“Il grande racconto delle crociate” di Franco Cardini e Antonio Musarra
- 03 Aprile 2021

“Il grande racconto delle crociate” di Franco Cardini e Antonio Musarra

Recensione a: Franco Cardini e Antonio Musarra, Il grande racconto delle crociate, il Mulino, Bologna 2019, pp. 520, 48 euro (scheda libro)

Scritto da Alessandro Navone

9 minuti di lettura

Cosa sono le crociate? chiedeva il professor Hans Mayer ai suoi colleghi crociatisti in una pubblicazione del 1965[1]. Domanda provocatoria, perché lui una risposta già l’aveva. Il suo testo iniziava dall’appello di Clermont del 1095, con cui Urbano II esortava tutti i cristiani a recuperare la Terrasanta, e terminava nel 1291, quando questa fu perduta definitivamente[2]. Per lui, le crociate erano un fenomeno strettamente medievale: l’obiettivo era la conquista o la difesa di Gerusalemme e, di conseguenza tutto ciò che seguiva la caduta del Regno d’Outremer non poteva che essere una loro “degenerazione”. È questa l’interpretazione della scuola “tradizionalista” del dibattito sulle crociate, ancora oggi alquanto diffusa in ambito accademico. Interpretazione, peraltro, pienamente conforme a quella del sentire comune: le crociate sono, da secoli, vera e propria colonna portante del medievalismo, e il binomio crociata-Medioevo riscuote più che mai successo nella cultura di massa.

E tuttavia, a osservarlo da vicino, l’oggetto “crociata” non ama restrizioni né definizioni nette. Gerusalemme, è vero, era stata importante, ma fin dall’inizio, da Clermont, la crociata si ricollegava alla moltitudine delle manifestazioni di guerra sacralizzata che l’avevano preceduta, con gli obiettivi più disparati: la Spagna musulmana, i porti africani, Bisanzio percepita come eretica. Essa appartiene a una tradizione antica, indefinita, proteiforme, e come tale si comportò sin dalle sue prime manifestazioni: il papato ne fece subito uno strumento per affermare la propria potenza temporale sulla Cristianità e reprimere le opposizioni politiche e religiose; i re e principi d’Europa la utilizzarono a loro volta per sacralizzare la propria persona o le proprie azioni nella cangiante diplomazia internazionale; la gente comune ne traeva speranze messianiche e rivoluzionarie, riunendosi in grandi e inconsulti movimenti di popolo sotto la sua bandiera. Questa straordinaria capacità di adattamento le permetterà di sopravvivere ben oltre la fine di Outremer, e ben oltre il Medioevo al quale è oggi troppo spesso relegata, alla confortevole distanza di vari secoli dal presente. La crociata non “degenera” da arbitrarie forme “pure”, ma muta continuamente nel tempo, e così mutando agisce sul suo tempo. Anche nel nostro; ragion per cui, se si parla di crociata nella sua totalità, si sta parlando, anzi si deve parlare, anche dell’oggi. Non è quello esclusivista di Mayer l’approccio adottato da Antonio Musarra e Franco Cardini nella loro monografia a quattro mani, Il grande racconto delle crociate (il Mulino 2019): tramite la narrazione di lungo periodo, mette in risalto la continuità, il mutamento, la rilevanza di un’istituzione millenaria, vera e propria idea–forza dell’Occidente cristiano, vivente e operante ora come allora. In due parole, un grande racconto.

 

Modernità

Ne La civilisation de l’Occident médiéval Jacques Le Goff scriveva, com’è ampiamente risaputo, che l’unico frutto risultante dalle crociate fu l’albicocca[3]. A dir la verità non è così: nel bene o nel male, l’Occidente deve loro notevolissima parte di ciò che oggi è. Tema ricorrente nel testo è l’incremento considerevole dei contatti commerciali fra l’una e l’altra sponda del Mediterraneo, componente significativa della ripresa economica bassomedievale: a seguito della prima crociata, le città marinare installano fondaci e quartieri nelle città costiere di Palestina, intensificando gli scambi con l’Egitto e l’Oriente; con la quarta (1202-1204) Venezia stabilisce solide basi nel Mediterraneo orientale, aprendo al contempo la via che dal Mar Nero porta al nord Europa e alle più remote propaggini dell’Asia; né è un caso isolato quello della spedizione franco-genovese di Mahdia del 1390, terminata con gioia dei mercanti in un buon trattato commerciale.

Un altro contributo della crociata ai posteri, sorprendentemente, è nella formazione dello Stato moderno. Per paradosso singolare, il primo Stato indipendente “laico”, ossia nato privo di sanzione universalistica papale o imperiale, si originò dalla guerra santa: il Regno di Gerusalemme. A seguirlo, la Francia di Luigi IX e Filippo il Bello: entrambi fecero uso straordinario della causa crociata per promuovere la centralizzazione fiscale e amministrativa della loro corona e legittimare la loro pretesa di indipendenza dall’Impero e dal papato. Anche la Chiesa, specialmente a partire dal Trecento, rafforzò le proprie strutture statuali in funzione dell’organizzazione della crociata, oltre a liberarsi per suo tramite dei rivali e costruire un solido dominio principesco nell’Italia centrale al sorgere del Rinascimento. Ma di simili processi di State Building partecipano, parimenti, i regni iberici, le monarchie nordiche, i paesi dell’Europa orientale: la crociata sacralizzava l’azione autorafforzatrice dei sovrani.

Fu sotto il vessillo crociato che si diede inizio all’era delle grandi esplorazioni geografiche, nel Quattrocento: la bolla Romanus Pontifex, emessa da Niccolò V nel 1454, autorizzava e spronava Enrico il Navigatore a quell’espansione africana nel nome della fede che segnò l’origine dell’Impero portoghese; la bolla Ineffabilis e il tracciarsi della Raya che avrebbe portato al trattato di Tordesillas del 1494 dava il via libera all’opera spagnola di dilatatio fidei nel Nuovo Mondo; lo stesso Colombo, nell’intraprendere il viaggio verso ovest, annotava nel suo diario fantasiosi piani di riscossa anti-islamica e come crociati si percepivano, d’altronde, anche Cortez e i conquistadores.

Ma il lascito forse più significativo delle crociate all’Occidente odierno pertiene al reame delle idee, ed è quello della costruzione della sua stessa identità. Il concetto di Respublica Christiana, già presente nel discorso di Clermont, si consolida nelle retoriche di pacificazione intrareligiosa e difesa del Sepolcro di Cristo che accompagnano una dopo l’altra le spedizioni medievali; dopodiché, con la lenta laicizzazione portata dalla modernità, il richiamo all’unità va sempre più associando al legame della fede un altrettanto sacralizzato legame culturale – stavolta non più in contrapposizione all’eresia maomettana, ma alla percezione barbarica del Turco dipinto, dopo il sacco di Costantinopoli del 1453, come violento distruttore di libri e di città. È esortando alla crociata che Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, conia nel De Europa l’aggettivo di europaeus[4]; sempre nel nome della guerra antiottomana un suo contemporaneo, re Giorgio di Boemia, si fa promotore del primo progetto di governo federale paneuropeo, sognando un consiglio di principi regolarmente convocato; il principio di pace e tolleranza fra cristiani che informa la pace di Westfalia del 1648, la marea di entusiasmo e orgoglio europeo dopo le vittorie di Lepanto o Vienna – ognuno di questi avvenimenti di unità collettiva si svolge all’ombra della crociata. È quasi sempre una costante della Storia, nel processo di formazione identitaria, la speculare contrapposizione a un qualcosa di “altro” da sé, da combattere; in questo senso, la crociata agì da vero soffio vitale nel farsi di quella cosa che oggi chiamiamo “Occidente”. E tuttavia, non è l’analisi di questa costruzione l’intenzione primaria degli autori; al contrario, si tratta di mostrare come essa sia, appunto, “costruzione”, artificio prospettico.

 

Complessità

La crociata vive ancora. È un fatto; il suo mito è stato indelebilmente interiorizzato dall’ethos occidentale. Ad essa si rivolgevano papa Pio IX al tempo di Porta Pia, i carlisti e i franchisti nelle lunghe guerre civili di Spagna; quando Eisenhower scrisse un libro sulla Seconda guerra mondiale, il titolo che scelse fu quello di Crusade in Europe[5]. E rimane ancora, anzi fiorisce e prospera nel nuovo millennio più che mai, quella concezione di mondi contrapposti che aveva caratterizzato l’età rinascimentale e moderna dell’ideologia crociata. È questa, dopotutto, la teorizzazione di un saggio recente e famoso di Samuel Huntington, Clash of Civilizations, pubblicato nel 1996: Occidente e mondo islamico, del tutto omogenei e rigidamente separati l’uno dall’altro, dipinti come inevitabilmente destinati a collidere[6]. Tale visione era poco sostanziata, ma in un certo senso lo divenne all’indomani dell’11 Settembre – con la proclamazione della lunga “guerra al terrore” cui fin nel primo discorso George W. Bush attribuì, non felicemente, l’appellativo di “crociata”. Appellativo – e narrazione sottostante – felicemente raccolto da quegli ambienti radicali del mondo musulmano che la nuova “crociata” l’ha subita[7]. The Failed Crusade, titolava Dabiq, giornale di propaganda dello Stato Islamico, nel suo quarto numero[8]. Prima dell’età contemporanea il concetto di guerra della croce non esisteva neanche nella coscienza musulmana; la sua popolarizzazione – in chiave revanscista – è un prestito dell’Occidente all’estremismo. Quella del conflitto eterno, predestinato, fra due mondi opposti, è un’idea che affascina da sempre; il suo uso politico si ritrova, in fondo, anche nel discorso di Clermont. Riconosciuta però la permanenza di un’idea, occorre confrontarla con la realtà delle cose – e la storia che qui si racconta, la storia delle crociate, mostra un distacco inequivocabile fra l’idea e la realtà.

È una storia di attriti e divisioni, ma interne ancor più che fra i due blocchi. La prima crociata origina dal conflitto del Papato con l’Impero, come azione volta a raccogliere alleati, riprendere possesso di Roma (in mano all’antipapa Clemente III) e usurpare all’imperatore il dominio della spada temporale; il suo svolgimento è segnato da continui litigi, confusione e sospetti fra cristiani, non senza sbocchi violenti; il suo successo si deve, in notevole parte, all’altrettanto frammentata situazione del mondo islamico. Il Regno di Gerusalemme che da essa nasce è segnato per la quasi totalità della sua esistenza da fratture e divisioni interne, spesso come diretta trasposizione oltremarina di quelle che caratterizzavano l’Europa medievale: è il caso del conflitto fra i re Guido di Lusignano e Corrado di Monferrato, alimentato da quello tra Francia di Filippo II e Inghilterra di Riccardo Cuor di Leone; o della guerra di San Saba, scoppiata tra Genova e Venezia per il dominio dei traffici orientali. Le spedizioni indette per difenderlo fungono anch’esse, quasi sempre, da sineddoche della Cristianità divisa, faticando a coordinarsi e non infrequentemente finendo con l’autosabotarsi: così è per la quasi totalità delle spedizioni “classiche”, ma anche per il disastro di Nicopoli del 1396 e tutti i vari tentativi trecenteschi e quattrocenteschi di conquistare, difendere, riconquistare Costantinopoli. E ciò vale per gli appelli che ebbero un certo seguito, ossia una minoranza – moltissime volte i contrasti interni abortivano la crociata prima ancora che potesse nascere. È impossibile, d’altronde, sorvolare su un ultimo dato fattuale: la guerra santa fu impiegata spessissimo dai cristiani come strumento legittimante per combattere altri cristiani. In un singolo pontificato, quello di Innocenzo III, si assiste all’inizio della crociata contro i Catari, nel 1209, e a quella famosa Quarta Crociata che nel 1204 terminò col sacco di Costantinopoli e la spartizione dell’Impero bizantino fra i partecipanti cattolici. “Eretici” e cristiani d’Oriente erano, e sarebbero rimasti, bersaglio primario delle crociate nei secoli a venire.

È una storia di incontri e di ritrovata concordia, ma fra membri degli schieramenti opposti tanto quanto all’interno della Cristianità. Senza illusioni revisioniste: l’afflato mistico della guerra santa esisteva, né gli viene negato lo spazio che merita all’interno del testo. Fede sincera muoveva gli animi a partire per terre lontane; rimuovendo questo elemento la storia delle crociate diviene difficilmente comprensibile. Una spiritualità profonda animava Luigi IX re di Francia, i cavalieri che lo seguivano, i moti spontanei e giganteschi che chiamiamo “crociate di popolo”; anche le città marinare, i cui motivi sono spesso ricondotti a calcolo economico, lo affiancavano in realtà con una parte di genuina religiosità. Ciò che gli autori mettono in scena, però, con costanza di sistema, è il conflitto drammatico tra ideologia crociata e desiderio, necessità persino, di stabilire forme di convivenza. Le soluzioni militari quasi mai conducevano ai risultati sperati, e questo non sfuggiva affatto a chi era allora familiare con l’equilibrismo diplomatico in atto in Oriente. Ricorre perenne il contrasto tra i crociati nuovi arrivati, ansiosi di combattere, e quelli antichi, che vivevano in Terrasanta da generazioni e ne conoscevano i meccanismi. Gerusalemme fu perduta a seguito della rottura cristiana di una tregua col Saladino; l’unico tentativo riuscito di recuperarla fu quello famoso, puramente diplomatico, di Federico II. Ad essere millenario, più che lo scontro, è la convivenza delle fedi nella Città Santa, garantita da elaborati trattati di pace finché il Regno visse e, dopo la sua fine nel 1291, dalla Custodia Terrae Sanctae concessa ai francescani nel 1342 e tutt’ora operante. Spesso alle ragioni della fede si contrapponevano quelle del commercio: i reiterati deveta papali, i tantissimi trattati militari che esortavano la necessità di blocco marittimo verso l’Egitto o i Turchi, finivano sistematicamente per essere aggirati o ignorati, soccombendo alla logica economica. Altrettanto spesso, e ancor più scandalosamente, vi si contrapponevano le ragioni della politica: l’impium foedus tra la Francia e gli ottomani, celebre, non è che la “punta dell’iceberg” di una lunga, pragmatica, spregiudicata tradizione di alleanze interreligiose ordite contro propri correligionari. La vicinanza – era inevitabile – produceva reciproca conoscenza, comprensione, assimilazione. Fulcherio di Chartres, che aveva partecipato alla prima crociata da Clermont fino alla conquista di Gerusalemme e lì era poi rimasto fino alla morte, può dirlo meglio di chiunque[9]:

«Ora, noi che fummo occidentali, siamo diventati orientali. Chi fu latino o franco, in questa terra è diventato galileo o palestinese. Chi fu cittadino di Reims o di Chartres, ora è diventato cittadino di Tiro o di Antiochia. Ormai ci siamo dimenticati dei nostri luoghi natii: la maggior parte di noi non li ha mai visti, o addirittura mai sentiti nominare. C’è chi già possiede le proprie case e i propri servi come se fossero cose tramandategli in eredità, e c’è anche chi ha preso in moglie non una compatriota, ma una siriana, un’armena e talvolta addirittura una saracena».

Cosa sono, dunque, le crociate? Difficile a dirsi. Musarra e Cardini, a differenza di Mayer, non intendono dare una risposta netta, che le confinerebbe a significati ristretti o passati remoti e confortevoli; non intendono dare una risposta semplice, che rimandi a cosiddetti “inevitabili” e sempiterni scontri di civiltà. La crociata, come idea-forza, vive nell’oggi: ignorarne l’attualità è una scelta poco utile e ben poco raccomandabile. Contro le strumentalizzazioni, contro le narrative risorgenti del nuovo millennio, lineari, manichee, Il grande racconto delle crociate vuole rispondere collegando passato e presente, piuttosto che separandoli. Non è polemico né paternalistico, ma non è neanche storiografia pura e disimpegnata. È un racconto, ha una morale; e questa morale si chiama complessità.


[1] H. E. Mayer, The Crusades, Oxford, Oxford University Press, 1972, pp. 281-286 (ed. or. Geschichte der Kreuzzuge, Stuttgart, Kolhammer, 1965). La questione definitoria è trattata con maggior completezza in C. Tyerman, The Debate on the Crusades, Manchester e New York, Manchester University Press, 2011, pp. 216-242.

[2] Gerusalemme era stata persa già in via definitiva nell’assedio del 1244, ma il Regno di Outremer continuò a resistere con quella che da tempo era la sua nuova capitale, Acri, fino alla sua conquista da parte mamelucca nel 1291.

[3] J. Le Goff, La civilisation de l’Occident médiéval, Arthaud, Parigi 1964, tr. Inglese Medieval Civilization 400-1500, Oxford, Blackwell, 1988, p. 67.

[4] E. S. Piccolomini, De Europa, in Opera Omnia, Basilea, Officina Henricpetrina, 1571, p. 387.

[5] D. D. Eisenhower, Crusade in Europe, New York, Doubleday, 1948.

[6] S. P. Huntington, The clash of civilizations and the remaking of world order, New York, Simon & Schuster, 1996; disponibile in tr. italiana come Lo Scontro delle Civiltà, Milano, Garzanti, 2000.

[7] Si rimanda, al riguardo, a un notevolissimo articolo di Peter Waldman e Hugh Pope scritto per il Wall Street Journal il 21 settembre 2001, intitolato Crusade Reference Reinforces Fears War on Terrorism Is Against Muslims, a seguito del discorso di George W. Bush; una lettura quasi profetica, col senno di poi.

[8] IS, Dabiq, n.4 (11 ottobre 2014).

[9] Fulcherio di Chartres, Historia Hierosolymitana, tr. in F. Cardini, A. Musarra, Il grande racconto delle crociate, Bologna, il Mulino, 2019, p. 101.

Scritto da
Alessandro Navone

Nato a Matera nel 1997, si è diplomato presso il liceo scientifico “Nomentano” di Roma. Ha conseguito nel 2021 la laurea in Storia, Antropologia, Religioni (curriculum medievistico) presso l’Università La Sapienza, con una tesi sulla crociata nel Rinascimento, e prosegue attualmente gli studi di Scienze Storiche presso il medesimo Ateneo.

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