Il Patto per il Lavoro e per il Clima e i Tecnopoli. Intervista a Vincenzo Colla
- 29 Gennaio 2021

Il Patto per il Lavoro e per il Clima e i Tecnopoli. Intervista a Vincenzo Colla

Scritto da Giacomo Bottos

9 minuti di lettura

Questa intervista a Vincenzo Colla, Assessore allo sviluppo economico e green economy, lavoro, formazione della Regione Emilia-Romagna, mira ad approfondire, in uno specifico caso territoriale, l’applicazione di politiche che mirano ad affrontare la transizione digitale ed ecologica che stiamo attraversando, con una specifica attenzione alle implicazioni sociali di questi cambiamenti. In particolare, oggetto di questa conversazione sono due specifiche iniziative: il Patto per il Lavoro e per il Clima, di recente approvazione e la rete dei Tecnopoli, strumento di scambio tra mondo della ricerca e tessuto produttivo su cui già da anni la Regione Emilia-Romagna punta. In particolare il Tecnopolo di Bologna sarà oggetto, nei prossimi anni, di intensi investimenti. Questa intervista fa seguito ad una precedente, inclusa nel numero 2/2020 di Pandora Rivista.


L’intervista precedente, che è stata svolta a luglio, faceva il punto sugli effetti della crisi pandemica, con uno sguardo ai temi della digitalizzazione e della transizione ecologica. Rispetto ad allora, oggi ci troviamo in una fase diversa. Qual è lo stato della crisi, di fronte ad una pandemia che si è protratta? Si possono intravedere quali saranno le traiettorie d’uscita per il sistema produttivo? Parlando del contesto emiliano-romagnolo, quali sono le linee secondo le quali il sistema produttivo regionale uscirà cambiato da questa crisi?

Vincenzo Colla: Innanzitutto, tengo a ringraziare Pandora Rivista per il lavoro di elaborazione, di pensiero e per la riflessione innovativa che promuove. Sono elementi di cui vi è grande necessità in questo momento. Per rispondere alla domanda, come Regione Emilia-Romagna abbiamo costruito una strategia, imperniata sul nuovo Patto per il Lavoro e per il Clima. Dovendo fare i conti con la seconda ondata è ormai chiaro che è necessario trovare una via d’uscita intelligente da questa crisi. Ma abbiamo una novità, che nel 2020 non c’era: oggi abbiamo il vaccino. Quindi occorre innanzitutto puntare con decisione sulla campagna vaccinale: scienza e conoscenza sono – e saranno per il futuro – cruciali per tutti noi. Accanto a questo, ci sono due operazioni importanti che stiamo portando avanti. Da un lato occorre mettere a fuoco i connotati di quei settori e di quelle filiere che sono in difficoltà ed è ormai chiaro che gli ambiti che hanno risentito maggiormente della crisi sono quelli dove vi è esigenza di aggregazione: turismo, ristorazione, cultura, scuola. È necessario garantire la tenuta di queste filiere, con interventi mirati che garantiscano la ripresa alle imprese e ai lavoratori in difficoltà già nel corso del 2021. L’altra operazione che stiamo portando avanti riguarda la messa in sicurezza dell’intero sistema produttivo. Ho annunciato una grande campagna di tamponi rapidi, con 250.000 kit consegnati gratuitamente alle imprese di tutti i settori. Sono stati conclusi accordi col sistema privato convenzionato e i medici del lavoro, che vogliamo usare anche per alleggerire le pressioni sul sistema sanitario pubblico. Quanto più saremo in grado di identificare gli asintomatici, tanto più diminuirà il numero di sintomatici. È una strategia “ponte”, che ci aiuterà in questa fase di transizione, in attesa della diffusione di massa del vaccino.

 

Si è accennato alla recente approvazione del Patto del Lavoro e per il Clima. Innanzitutto: di cosa si tratta e che cosa prevede questa iniziativa? Nell’ultima intervista si affrontava la questione di un nuovo rapporto pubblico-privato. Il Patto può rappresentare un esempio e un laboratorio di questo tipo di rapporto?

Vincenzo Colla: Già il nome dà la dimensione di una strategia: migliorare l’ambiente creando lavoro. Penso si tratti di una grande sfida progressista: creare lavoro e fornire una risposta ambientale e sociale che sia all’altezza dei bisogni delle persone e del pianeta. Il Patto ha quindi un chiaro impianto politico ed è stato costruito con un metodo che presenta effettivamente elementi innovativi importanti. La stesura del Patto è stata preceduta da una discussione preventiva fra i soggetti di rappresentanza, prima che questi determinassero le proprie posizioni. Il risultato è stato quindi quello di ottenere la condivisione di una strategia, di raggiungere un accordo su delle priorità, a partire dalle quali impostare la discussione sull’implementazione di progetti, risorse, investimenti, bandi e sui comportamenti. Uno dei fattori cruciali di attrattività di un territorio è la solidità nei comportamenti e nelle decisioni. Saremo in grado di attrarre investimenti pazienti solo mantenendo uno sguardo di medio-lungo termine. Non a caso il Patto per il Lavoro e per il Clima si focalizza sull’orizzonte del prossimo decennio, collocandosi pienamente nella prospettiva della strategia ONU dell’Agenda 2030. Guardando al metodo attuato nella discussione del Patto, possiamo anche evidenziare, per contrasto, alcuni dei limiti della strategia perseguita negli ultimi mesi a livello nazionale. Penso al processo di stesura e approvazione dei DPCM, nel quale sono emerse una serie di criticità. Di fronte ad uno scenario di grande difficoltà, sarebbe stata necessaria, prima dell’adozione di ciascuna misura, una discussione preliminare con le Regioni, i corpi intermedi e l’opposizione. Invece, la discussione fra Stato e Regioni risulta molto conflittuale, i corpi intermedi non vengono coinvolti e le opposizioni non vengono ascoltate. Non può essere questo il modello da seguire, tanto per affrontare le complessità che si registrano nell’immediato, quanto per governare i cambiamenti che dovremo affrontare in seguito all’emergenza.

 

In quanto detto sembra emergere l’idea che per produrre politiche pubbliche efficaci sia necessario anche mobilitare un insieme di saperi e promuovere una condivisione di responsabilità nell’attuazione, coinvolgendo la società e le organizzazioni che ne rappresentano le varie articolazioni. Si tratta di un metodo che nel contesto del territorio dell’Emilia-Romagna viene praticato da tempo. Da questo punto di vista il nuovo Patto si inserisce in un filone che in parte era già tracciato da politiche precedenti. Quali sono, invece, gli elementi principali di novità introdotti da questa iniziativa, anche in relazione al contesto in cui ci troviamo?

Vincenzo Colla: Ci sono tre grandi novità. La prima deriva dalla necessità di adattarsi alla digitalizzazione, che investe tanto il settore pubblico quanto quello privato. In questo contesto, però, è necessario che l’innovazione sia governata, per dare una direzione ai processi di digitalizzazione. In caso contrario finiremmo per esserne in balìa. Bisogna costruire una grande mediazione fra tecnologia, lavoro, ricerca e umanesimo. La filosofia del Patto è quella di promuovere un aumento delle dotazioni tecnologiche, promovendo al tempo stesso un approccio diffuso e condiviso alle decisioni ad esse inerenti. La seconda novità contenuta nel Patto è l’enfasi sulla sostenibilità economica del cambiamento ambientale e sociale. Il cambiamento deve partire necessariamente dal settore energetico, favorendo una transizione da energie fossili ad energie green. Questo è fondamentale: in ogni rivoluzione industriale la transizione energetica ha sempre preceduto l’emergere di altri cambiamenti e l’introduzione di nuovi manufatti. Essere in grado di governare la transizione in ambito energetico significa diventare competitor a livello mondiale. In Italia dobbiamo fare i conti con una serie di problemi di produttività, che sono strettamente legati agli alti costi energetici che dobbiamo affrontare. Abbiamo bisogno di ottenere una maggiore quantità di energia a costi ambientali più bassi. Questo richiede partnership strategiche, anche con soggetti pubblici come Eni, Enel, Terna e Snam. L’Emilia-Romagna, grazie alla struttura della sua economia, può dare un grande contributo all’intero “sistema Italia”. Si pensi a cosa significherebbe per l’intero Paese una reale transizione energetica nel solco della sostenibilità ambientale del settore automotive emiliano-romagnolo. Lo stesso vale per l’agroindustria e tutto il settore alimentare. La terza novità introdotta con il Patto è relativa alla diffusione dei saperi. Non possiamo permetterci di avere solamente un’élite di aziende in grado di affrontare le sfide del digitale, che si affianchi ad una bolla di altre aziende, sottocapitalizzate e impreparate a gestire le nuove tecnologie, e che potrebbero non sopravvivere nel lungo periodo. Dobbiamo attrezzarci per dare nuovo slancio al nostro sistema di piccole e medie imprese tramite un massiccio investimento in competenze. Su questo versante abbiamo intenzione di promuovere uno dei più grandi investimenti in competenze tecnico-scientifiche (STEM) come lauree professionalizzanti, ITS, Istituti Professionali, sistema della Formazione, Accademie delle aziende private, Tecnopoli, che devono poter essere accessibili agli studenti che frequentano la scuola pubblica. Prendiamo il caso dell’Academy della Bonfiglioli, che intende aprire le sue porte agli studenti degli istituti professionali, a partire dalla consapevolezza che solo l’humus territoriale è in grado di sostenere l’impresa e il sistema innovativo. Questi sono i pilastri della strategia del Patto per il Lavoro e per il Clima.

 

Per realizzare tutto questo quali sono alcune delle azioni principali che sono state previste?

Vincenzo Colla: Innanzitutto, per garantire una sostenibilità sociale del progetto, è necessario che il pubblico garantisca una redistribuzione significativa del valore aggiunto. La crisi che stiamo vivendo ha reso evidente quanto sia fondamentale un servizio sanitario pubblico; non c’è economia che possa sopravvivere senza welfare. Investire in sanità e tecnologia, fra le altre cose, assicura la tenuta dell’economia e fa sì che il welfare stesso diventi, come suggeriva Delors, un motore di sviluppo. Il valore aggiunto deve diventare investimento che sostenga l’economia pubblica e privata. Nel ciclo 2021-2027 verranno allocate moltissime risorse provenienti dall’Unione Europea, una quantità molto superiore a quelle previste attualmente nel Recovery Fund: circa 1.100 miliardi di euro. Il primo strumento, costituito prevalentemente da bandi, si situa all’interno di questa strategia europea. Il secondo strumento è rappresentato dal Piano di Ripresa e Resilienza del Governo, che mobiliterà 209 miliardi di risorse. Tuttavia, serve un accordo istituzionale per poter allocare quei fondi, e allo stesso tempo serve una riflessione sulle forme burocratiche per poterle impiegare. Serve, in sostanza, una capacità progettuale in grado di saper sfruttare efficacemente le risorse che sono state stanziate finora. Dobbiamo creare un sentimento di condivisione nel Paese di poche filiere strategiche in grado di attutire i problemi di produttività di sistema.

 

L’Emilia-Romagna si è dotata del modello dei tecnopoli, in grado di promuovere il trasferimento tecnologico dai grandi centri di ricerca e di calcolo verso un tessuto produttivo diffuso. Come si è articolato questo modello nel tempo e perché è strategico?

Vincenzo Colla: Sento la responsabilità di portare avanti il progetto della rete dei tecnopoli, nell’ambito del quale le imprese possono rapportarsi alla ricerca prodotta dalle Università e alla società pubblica Art-ER, che è un’interfaccia con la Regione, gli enti locali e il sistema economico. La forza dei tecnopoli è quella di essere collegati all’identità territoriale: a Piacenza si trova il tecnopolo dedicato ad energia e meccatronica, a Parma quello che opera in ambito alimentare, a Reggio Emilia di nuovo il focus è la meccatronica, a Modena si lavora su biomedicale e automotive, a Ferrara su edilizia e costruzioni, a Ravenna abbiamo un progetto ambiente-energia-mare e uno sul restauro, Forlì è sede del tecnopolo dedicato a meccanica e tecnologie applicate all’aeronautica, il Centro di Cesena si occupa di ricerca industriale agroalimentare, il tecnopolo di Rimini studia le fonti rinnovabili e la sensoristica per la nautica, mentre il tecnopolo dei big data che sta nascendo a Bologna si occuperà dei temi climatici. Questi tecnopoli, in rete fra di loro, funzionano in un’ottica di sistema, nella quale le Università si rapportano ai tecnopoli, in una generale trasparenza dei bandi messi a disposizione. Questa rete fa crescere non solo i tecnopoli, ma anche acceleratori e start-up, favorendo la sinergia nell’impiego di diverse tecnologie. Si crea così un ecosistema della conoscenza che si diffonde e si irradia in un sistema economico, scolastico e istituzionale. Ecco l’importanza di questa iniziativa, su cui continueremo a investire.

 

Il tecnopolo di Bologna, in particolare, vedrà in prospettiva la concentrazione di una grandissima capacità di supercalcolo. Quali sono gli interventi già fatti e quali sono previsti? Qual è la strategicità di questo intervento?

Vincenzo Colla: Possiamo dire che il tecnopolo bolognese si trova a Bologna ma opera in una dimensione europea. Si tratta di una grande operazione intrapresa dal Paese nel suo complesso, poiché sul progetto del tecnopolo sono state convogliate le risorse di quattro Ministeri. A brevissimo verrà installato a Bologna uno dei più grandi supercomputer per lo studio del clima. Abbiamo la fortuna di essere riusciti a portare qui la più grande operazione europea per lo studio del clima in materia di supercalcolo. Questo attrarrà sul territorio bolognese persone con competenze diverse provenienti da diversi Paesi: un altro fattore di importanza di questa iniziativa. Inoltre, a breve verrà fatto l’appalto del Cineca, che avrà come oggetto un supercomputer quantistico, sviluppato dalla rete delle Università, di cui beneficerà il sistema economico regionale e nazionale. I due progetti hanno quindi una chiara rilevanza nazionale ed europea, non solo locale. Sarà inoltre insediata la sede di Enea, concentrando tutti i centri di ricerca nazionali che gravitano nel nostro territorio. L’obiettivo è quello di creare una vera e propria cittadella della scienza, che vedrà operare, a pieno regime, 2.500 persone. Non basta infatti avere i computer se mancano le competenze per leggere ed analizzare i dati. In collaborazione con il Maeci e il Miur ci stiamo candidando per attrarre sul nostro territorio un’agenzia dell’Università dell’ONU nell’ambito dell’Human Habitat, cioè lo studio attraverso i big data dei cambiamenti dell’habitat umano indotti dal climate change. Infine faremo un’operazione di investimento sullo studio digitale della terra candidando la sede di Bologna per ospitare attività connesse alla grande iniziativa europea Destination Earth. Per questo servono talenti, competenze e multiculturalità. Il Tecnopolo di Bologna dovrà essere una cittadella aperta al mondo. Probabilmente cambierà la morfologia della città e della Regione, ma, nel complesso, è un’operazione di cui andare fieri perché l’Emilia-Romagna o sta nel mondo o non è.

 

A fronte di questa mole di investimenti, è in corso un ampio dibattito intellettuale relativo alla dimensione democratica della gestione dei dati e delle logiche di algoritmi e dinamiche di innovazione. In quest’ottica è fondamentale che società, politica, istituzioni e sfera pubblica si dotino di una cultura e di un dibattito democratico che permetta di comprendere almeno i punti fondamentali della discussione in merito alla transizione tecnologica. Questa cultura deve poi fungere da punto d’incontro fra gli attori convolti nella discussione. È un’impostazione condivisibile? Quali possono essere gli strumenti per costruire un dibattito maggiormente all’altezza dei problemi e delle sfide che abbiamo di fronte?

Vincenzo Colla: Una figura come Francesca Bria pone questo problema della democrazia digitale, che io condivido in toto. Bisogna innanzitutto specificare che il tecnopolo di Bologna è a controllo pubblico, elemento di per sé democratico, che lo mette a servizio di tutto il sistema economico e sociale. Per quanto riguarda la questione più ampia relativa alle grandi piattaforme digitali, si pone un problema di democrazia perché il controllo dei dati comporta una concentrazione di potere che non può non essere a regolamentazione pubblica, anche nell’ottica di favorire una vera competizione fra privati. Servono delle regole pubbliche di controllo dei dati. In caso contrario rischiamo di avere a che fare con oligopoli capaci di fare la differenza nel mondo, sia in termini economici che di conoscenze, a prescindere dalle leggi nazionali. Su questo penso che l’Europa debba giocare un ruolo da protagonista. Nell’agenda ONU rientra anche il tema del governo digitale, che sarà una delle questioni fondamentali del prossimo futuro. L’Europa può e deve intervenire, mettendo a frutto la sua cultura politica, che va spesa in quella direzione, trovando la giusta mediazione fra mercato e sfera pubblica e sociale.

Scritto da
Giacomo Bottos

Direttore di «Pandora Rivista» e Presidente di Tempora - pensare il presente, associazione, think tank ed editore della rivista. Ha studiato Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Scrive su diverse riviste cartacee e online.

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, ma puoi anche fare una donazione a supporto del progetto. Grazie!

Abbonati ora

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]