“Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea” di Mario Giro
- 22 Gennaio 2021

“Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea” di Mario Giro

Recensione a: Mario Giro, Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, goWare e Guerini e Associati, Milano 2020, pp. 240, 22.50 euro (scheda libro)

Scritto da Lorenzo Pedretti

5 minuti di lettura

Tra i tanti luoghi comuni sull’Africa subsahariana che siamo stati abituati a sentire, uno dei più diffusi è senz’altro quello per cui i conflitti che vi scoppiano hanno cause esclusivamente etniche e sono quindi fatti arcaici, quasi incomprensibili per gli osservatori esterni. Guerre nere di Mario Giro – docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università per Stranieri di Perugia e già Viceministro degli Esteri (2013-2018) e Responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio (1998-2013) – affronta il tema delle guerre africane contemporanee invitando ad andare oltre questa semplificazione.

Da subito il libro fissa, molto opportunamente, le caratteristiche distintive dei conflitti nella regione[1] (circa un quarto delle guerre in corso nel mondo). Sono quasi tutti conflitti intra-statali e contenuti a livello locale e, sebbene non siano aumentati di numero nel tempo, tendono spesso a incistarsi e a perpetuarsi, diventando pressoché interminabili pur se inframezzati da periodi di tregua o relativa calma. Al punto che alcune aree – come la Somalia, alcune province orientali della Repubblica Democratica del Congo (Ituri, Nord e Sud Kivu) e parte del Sahel – vivono uno stato di guerra ininterrotta da molti anni, se non da alcuni decenni. A differenza di quanto accade in altre regioni del mondo, sono invece rari «gli scontri tra Stati e rarissimi i tentativi di strappare pezzi di territorio altrui».

Inoltre, Giro sottolinea come il luogo comune di cui sopra abbia avuto successo non solo perché in Occidente si guarda spesso con superficialità ai Paesi africani, ma anche perché i protagonisti dei conflitti che li interessano hanno lasciato, dalla fine della Guerra fredda, che le loro ragioni fossero rappresentate all’interno di una narrazione di tipo etnicista, in quanto più facile da usare e da decifrare rispetto a una cornice ideologica o sociologica. Le ragioni profonde delle guerre africane sono però altre: in primo luogo la gestione del potere politico in Stati fragili e indeboliti, poi la corruzione e l’irresponsabilità delle classi dirigenti, l’accesso a risorse chiave come la terra, e ancora il controllo di traffici illegali e infine la povertà e l’esclusione sociale che subiscono alcune fasce della popolazione (in particolare i giovani) a favore di altre, o delle élite. Un quadro reso ancora più complesso dal fatto che spesso molte di tali questioni coesistono e si rinforzano a vicenda.

L’autore segnala anche come i conflitti africani siano molto moderni nel loro essere perfettamente integrati nelle dinamiche della globalizzazione, prima fra tutte la privatizzazione della guerra e della violenza. Queste ultime, in Africa come altrove, sono infatti diventate «un affare al pari di altre imprese […] D’altro canto sono stati privatizzati interi settori di produzione come buona parte del welfare globale e dell’educazione: come sorprendersi se esistono anche gli imprenditori della guerra, pudicamente chiamati “providers di sicurezza” o forse di “autodifesa”? La vecchia immagine del mercenario è sdoganata in quella più presentabile del contractor e fare il miliziano diviene una professione».

Ogni capitolo del libro tranne il primo è dedicato a una guerra ritenuta d’importanza cruciale. Si comincia con il conflitto fra hutu e tutsi in Ruanda, culminato nel genocidio del 1994: alle origini del dramma, ricorda Giro, fu la decisione dei colonizzatori di congelare la struttura sociale del Paese (in origine piuttosto dinamica nonostante la sua natura “feudale”) impiegando le classi più elevate, tradizionalmente tutsi, nella propria amministrazione, “etnicizzando” gerarchie e alimentando tensioni e violenze che hanno finito per destabilizzare anche gli Stati confinanti.

Si continua con la Costa d’Avorio, dove la diversità etnica (un terzo della popolazione è di origine straniera) è stata manipolata da alcuni partiti, con accuse incrociate di non essere “abbastanza ivoriani” per governare, che hanno contribuito allo scoppio di due conflitti civili (2002-2007 e 2010-2011); da allora, nota l’autore, c’è stata una significativa, per quanto difficile, ripresa economica, ma manca ancora la riconciliazione. In seguito, un capitolo riassume la storia della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire) dalla presa del potere di Mobutu Sese Seko fino agli anni Duemila, passando per la Prima (1996-1997) e la Seconda (1998-2003) guerra del Congo, entrambi conflitti sia civili che internazionali.

Gli ultimi tre capitoli sono dedicati a Boko Haram (evolutasi da setta religiosa a organizzazione terroristica attiva in tutta la regione del Lago Ciad), al Sahel, segnato dai conflitti tra Stato centrale e tuareg in Mali e Niger, e dalle conseguenze del caos libico, e infine al Mozambico, la cui provincia più settentrionale (Cabo Delgado) ha subito l’insorgere di violenze imputabili sia al jihadismo, sia «alle modifiche socio-economiche causate dall’avvento di una fase di acuta anarchia dovuta allo sfruttamento indiscriminato e spesso illegale» delle risorse locali.

Il volume non è da considerarsi un atlante delle guerre in Africa: si concentra su un numero limitato di casi studio salienti e non ambisce ad essere onnicomprensivo. Può far discutere il fatto che l’autore non si sia occupato, tra le altre, delle guerre in Sudan, Sud Sudan, Corno d’Africa, Somalia e Africa australe. Risulta però molto convincente il modo in cui Giro giustifica tale scelta: «Si è preferito concentrare l’attenzione su conflitti le cui condizioni politiche si fossero create essenzialmente all’interno dei processi in atto nell’Africa odierna, per illustrarne i mutamenti».

Guerre nere è un’ottima introduzione al tema trattato, soprattutto per chi non vi ha familiarità. Forse l’aggiunta di alcune mappe avrebbe agevolato ulteriormente la comprensione dei fatti, dato il ruolo non trascurabile della geografia in molti degli eventi descritti. E sarebbe stato utile presentare, anche solo brevemente, le differenze fra le guerre vere e proprie e le crisi (violente e non) che interessano molte zone dell’Africa, per dimostrare che l’assenza di conflitti non si traduce automaticamente in relativa pace e stabilità, soprattutto in contesti dove è spesso evidente la precarietà delle istituzioni. Ma si tratta, tutto sommato, solo di dettagli: la sintesi storica proposta è complessivamente molto efficace e anche avvincente. Inoltre, con quest’opera Giro offre non solo una guida ai conflitti del passato ma anche un valido strumento per provare a capire quelli presenti e futuri, assolvendo quindi a quella che è, da Tucidide in poi, una delle più importanti funzioni della storiografia.

A proposito di conflitti futuri: Giro osserva giustamente come si sia iniziato a parlare di Sahel anche in termini geopolitici, e non solo biogeografici, dopo la siccità dei primi anni Settanta, che causò fra i 100 e i 300mila morti per fame, provocò una strage di bestiame, e costrinse a una migrazione forzata e spesso permanente numerose popolazioni rurali e nomadi. Oggi sappiamo che il cambiamento climatico antropogenico provoca un aumento della frequenza e intensità di tali eventi catastrofici. Inoltre, gli Stati dell’Africa, e più in generale del Sud globale, subiscono l’ingiustizia di essere i più vulnerabili a questo fenomeno pur contribuendo in misura estremamente limitata alle emissioni di gas serra globali[2]. Un pianeta più caldo rappresenta insomma un moltiplicatore dei fattori di rischio securitario, in grado di alimentare crisi e conflitti[3]. Chiunque si occuperà delle guerre africane a partire da oggi e nei prossimi decenni, difficilmente potrà fare a meno d’inserire i fattori climatici e ambientali fra le loro cause.

Gli spunti di riflessione offerti dal libro sono numerosi ed è impossibile riassumerli tutti qui. Senza dubbio, quello di maggiore impatto deriva dal parere, espresso da Giro nel primo capitolo, che l’Africa subsahariana, lungi dall’essere rimasta immutabile o quantomeno ai margini della storia come vuole un altro luogo comune, è in realtà molto più coinvolta nella globalizzazione di altre regioni del mondo. «Mentre altre società come quelle europee tendono a chiudersi per proteggersi dagli effetti di una globalizzazione che non risparmia nessuno, […] quelle africane non ne hanno i mezzi […] e sono costrette ad accettare di attraversare senza tutele tale brutale dinamica. […] Gli africani, già spossessati di tutto, […] sono paradossalmente più pronti di altri a divenire il modello dell’uomo e della donna della globalizzazione, senza radici o appartenenze a fare da filtro. È in Africa che l’umanità stessa diviene oggetto nella sua forma più asciutta e dura, piegandosi ai comandamenti del mercato».

Parole forse forti ma sicuramente non infondate e soprattutto necessarie per spingere quante più persone possibili a occuparsi di un continente trascurato, ma molto più vicino a noi, per tanti motivi, di quanto saremmo portati a pensare.


[1] Per approfondire, si veda Giovanni Carbone, L’Africa. Gli Stati, la politica i conflitti, il Mulino, Bologna 2005; per una panoramica di alcune fra le principali trasformazioni che hanno interessato l’Africa subsahariana dalla fine del colonialismo, si veda: Mario Giro, Global Africa. La nuova realtà delle migrazioni: il volto di un continente in movimento, Guerini e Associati, Milano 2019.

[2] African Development Bank, Climate Change in Africa. Africa, despite its low contribution to greenhouse gas emissions, remains the most vulnerable continent.

[3] Dana Nuccitelli, Climate change poses security risks, according to decades of intelligence reports, «Yale Climate Connections».

Scritto da
Lorenzo Pedretti

Nato a Bologna nel 1990. Nel 2015 consegue la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Scuola di Scienze Politiche “Roberto Ruffilli” dell’Università di Bologna, con tesi su “Immigrazione e stato sociale in Germania e in Italia negli anni Novanta e Duemila”. Nel 2016 completa il Master in cooperazione internazionale di ISPI a Milano. Nel 2017-2018 svolge il servizio civile in Senegal. Attualmente vive e lavora a Torino. Particolarmente interessato al tema delle migrazioni internazionali, ha vinto la Targa Athesis, nel quadro del Premio di Natale UCSI 2019, per un articolo sulla migrazione di ritorno dall’Italia al Senegal scritto insieme alla giornalista Giulia Paltrinieri e pubblicato su «La Stampa». Ha scritto anche per «The Bottom Up», «Policlic» e per «Resistenza e Nuove Resistenze» (periodico di ANPI Bologna).

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