoca” (vedi p. 43). La campagna propagandistica di Hitler fece leva sul presunto tradimento dei nemici interni alla Germania (ebrei e comunisti in primis) responsabili della sconfitta tedesca, la nuova guerra che stava progettando voleva vendicare l’umiliazione subita dai tedeschi a Versailles e levare l’onta della sconfitta tramite una gloriosa vittoria.

3# Emilio Gentile, Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, Roma-Bari, Laterza, 2016, p. 42.

4# Si veda ivi, p. 16.

5# Elias Canetti, La lingua salvata, Milano, Adelphi, 1980, p. 126.

6# Emilio Gentile, Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, cit., p. 85.

7# Wu Ming 1, Cent’anni a Nordest, Milano, Rizzoli, 2015, p. 16.

Scritto da
Andrea Germani

Nato a Perugia nel 1989, concluso il liceo classico si è spostato a Bologna per studiare Filosofia, attualmente è Dottorando in Diritto e Scienze Umane all’Università dell’Insubria dove si occupa di Filosofia Politica. Collabora da anni con la rivista online Deckard e svolge occasionalmente attività didattiche all'Università.

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