“Il vincolo della vergogna” di Carlo Ginzburg
- 13 Marzo 2026

“Il vincolo della vergogna” di Carlo Ginzburg

Recensione a: Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Adelphi, Milano 2026, pp. 276 con 16 tavole fuori testo, 28 euro (scheda libro)

Scritto da Pasquale Terracciano

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Le vergogne, le identità, la storia

Se Carlo Ginzburg avesse una passione per la numerologia (lui, che è, come vedremo, più midrashico che cabalistico), potrebbe rivendicare un destino bibliografico: i suoi libri “maggiori” escono negli anni che finiscono con il 6. I benandanti (1966), Il formaggio e i vermi (1976), Miti, emblemi, spie (1986). E adesso Il vincolo della vergogna – volume di letture oblique – arriva nel giro di anniversari tondi: sessant’anni dai Benandanti, cinquant’anni dallo straordinario libro su Menocchio, quarant’anni da Miti, emblemi, spie. Non male, per un autore che diffida delle simmetrie facili e preferisce gli indizi, gli scarti, le anomalie. Iniziamo dunque col dire che Il vincolo della vergogna esce nel 2026: al lettore trarre le conseguenze.

Il libro (Adelphi, “Il ramo d’oro”) raccoglie sedici saggi in quattro parti, nati in tempi diversi. Come spesso accade in Ginzburg, l’insieme non procede a tesi: avanza per casi e incastri, per montaggi e controprove, seguendo quel movimento tipico che parte da un dettaglio e poi allarga il campo, fino a trasformare l’eccezione in una lente sulla norma. È, insieme, un nuovo capitolo nell’applicazione di un metodo e di un’indagine su quel metodo stesso, in continuità con la fase aperta dal già citato Miti, emblemi, spie. Metodo, insomma, che è sia strumento che oggetto.

Il motore di questo movimento è ciò che Ginzburg chiama l’«euforia dell’ignoranza» (si consenta qualche dubbio sull’ignoranza dell’autore), a partire dall’urto con un dettaglio che non torna, un filo che non tiene, un disallineamento. L’anomalia e l’ignoranza: eppur si tiene, eppur si muove, senza cedere mai al gusto del bizzarro in sé, ma sempre in maniera tale che sia capace di illuminare la norma.

Da qui la vena quasi “giallistica”: si procede per tracce, e i personaggi – Bloch, Spitzer, Auerbach, Wittgenstein, Freud, Pike, ecc. – sono familiari agli habitué dell’autore. Se pure non c’è un assassino da scoprire, i “cadaveri” sono invece sempre riconoscibili: defunge implacabilmente l’ovvietà, viene crivellata di colpi la sciatteria interpretativa. E come nei gialli seriali riusciti, la ricorrenza di temi e figure non toglie piacere agli affezionati, né allontana i neofiti: un libro per chi non ha mai letto Carlo Ginzburg e un libro per i suoi fedeli lettori.

Qui non entreremo nel merito di ogni saggio, ma vale la pena di evocare, in ordine sparso, i temi che emergono: il principio dialogico come modello asimmetrico e conflittuale, la fragilità della libertà e le seduzioni delle dittature, la capacità dei maghi di vincolare e le fake news, il rapporto tra geologia e filologia, il contratto di Rousseau e il dono di Mauss, la servitù volontaria di Étienne de la Boétie e la tirannia del Leviatano, un abbozzo di storia filosofica dei polipi. I saggi parlano di Proust maestro degli storici, di illusionisti della Versilia, di convolvoli, di gigli, di lastre fotografiche, di zone grigie, di formiche, di nuvole e di nicodemiti.

Sembrerebbe che la vergogna, quanto più si allontana dai grandi del mondo, tanto più è interrogata negli ultimi anni. Il cuore del libro di Ginzburg, dichiarato sin dall’avvio, è una frase che suona solo apparentemente come un paradosso morale: «il paese al quale apparteniamo non è … quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare. La vergogna può essere un legame più forte dell’amore». Ginzburg racconta che l’intuizione gli arriva negli anni in cui insegnava a Los Angeles, davanti a Guantánamo. Provava orrore e indignazione, ma non vergogna; e proprio quel corto circuito emotivo diventa il punto di partenza di una ricerca storica sulle insidie dell’identità.

Parola rischiosa, ma inevitabile: sarà superfluo dirlo, ma Ginzburg rifiuta l’idea di un’identità rotonda e compatta. Alla fine del primo saggio e nella prefazione, arriva a una definizione di individuo come «punto di convergenza di più insiemi»; e riconosce, quasi in controcanto, una formula di Calvino: l’identità come «fascio di linee divergenti che trovano nell’individuo un punto d’intersezione». Non basta però la molteplicità delle componenti delle identità, conta l’interazione fra appartenenze, la loro frizione, forse anche la loro gerarchia mobile. E per quanto riguardo lo storico ciò che conta è lavorare sugli interstizi; in questo modo l’insieme dei saggi del libro è anche un’autobiografia intellettuale, come è stato già sottolineato da Simon Levis Sullam in un pezzo su Domani.

Il vincolo della vergogna è al tempo stesso uno dei libri più politici di Ginzburg. La vergogna, infatti, non è solo sentimento individuale: incarna il rapporto fra corpo individuale e corpo politico, fra il visibile e l’invisibile della comunità, fino alla domanda sui confini stessi di una «comunità basata sulla vergogna». Nella traiettoria del saggio entrano l’Iliade («siate uomini e serbate il senso della vergogna»), Agostino ladro vergognoso (ma non lo sfacciato Rousseau delle Confessioni), Primo Levi, fino a una coda che porta la discussione dentro un presente lacerato, dove identità e identificazione diventano dolorose. La vergogna arriva «come una malattia improvvisa» (p. 17) e si fa spia. Non lo era stato a Guantanámo; lo è in questo caso, per l’autore – italiano ebreo – rispetto a Gaza. Provare vergogna per qualcosa di cui non siamo direttamente responsabili è ciò che tocca l’identità, ma ancor più specificamente è la radice della differenza tra identità multiple e identificazione.

C’è un’ulteriore torsione – non esplicitata da Ginzburg, ma che il suo discorso sembra autorizzare – se la si accosta alla figura in copertina, lo “studio di un mostro alato” di Michelangelo: corpo ibrido, avviluppo e urlo, muscolatura trattenuta e insieme pronta allo scatto, come se la vergogna fosse contemporaneamente un vincolo e un dispositivo di trasformazione. E dunque: la vergogna ha un senso politico, potrebbe addirittura diventare una leva di rivolta? Un passaggio non presente nel libro dialoga inaspettatamente con il disegno michelangiolesco. In una lettera del 1843 Marx anticipava l’obiezione («mica per vergogna si fa rivoluzione») e rovesciava la prospettiva: «la vergogna è già una rivoluzione», perché mette a nudo la menzogna di un patriottismo retorico e costringe a riconoscere la complicità. Così Marx: «La vergogna è una sorta di ira contro di sé. E se davvero un’intera nazione si vergognasse, sarebbe come un leone che si china per spiccar il balzo». Lasciamo stare il leone, il cui rapporto con il patriottismo è quantomeno duplice (è contemporanea a questa lettura, l’operazione militare «Ruggito del leone» dell’esercito israeliano), teniamo la vergogna.

La seconda metà del volume è, a mio giudizio, quella in cui il libro si concentra più esplicitamente sul metodo: sulla tenuta cognitiva delle metafore, sul rapporto tra immagini e parole, e soprattutto sul modo di lavorare tra morfologia e storia, sincronia e diacronia. Qui si sente un problema di lunga durata, che affiora almeno da Miti, emblemi, spie, e che continua a produrre domande. È un metodo che lavora dove i contorni sono sfocati: negli “errori-guida”, nelle somiglianze di famiglia, nelle sovrimpressioni da cui emerge una fisionomia non essenzialista degli oggetti – testi, immagini, concetti. Non stupisce allora che Ginzburg torni sui legami tra storia e morfologia, tra scienze dell’uomo e scienze della natura: «Cercare frammenti incrostati nel presente, trasformandoli in indizi in grado di accedere al passato: la filologia spesso fa questo, in maniera metaforica. La geologia fa lo stesso, in maniera letterale».

L’insieme dei saggi funziona così come una serie di lastre sovrapposte, lascia intravedere, per addensamenti successivi, il profilo di uno storico per il quale l’anomalia è una leva euristica. Del resto, il principio delle lastre sovrapposte (attraverso Galton e Wittgenstein riformulati e riletti) è un altro modo di formulare quel «fascio di linee divergenti» che, nella prefazione, Ginzburg riprende da Calvino per pensare l’identità; e la definizione di individuo novecentesco come realtà «flessibile, aperta, dai confini parzialmente sfuocati», che ritorna nel saggio Somiglianze di famiglia e alberi genealogici lega i due fili principali del volume.

Sia per gli individui che per i problemi storici è utopico giungere alla definizione di un’essenza. Ma questo non comporta alcun cedimento alla superficialità; al contrario. Guardare nel modo più accurato possibile, tenere insieme le parole dell’osservatore e quelle dell’attore: è questa la strada praticabile nella ricerca.

Da qui la necessità di letture lente e di letture oblique. Ed è qui che emerge anche il suo lato “midrashico”, di cui dicevamo. Gastón Burucúa ha suggerito una somiglianza di famiglia tra il metodo di Ginzburg e quello delle glosse talmudiche. Non si tratta di un apprendistato diretto all’esegesi ebraica, ma di mediazioni di maestri: Bloch, Spitzer, Auerbach, Freud, Warburg, Gombrich, Panofsky, Momigliano, Strauss. Una costellazione ebraica, che indirizza uno stile di lettura: attenzione ai margini, alle pieghe, a ciò che il testo dice senza dirlo del tutto.

È una riflessione che percorre il saggio su Strauss e Cantimori, maestro di ermeneutica della reticenza l’uno, e di lettura lenta l’altro. «Leggere tra le righe» perché si è costretti a «scrivere tra le righe» designa un’abilità esegetica, storicamente situata, che nasce dove ci sono persecuzione, censura, doppio fondo, e che va saputa maneggiare dallo storico. Ginzburg lavora sull’«incontro mancato» tra Strauss e Cantimori; e mostra come, per Cantimori, il nicodemismo – la dissimulazione religiosa nel Cinquecento – sia stato insieme oggetto di ricerca e categoria esistenziale-politica.

Le pagine dedicate a Benjamin e a Laborde – in Testi, immagini, riproduzioni – suonano oggi quasi inevitabilmente come un prologo all’età dell’intelligenza artificiale (di cui Ginzburg non parla; e ci azzardiamo noi a rischiare inferenze e passi falsi). Quando, a metà Ottocento, Laborde difende la fotografia e il dagherrotipo contro chi li accusava di minacciare l’arte, formula un argomento familiare: ogni innovazione tecnica appare dapprima come una degradazione, poi come una democratizzazione, infine come una ridefinizione del lavoro intellettuale. Quando, al riguardo della «volgarizzazione dell’arte» si sottolinea che il dagherrotipo non uccide l’arte ma «uccide il lavoro di pazienza, e rende omaggio all’opera del pensiero», si introduce una distinzione che oggi non possiamo non riascoltare alla luce dell’intelligenza artificiale. Naturalmente l’analogia non va forzata. L’intelligenza artificiale non è semplicemente una nuova fotografia. Tocca la produzione di immagini, di testi, di stili, di voci; si autoalimenta; ricombina e rende instabile fino a cancellarlo proprio quel confine tra copia, variante e invenzione che il saggio di Ginzburg segue con finezza.

Ma una domanda resta la stessa: che cosa viene davvero colpito da una tecnologia di riproduzione? Il lavoro meccanico? L’autorità dell’originale? La sua aura? Oppure, più radicalmente, si erode la nostra capacità di distinguere tra pensiero e procedura, tra interpretazione e plausibilità statistica? In ogni caso la conclusione prudente di Ginzburg – «oggi l’unicità delle immagini è più che mai minacciata. Si tratta di una fragilità irreversibile? Nessuno è in grado di rispondere» – vale ormai ben oltre le immagini.

È un tema che si intreccia con l’ultimo saggio del volume Fake News? Prendere le distanze dal presente. Laddove il discorso pubblico tende a trattare le fake news come un fenomeno ovvio, Ginzburg introduce distanza e complicazione; e parte dalla profezia che si autoavvera di Merton. Il problema non è l’opposizione schematica tra vero e falso ma la dinamica con cui il falso entra nella storia, plasmando credenze e condotte. Nel saggio, Bloch, Lefebvre e Le Bon sono gli interlocutori nel tortuoso percorso delle false notizie e delle loro ricadute. La lezione di Ginzburg non è, ovviamente, quella di opporre una nostalgia dell’autenticità perduta. È piuttosto difendere l’attrito delle prove, la lettura obliqua, la verifica degli indizi. In un mondo in cui le immagini e i testi possono essere prodotti in serie, in cui aumentano le copie plausibili e le falsificazioni efficaci, ancor più serve quella disciplina dello sguardo capace di lavorare sugli scarti minimi, sulle anomalie, sui dettagli che non tornano.

Sappiamo però che l’intelligenza artificiale generativa è molto più di un salto quantitativo nella fabbricazione del verosimile: sul terreno della propaganda, è una macchina capace di moltiplicare, con velocità e scala senza precedenti, proprio le condizioni in cui il falso diventa socialmente efficace. Nel momento storico in cui i detentori della tecnologia, da OpenAI a Palantir, tendono a saldarsi con i «manovratori» del potere, la prospettiva è inquietante. Nulla di nuovo forse, nell’essenza; radicalmente diverso nelle estensioni. La domanda è se sapremo costruire pratiche critiche, istituzioni e forme di responsabilità adeguate a un mondo in cui i rapporti tra verità, tecnica e politica si spostano su un piano sempre più difficile da governare. Non è questo, certo, il tema del libro, e forse ci siamo spinti troppo lontano. Ma la proposta di Ginzburg di leggere in un’unica costellazione i «libri dell’anno zero» – quei testi scritti tra il 1940 e il 1945, in una situazione di pericolo estremo, accomunati dalla percezione di un crollo imminente della civiltà – finisce per riproporre, anche a noi, un rovello che credevamo meno urgente: il senso della storia, oggi.

Scritto da
Pasquale Terracciano

Insegna Storia della filosofia presso l’Università di Roma Tor Vergata. Tra le sue pubblicazioni: “I capaci e i meritevoli. Storia filosofica del merito” (Marsilio 2025).

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