Il ruolo politico militare nel fenomeno dell’overstating in Medio Oriente
- 04 Novembre 2020

Il ruolo politico militare nel fenomeno dell’overstating in Medio Oriente

Scritto da Giacomo Centanaro

15 minuti di lettura

L’obiettivo di questo articolo è esporre, per quanto possibile, il ruolo dell’elemento militare nella gestione operativa della macchina statale nella regione mediorientale. Il tema è complesso e fa riferimento a una vasta bibliografia; questo articolo, quindi, tenterà per necessità di descrivere alcune tendenze generali che hanno riscontrato ampia evidenza empirica. Tra diversi Stati vi sono ovviamente considerevoli differenze nelle radici storiche e nello sviluppo del fenomeno dell’overstating ma spesso il punto di arrivo è comparabile per dinamiche e metodi. Per ragioni di omogeneità dei casi cui si fa riferimento, alcuni importanti attori regionali sono stati esclusi dall’analisi, nonostante presentino caratteristiche interessanti. Non bisogna perdere di vista le dinamiche esogene di natura politica ed economica che influenzarono tutti i Paesi analizzati, come la diversa impronta istituzionale ed economica lasciata in eredità alla regione dalle potenze mandatarie o l’arbitrario tracciamento dei confini nazionali.

Nella regione mediorientale le forze militari non sono mai state solamente un corpo armato inquadrato nella burocrazia statale e alle strette dipendenze delle direttive elaborate dai responsabili politici (eletti e non) dello Stato. Hanno sempre rappresentato molto di più. Effettivamente, si potrebbe obiettare come questo sia vero per tutti gli eserciti o milizie più o meno regolari della Storia: chi conduce e combatte la guerra, le strategie utilizzate e le preoccupazioni che guidano le scelte a livello tattico e strategico sono sempre stati fattori che riflettevano l’immagine delle società dei belligeranti. Un esercito è specchio dello Stato (o Nazione, differenza in molti casi non sottile) per cui combatte. Per questo motivo, vi sono numerosi fattori che permettono di leggere nella composizione e organizzazione di un’istituzione militare la realtà sociale da cui questa proviene. Il numero di unità che un governo ha a disposizione – o che sceglie di impiegare – per i suoi progetti, l’estrazione sociale dei componenti delle forze armate, l’eventuale differenza di ceto di provenienza tra soldati e ufficiali di basso o medio rango e ufficiali di alto rango, la ripartizione settaria – originata da rapporti tribali, religiosi, politici o clientelari – di funzioni specifiche tra il personale militare e il grado di professionalizzazione e addirittura la nazionalità di quest’ultimo sono tutti elementi discriminanti nel definire l’identità e i progetti di un Paese e che verranno presi in considerazione. Ciò che però risulta costante è il forte significato simbolico di cui le forze armate sono sempre state investite, come braccio primario di uno Stato, di una comunità, per difendere i propri interessi. Come vedremo, questo ruolo sarà interpretato in maniera molto elastica, mascherando spesso la tutela di interessi clientelari ad altissimo livello nella gerarchia statale con sedicenti operazioni di salvaguardia della legalità o degli interessi immutabili della Nazione. Il ruolo peculiare dell’esercito nella regione mediorientale è confermato non tanto dall’intenso interventismo economico statale nell’economia dei diversi Paesi, bensì dal fatto che i pianificatori militari dovettero svolgere un ruolo di “fattori sostitutivi”, spesso in mancanza di una ampia classe privata di investitori in grado di costituire il centro delle riforme economiche. Questo ruolo nei decenni si esaspererà e le forze armate spesso legheranno a sé i maggiori potentati economici nazionali, dando origine a quello che potremmo definire un capitalismo clientelare di Stato che, così come era successo con le élite monarchiche e liberali degli anni Trenta e Quaranta, consoliderà la frattura economica tra i ceti dirigenti e l’enorme massa popolare. Guardiamo al paradigmatico caso egiziano.

Nel 1936 le porte dell’Accademia militare del Cairo – storica istituzione fondata nel 1811 per volere di Mehmet Alì, ritenuto il padre dell’Egitto moderno – nella prospettiva della partenza degli ufficiali inglesi, si aprirono anche per i ceti egiziani più umili, prima relegati ai gradi inferiori. Nessuno avrebbe previsto le conseguenze del provvedimento. Una nuova generazione di ufficiali egiziani faceva il suo ingresso nell’istituzione statale per eccellenza, portando con sé quella che senza dubbio potremmo definire una diversa coscienza di classe rispetto a quella dei loro superiori. Guardando alle biografie degli ufficiali che tra il 1938 e il 1939 avrebbero formato la cellula originaria dei Liberi Ufficiali si nota come la stragrande maggioranza di questi provenisse da piccola borghesia di origine rurale, dipendenti statali di basso livello o piccoli commercianti. Caratteristiche che si sarebbero ripresentate con Nasser e gli altri ufficiali nel 1952. Come scrive Marcella Emiliani: «conoscevano bene le condizioni di povertà e le angherie subite dalla popolazione, per cui abbinavano all’afflato patriottico-nazionalista quell’attenzione alle ingiustizie sociali e di classe che mancava ai vecchi partiti nazionalisti»[1]. Quei “figli del popolo” – come amavano definirsi – non provenivano da nobili famiglie turco-circasse con una lunga tradizione di servizio militare, ma avevano condiviso le stesse proteste nelle strade contro il giogo inglese, le stesse passioni politiche e lo stesso disincanto e delusione verso la vecchia classe dirigente[2]. È assolutamente da sottolineare che l’involontaria e “collaterale” funzione di ascensione sociale esercitata dalle accademie militari avrà conseguenze ampissime in tutto il Medio Oriente; certo il caso tardo ottomano/turco e, in parte, quello iraniano, costituiva un importante precedente storico, ma in nessuno dei due Paesi si è vista con la stessa intensità la funzione delle accademie e poi, in catena verticale, delle caserme come incubatori politici di un’intera nuova classe politica e ceto sociale. I giovani ufficiali che il 23 luglio 1952 portarono avanti il colpo di Stato (avevano tutti un’età compresa tra i 28 e i 35 anni) non avevano ricevuto una preparazione politica organica, ma si rifacevano a vaghi richiami alla giustizia sociale, all’identità araba e ovviamente all’antimperialismo. A differenza degli altri militari che nella regione mediorientale fino ad allora si erano impossessati delle leve del potere statale, i Liberi Ufficiali si preoccuparono per i successivi due anni di forgiare un’ideologia per il nuovo Egitto. Se di ideologia si può parlare, fu comunque presto chiaro come questa non fosse pensata per il coro plurale di voci che si levava dalla società egiziana ma fosse cucita sulle spalle dei militari. Quegli ufficiali divennero i pianificatori economici, gli ideologi, i tecnici del nuovo regime. Il vecchio regime era colpevole di aver mandato a combattere un esercito mal armato e impreparato, un esercito che era stato relegato fino ad allora dalle truppe britanniche a mere funzioni di polizia e di tutela dell’ordine pubblico, senza sviluppare una elevata professionalità[3]. In Egitto, così come in Siria e Iraq, durante il predominio di Francia e Gran Bretagna, si era prestata particolare attenzione al fatto che gli ufficiali obbedissero al governo civile, tenendosi ben lontani dalle questioni politiche. Questo però diventava sempre più difficile, in quanto spesso l’esercito era coinvolto in attività altamente politicizzate, come la repressione di scioperi e rivolte e gli ufficiali diventavano quindi bersaglio di azioni di reclutamento da parte di movimenti politici radicali, desiderosi di aumentare la propria influenza grazie al sostegno delle forze armate[4].

In un’intervista nel novembre 1953 Nasser si riferì al Consiglio del comando rivoluzionario come a un «piccolo parlamento composto da dodici membri che portavano sulle loro spalle la rivoluzione dell’esercito»[5], anni dopo, una volta divenuto rais incontrastato, avrebbe detto di non avere bisogno del vecchio parlamento, dato che ora era l’esercito il suo parlamento[6]. Guardando agli eventi osservati, e a quelli che sarebbero avvenuti, è difficile contraddirlo: attraverso i suoi ufficiali l’esercito, in quello che in Occidente si definirebbe un cortocircuito istituzionale, agiva nella “dialettica” politica in sostituzione della società civile[7], impossibilitata ad esprimersi liberamente e quindi privata del ruolo che le era riconosciuto nelle democrazie liberali. Il potere legislativo si era trasferito nell’alta gerarchia del braccio del potere esecutivo per eccellenza. La rivoluzione egiziana si concretizzò essenzialmente in una decapitazione dei vertici dello Stato, un’azione pianificata portata avanti manu militari da un gruppo ristretto di forze armate[8]. «Solo dopo il 1973 fu consentito ai civili di affiancare o sostituire i militari negli alti gradi della burocrazia e al governo, con la presidenza che rimaneva saldamente nelle mani dei militari. Le radici dell’overstating, ossia della statocrazia mediorientale, sono già tutte qui e l’esempio egiziano fece scuola»[9].

I numerosi aspetti legati al ruolo che i militari hanno ricoperto e ricoprono nella regione mediorientale sono riconducibili a un fenomeno più ampio, profondamente inscritto nella storia delle istituzioni moderne degli Stati del Medio Oriente. Lo Stato si è progressivamente rafforzato ma solo nella sua accezione fondativa di monopolio del potere, non in quella di rappresentanza e trasmissione di bisogni e aspirazioni della popolazione[10]. È spesso lo Stato – con i suoi arti – a dominare la politica nazionale, non la società civile attraverso libere associazioni che concorrono a formulare l’indirizzo politico del Paese. L’unico vero centro di residenza del potere è lo Stato, di cui è sufficiente impadronirsi – spesso con la forza – per poter imporre dall’alto al Paese qualunque disegno politico si voglia attuare, anche se totalmente avulso dalla realtà dei fatti[11]. In tutto questo, l’esercito rappresenta sicuramente il mezzo statale più sicuro ed efficiente per dominare le istituzioni, creando a occhi occidentali un gravissimo vulnus istituzionale, in cui organi di uno stesso corpo possono volgersi gli uni contro gli altri. Questo conferisce un’immagine dello Stato mediorientale simile a quella di un vuoto veicolo di potere – non fondato su valori strutturali che non siano quelli imposti dal vertice politico – con le sue ramificate e profonde articolazioni burocratiche disposte a servire chiunque sieda al vertice. Si può sostenere, invece, come l’idea occidentale moderna di Stato si fondi (almeno) sul concetto di ragion di Stato, dove quest’ultimo rappresenta un’entità astratta e permanente, esistente di per sé, le cui necessità non sono determinate dalla personalità o dagli interessi familiari privati del sovrano, ma da un interesse nazionale sempre rintracciabile a chi sappia osservare la realtà con sufficiente pragmatismo[12].

Il fenomeno dell’overstating non si manifesta solo nella sfera delle limitazioni dei diritti politici e in un potere esecutivo totalmente slegato da qualsiasi laccio costituzionale, ma anche nella vita economica dei Paesi. Questo sembra essere abbastanza ovvio, poiché è in base alla quantità e alla qualità delle risorse economiche e finanziarie disponibili che uno Stato deve compiere scelte più o meno insidiose su come allocare il budget disponibile; queste scelte possono essere foriere di grandi tensioni all’interno della società, caratterizzata spesso da disparità economiche che si sovrappongono a fratture etnico-confessionali. L’espansione del ruolo statale nella sfera economica è stata considerevole in ogni Stato del Medio Oriente, a prescindere dalle sue dimensioni, storia politico-istituzionale, livello di benessere o dottrina sociale. Un primo aspetto da notare è infatti la sostanziale equiparazione in termini di spesa per l’intervento pubblico in economia per Stati di impronta “socialista” e Stati conservatori o islamici (Arabia Saudita o Iran). Nella sua imponente opera – Over-stating the Arab State. Politics and Society in the Middle East – Nazih N. Ayubi nota come in otto Stati per cui i dati erano disponibili tra il 1930 e il 1980 la spesa pubblica sia cresciuta di un intervallo compreso tra un minimo di 40 volte e un massimo di 2.400[13]. Questa enorme espansione fu principalmente dovuta al ruolo guida delle istituzioni statali nel finanziamento, controllo e pianificazione di progetti di sviluppo economico; a questo proposito sembra corretto ricordare la teoria dei “fattori sostitutivi” di Gerschenkron per i Paesi latecomer, lontani dalla frontiera tecnologica dei Paesi industrializzati. In contesti economici dove spesso il tessuto imprenditoriale e manifatturiero locale era stato scoraggiato o totalmente annichilito dalle importazioni forzate di beni industriali a basso prezzo provenienti dalla potenza coloniale, il tessuto economico privato faceva fatica ad affermarsi. Esigui erano anche i flussi di investimenti esteri diretti, mentre l’industrializzazione – obiettivo primario di molti dei governi dei Paesi arabi a partire dagli inizi degli anni Cinquanta – era notoriamente un’attività capital intensive che, tuttavia, non riusciva a trovare le risorse necessarie nel mercato dei capitali privati. In questa prospettiva il governo divenne naturalmente il maggiore attore economico dei Paesi, non solo per quanto riguardava la vexata quaestio delle riforme agricole – che costituivano uno dei primi pensieri di ogni nuovo governante – quanto anche per settori avanzati. Gli esempi a questo proposito sono ovviamente innumerevoli ma per identificare un caso specifico e ricollegarci con l’Egitto di Nasser potremmo citare l’esempio del colonnello – e ingegnere – Mahmoud Younes che nel 1954 in qualità di Sottosegretario del Commercio e dell’Industria organizzò il primo incontro tra Enrico Mattei e Nasser e che nel 1957 sarà nominato Presidente della nuova società mista italo-egiziana Compagnie Orientale des Pétroles d’Egypte essendo contemporaneamente anche direttore generale dell’Autorità di Gestione del canale di Suez[14].

Il fenomeno dell’overstating è ben visibile anche nei dati relativi all’occupazione in numerosi Stati arabi, dove gli apparati burocratici rappresentavano (e rappresentano) il più grande datore di lavoro del Paese. Per citare un esempio particolarmente significativo: nel 2012 la Banca Mondiale stimava come tra il 2006 e il 2012 il 70% della forza lavoro libica (1.9 milioni di persone) fosse occupata nel settore pubblico, tra impiegati dei dicasteri e in imprese controllate[15]. Parte di questo fenomeno è sicuramente dovuto in molti Paesi all’acromegalia in termini di effettivi delle forze armate. Secondo quanto emerge dai dati dell’International Institute for Strategic Studies, in Siria, per esempio, nel 1989 le forze armate avevano raggiunto le 400.000 unità, costituendo così il 5% della popolazione e più del 20% della forza lavoro totale del Paese: più di un lavoratore siriano su cinque indossava una divisa. Alle spese militari veniva dedicato il 40% del bilancio annuale, circa il 15-16% del prodotto nazionale lordo. In Iraq la lunga guerra contro l’Iran aveva fatto crescere le forze armate a 1.000.000 di unità, su una popolazione di 19 milioni di persone[16]. Parallelamente venivano sviluppati interi sistemi produttivi militari, pensati per ridurre la dipendenza da importazioni strategiche e gestiti direttamente da personale militare, che iniziò a occuparsi di settori non strettamente militari. Roger Owen riferisce come i primi due esempi di queste società controllate dall’esercito siano rintracciabili in Siria «Establishment for the Execution of Military Construction (1972) e Military Housing Establishment (1975) – società che, verso la metà degli anni Ottanta, erano diventate le più grandi imprese del Paese. Un ruolo simile fu svolto in Iraq dal potente Ministero dell’industria militare»[17]. Un esempio paradigmatico del fenomeno sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo continua a essere l’Egitto, in cui l’esercito continua a essere definito dalla revisione costituzionale del 2018 “garante della democrazia e delle istituzioni”. Questa definizione in fin dei conti non dovrebbe stupire molto, si è semplicemente riaffermato ciò che è prassi dal 23 luglio 1952. La concezione di “istituzioni” è però da interpretarsi in maniera estensiva; per esempio, il presidente al-Sisi ha dichiarato più volte la sua fiducia nelle capacità egiziane di affrontare la crisi pandemica del 2020 grazie al lavoro dell’Autorità per gli acquisti unificati di materiale medico, fondata nel 2015 e diretta da un generale – l’Autorità sceglie i fornitori, locali ed esteri, e si pone come intermediario obbligatorio per ogni struttura sanitaria del Paese. Questo ha rafforzato i sospetti che l’esercito stia sfruttando le opportunità offerte dalla pandemia per estendere il proprio controllo sull’economia del Paese[18]. D’altronde è quello che dal 2013 è avvenuto estensivamente sotto la presidenza al-Sisi: l’esercito è ritenuto più efficiente e adeguato nel portare a termine grandi progetti infrastrutturali e inoltre le nuove attività consentono nuovi guadagni per gli ufficiali incaricati che contribuiscono così a cementare il consenso per il regime. L’intervento dell’esercito in economia è caratterizzato da grandi vantaggi e sgravi fiscali che determinano un’enorme distorsione della concorrenza, a danno degli attori privati. L’esercito è ovunque: dalla produzione di pasta all’imbottigliamento dell’acqua minerale alla fornitura – a prezzi maggiorati – di computer alle università. L’impero economico in divisa sarebbe composto, secondo Jamal Bukhari e Ariane Lavrilleux, da 93 imprese, un terzo delle quali nate negli ultimi sette anni. Questa tendenza segna un’importante discontinuità anche con la presidenza di Hosni Mubarak, che riconosceva uno spazio di azione e di profitto anche agli attori imprenditoriali privati[19].

Osservando il fenomeno in un’ottica storica comparata, si può notare come in tutti i Paesi di recente indipendenza, nel secondo dopoguerra le forze armate abbiano giocato un importante ruolo nei processi di State building. Una delle tante tesi formulate per spiegare il fenomeno argomenta come questo sia dovuto alle inerenti capacità organizzative e di gestione della violenza delle forze armate[20], in un contesto di istituzioni politiche fragili e spesso poco legittimate e animate da radicali scontri ideologici che hanno preso forza una volta raggiunta l’indipendenza dalla potenza esterna. Altri sostengono come sia invece la decadenza della disciplina e della professionalizzazione delle forze armate a rendere non solo possibili ma anche frequenti colpi di Stato militari[21]. È stata anche avanzata l’ipotesi che definisce l’intervento militare in politica come riflesso di una bassa o minima cultura politica della società[22] oppure, secondo Huntington, come una «specifica manifestazione comune a tutte le società sottosviluppate, ossia la generale politicizzazione delle forze sociali e delle istituzioni»[23]. Se, come è evidente, le cause dell’interventismo militare in politica costituiscono un’annosa fonte di dibattiti, l’importante valenza sociale di questi eventi è fuori discussione. Non bisogna perdere di vista poi la peculiarità storica di ogni comunità politica analizzata, che porta con sé un retaggio storico e culturale secolare: il fatto che si giunga allo stesso risultato non implica che i punti di partenza siano gli stessi o che sia possibile identificare leggi puntuali, che rischiano di risultare poco descrittive o utili ai fini di ricerca in quanto eccessivamente generali.

Non c’è determinismo nella nascita di particolari forme di governo in Medio Oriente, l’idea di un dispotismo orientale inevitabile e geograficamente e naturalmente determinato (si veda la concezione orientalista di Hegel sulla natura dispotica e patriarcale dei regimi politici asiatici[24]) che domina in maniera predatoria i cittadini grazie all’uso delle forze armate non sembra avere rilevanza scientifica. Gli Stati mediorientali traggono l’origine della loro forma dallo Stato-nazione occidentale, una forma spesso imposta dai regimi coloniali; questo ha provocato l’identificazione della struttura statale come estranea alla storia e cultura dei popoli locali, mancando l’identificazione tra Stato e nazione. In Medio Oriente, a partire dalla seconda metà del Novecento si è assistito alla smentita fattuale dell’universalità del modello democratico liberale. Ancora di più si è assistito alle conseguenze nefaste del disegno artificiale dei confini statali originati dal patto segreto Sykes-Picot del 1916 e non corrispondenti alla distribuzione geografica delle comunità politiche preesistenti. Esempi lampanti di questo sono le frontiere di Libano e Siria, che hanno spezzato le catene di un sistema economico regionale storicamente integrato che dai porti libanesi raggiungeva la profondità dell’Anatolia e della Siria, e la costruzione dell’Iraq, ossia l’assemblamento di tre province molto diverse tra loro (Mosul, Baghdad e Bassora) che fino ad allora nulla avevano condiviso se non il fatto di essere sottoposte al dominio ottomano[25]. Dopo essere stati creati velocemente, i moderni Stati mediorientali vissero un’indipendenza tanto accelerata quanto problematica.

Nel 1953 Majid Khadduri scriveva che, a partire dalla presa di potere dei militari negli Stati mediorientali, si generava un’ulteriore difficoltà: una volta che i militari erano saldi al comando, come avrebbero potuto essere rimossi dalle loro posizioni? Questa dinamica avrebbe posto il rischio per una sospensione a tempo indefinito delle procedure democratiche di governo. Il fatto che fino ad allora la prassi democratica non fosse stata soddisfacente in Medio Oriente non negava necessariamente il principio generalmente accettato che qualsiasi governo deve rispondere ai suoi cittadini. Khadduri continuava asserendo che se il modello democratico aveva fallito in Medio Oriente, era perché era stato trapiantato in un contesto sociale impreparato[26]. Ad oggi, la domanda retorica di Khadduri rimane senza risposta in quanto, dopo aver dimostrato la propria impossibilità a rigenerarsi, le élite militari mediorientali si sono legate sempre di più a fondamenti di potere di tipo clanico e clientelare, per consolidare basi di potere che sapevano non poter più fondare sulla vasta legittimazione dei primi anni post-indipendenza. Le alternative sorte a partire dalle ribellioni del 2011, inoltre, o sono state stroncate o faticano tuttora ad affermarsi nella maggior parte dei Paesi toccati.

Nel tentativo, dunque, di rispondere ai quesiti che hanno guidato questa ricerca occorre tenere presente la differenza sostanziale tra la condizione di legittimità e di prassi istituzionale delle neonate repubbliche mediorientali e delle democrazie parlamentari occidentali. Se le forze armate, attraverso le figure dei loro ufficiali, sono risultate determinanti nel processo di modernizzazione e di State building non è a causa della distorsione di un modello democratico puro, quanto di una diversa concezione di base dell’autorità statale così come intensa in Occidente. Sino dalla fine del XVIII secolo le innovazioni europee sono state attentamente filtrate con pragmatismo a seconda delle necessità del momento storico. Ciò che ha portato ufficiali di basso o alto grado a ricoprire prima un ruolo modernizzatore e poi a impersonare cambiamenti sociali è frutto di più ampie tendenze internazionali, in una regione prima costretta a intraprendere una modernizzazione difensiva per far fronte alle potenze europee e poi a gestire, a partire dal secondo decennio del Novecento, un vasto processo socio-economico come l’intensa urbanizzazione in Paesi con altissimi tassi demografici e sistemi economici già di per sé inadeguati a garantire un benessere diffuso. In questo vasto e complesso processo le forze armate hanno rappresentato l’unico sbocco per gran parte della piccola borghesia che ambiva a un miglioramento della propria condizione sociale vista la difficoltà, se non l’impossibilità, a emanciparsi attraverso altri mezzi. I regimi instaurati, a lungo andare, non si sono però dimostrati capaci di elevare effettivamente il benessere della maggioranza della popolazione, dovendo quindi far fronte a proteste da vasti strati delle società. In seguito alle frequenti involuzioni autoritarie la legittimità che avrebbe dovuto saldare regime e popolazione venne sostituita con il ricorso alla violenza sistematica. La frequente presenza in Stati mediorientali di Ministeri per l’informazione – sconosciuti all’Occidente contemporaneo – e la proliferazione delle branche dei servizi segreti[27] sono fatti significativi della tendenza storica che ha portato i rivoluzionari arabi della seconda metà del Novecento a trasformarsi in caste chiuse a ogni accesso dal basso. Con il riemergere della questione del ricambio della classe dirigente algerina nel marzo 2019, queste “caste” avrebbero iniziato a essere chiamate dall’opinione pubblica internazionale ma soprattutto dalle decine di migliaia di giovani dimostranti, “gerontocrazie immobili”[28]. Spesso i regimi hanno istituito divisioni informali del lavoro sociale tra le minoranze dei Paesi, per farle convivere e servire il potere; queste divisioni settarie sono state sfruttate ampiamente nel corso dei decenni per rispondere a un paranoico senso di insicurezza dei regimi[29]. In questo modo, le fragili strutture statali mediorientali hanno spesso posto le basi per lo sviluppo delle contraddizioni che le avrebbero portate a piegarsi.


[1] M. Emiliani, Medio Oriente. Una storia dal 1918 al 1991, Laterza, 2012, pp. 93-95.

[2] J. Gordon, Nasser’s Blessed Movement. Egypt’s Free Officers and the July Revolution, Oxford University Press, New York – Oxford, 1992, p. 39.

[3] J. Gordon, op. cit., p. 41.

[4] R. Owen, Stato, potere e politica della formazione del Medio Oriente moderno, Il Ponte Editrice, 2005, p. 294.

[5] J. Gordon, op. cit., p. 120.

[6] M. Emiliani, op. cit., p. 97.

[7] Tornando indietro nel tempo, è curioso ricordare come una delle più ampie rivolte dell’epoca coloniale avvenute in Egitto sia stata opera di un colonnello egiziano di umili origini, Ahmad Urabi che, per via delle sue origini e della sua educazione tradizionale e non occidentale, sentì di poter interpretare e agire in nome degli interessi della massa dei sudditi egiziani, contro la politica reazionaria dei tre attori (Gran Bretagna, monarchia Wafd). Cfr. con Cleveland, Bunton, op. cit., pp. 92-93.

[8] M. Emiliani, op. cit., p. 95.

[9] Ivi, p. 96.

[10] Ivi, p. 23.

[11] I casi sarebbero numerosi, ma qui citiamo a titolo esemplificativo l’esperienza del tentativo di industrializzazione dell’Iraq sotto la presidenza autocratica di Abd al-Karim Qasim (1958-1963).

[12] Henry Kissinger, Ordine Mondiale, Mondadori, Milano, 2015, pp. 23-24.

[13] Nazih N. Ayubi, Over-stating the Arab State Politics and Society in the Middle East, Londra New York, I.B.Tauris Publishers, 1995, p. 292.

[14] Alberto Tonini, Il sogno proibito. Mattei, il petrolio arabo e le “sette sorelle”, Edizioni Polistampa, Firenze, 2003, pp. 64, 79-80.

[15] European Training Foundation, Labour Market and Employment Policy in Libya, 2014.

[16] International Institute for Strategic Studies, The Ministry Balance 1990-1991, Brassey’s, Londra, 1990.

[17] R. Owen, op. cit., p. 297.

[18] La voracità dell’esercito egiziano, J. Bukhari, A. Lavrilleux, Le Monde Diplomatique – il manifesto, n. 7/8, anno XXVII, luglio/agosto 2020.

[19] Ibidem.

[20] Morris Janowitz, The Military in the Development of New Nations (Chicago: University of Chicago Press, 1964), p. 32 in Nasser Momayezi, Civil-Military Relations In Turkey, International Journal on World Peace, Vol. 15, No. 3 (SEPTEMBER 1998), pp. 3-28

[21] S. Decalo, Coups and Army Rule in Africa: Studies in Military Style (New Haven: Yale University Press, 1976), pp. 14-15 in ibidem.

[22] S.E. Finer, The Men on Horseback: The Role of the Military in Politics (London: Pall Mall Press, 1969), pp. 11-39 in ibidem.

[23] Ibidem.

[24] G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, 1837.

[25] Cleveland, Bunton, A History of the Modern Middle East, Routledge, New York, 2016, p. 195

[26] M. Khadduri, op. cit., p. 524.

[27] In Iraq durante il regime di Saddam Hussein se ne contavano ben dodici, ma un numero simile è stimato anche per la Siria di Assad e l’Egitto, vedi Alberto Negri, “La questione della legittimità”, in G. Bottos, F. Rustichelli, F. Salesio Schiavi, J. Scita, G. Sirtori (a cura di), Il trono di sabbia. Stato, nazioni e potere in Medio Oriente, Rosenberg & Sellier, 2019, p. 10.

[28] New York Times, Algeria Protests Grow Against President Bouteflika, Ailing and Out of Sight, 01.03.2019.

[29] A. Negri, op. cit., pp. 10-11.

Scritto da
Giacomo Centanaro

Classe 1997, nato a Genova. Laureato in Studi internazionali presso la Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze. Studente presso la magistrale Relazioni Internazionali dell'Università di Firenze. Appassionato di relazioni internazionali, di storia e di geoeconomia.

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